giovedì, Marzo 21

Huawei, la Cina avverte l’Europa: non schierarti con Trump Attenzione Europa a schierarti con Trump, gli investimenti cinesi in Europa potrebbero essere a rischio

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180mila addetti,  ricavi pari a 92,55 miliardi di dollari e utili netti sopra i 7,2 miliardi nel 2017, una presenza in 170 Paesi: questa è  Huawei, gigante delle telecomunicazioni, fondata, nel 1987, da Ren Zhengfei, ex ingegnere dell’Esercito Popolare di Liberazione e tuttora CEO della società, compagnia completamente privata, il cui capitale è detenuto per intero dai dipendenti, che ha nell’Europa il suocortile di casa’.
Nelle stesse ore in cui gli Stati Uniti hanno provato sferrare un durissimo colpo per minare questo colosso, e guadagnare punti nella sfida tecnologica con la Cina, con l’arresto della Chief Financial Officer  Meng Wenzhou, e a poche ore dall’annuncio di British Telecom che -rispondendo all’appello di Trump di mettere al bando la compagnia cinese- ha annunciato non userà tecnologie fornite da Huawei per la rete 5G nel Regno Unito, la Cina, attraverso il quotidiano ‘Global Times’, particolarmente vicino al Governo, manda un messaggio neanche troppo velato all’Europa: attenzione Europa a schierarti con Trump, gli investimenti cinesi in Europa potrebbero essere a rischio.

Andiamo per ordine.

Secondo le proiezioni, nel  2018 il fatturato dovrebbe arrivare a circa 100 miliardi di dollari. Un 2018 travagliato, perché sulla sua strada di traverso si è messo il Presidente americano Donald Trump, bandendo la compagnia dagli USA e invitando gli alleati a fare altrettanto, accusandola, sostanzialmente, di spionaggio al servizio della Cina, anno che si potrebbe chiudere malissimo dopo gli ultimi fatti, per quanto sembri improbabile che possa venir meno, almeno a breve, il suo ruolo da protagonista nella sfida nel campo delle reti 5G in tutto il mondo.

Tra i 170 Paesi in cui  Huawei opera, i Paesi europei hanno un ruolo essenziale. L’Europa Occidentale è diventata il miglior mercato dell’azienda dopo la Cina. «Si tratta del mercato più aperto e trasparente in cui operiamo» ,  Vincent Pang, Presidente di Huawei Western Europe, in un’intervista rilasciata in occasione della tre giorni romana  di meeting internazionale organizzato dalla compagnia, nei primi giorni di novembre, e dedicato al 5G.
Sull’Europa e sull’Italia nello specifico i progetti di  Huawei sono a dir poco grandiosi. «La nostra visione è di portare il digitale in ogni casa, in ogni ufficio, in ogni azienda d’Europa», ha detto Liang Hua, Presidente del board of director. Creare l’Europa Intelligente e digitale in partnership con le aziende europee, a partire da quelle italiane, con le quali vi è un ottimo consolidato.
Parole d’ordine di Roma sono state: 5GIoTCloud, Intelligenza artificiale, ovvero le aree sulle quali Huawei punta in Europa. E fondi da investire si è capito ce ne sono tutt’altro che pochi. Entro la fine del 2021 sorgeranno tre nuovi OpenLab in Europa, per un investimento totale di 50 milioni di dollari, tanto per citare una delle operazioni più importanti annunciate a Roma.

La compagnia, che in agosto ha  ufficializzato detenere il 15% del mercato globale degli smartphone, superando il 12% di Apple e restando dietro solo a Samsun, in Italia ha il suo mercato europeo più interessante, è il secondo mercato più importante dietro solo alla Cina, e, tra il resto, detiene un terzo del mercato degli smartphone.
Ma, smartphone a parte, Huawei è strategica in Italia perché è  coinvolta nello sviluppo della rete di ultima generazione in due aree: Milano e Bari-Matera. In quest’ultima è capofila con un investimento complessivo di 60 milioni di euro in 4 anni e una previsione di copertura 5G del 75% della popolazione entro il 2018 e completa entro il 2019. Il 9 settembre scorso era accesa la prima antenna di Bari-Matera, il momento più importante della collaborazione tra Tim, Fastweb e Huawei in ambito Smart City, Sicurezza e realtà virtuale.
Ma è strategica anche per quanto attiene alla sicurezza è in campo con Leonardo e Bosch per il monitoraggio degli accessi nell’area portuale di Bari che si basa sull’integrazione di telecamere intelligenti con una piattaforma centralizzata di comando e controllo.
La realtà virtuale riguarda le nuove frontiere del turismo digitale, consentendo di visitare da remoto alcuni dei luoghi di principale interesse turistico di Matera.
A Milano Huawei lavora con Vodafone, capofila della sperimentazione 5G in città e nell’area metropolitana, con l‘obiettivo di coprire l’80% della popolazione entro il 2018.
Huawei sta lavorando con 38 partner industriali e istituzionali per realizzare 41 progetti negli ambiti sanità e benessere, sicurezza e sorveglianza, smart energy e smart city, mobilità e trasporti, manifattura e industria 4.0, education e entertainment, digital divide.

Di tutto ciò che accadrebbe se anche l’Italia decidesse di tagliare i ponti con Huawei? E di tutta l’attività simile in Europa? E’ la domanda che indirettamente ha posto ieri la Cina all’Europa in forma di ‘avvertimento’ con l’intervento di ‘Global Times’.

L’occasione è fornita dal lavoro che la UE sta conducendo sul meccanismo di monitoraggio degli investimenti di Paesi terzi, come Cina o Usa, nei 28, per tutelare i settori industriali europei sensibili come, appunto, telecomunicazioni o difesa.  Il dibattito sullo screening degli investimenti esteri nasce soprattutto dal fatto che «l’apertura agli investimenti esteri ha riconosciuto al contempo che sono state espresse preoccupazioni in merito al fatto che investitori stranieri, in particolare le imprese di Stato, rilevano per motivi strategici le imprese europee che dispongono di tecnologie fondamentali e che spesso gli investitori
dell’UE non godono degli stessi diritti di investire nel paese da cui proviene l’investimento».

Per affrontare questa situazione, la proposta di riforma del regolamento intende offrire «politiche solide ed efficaci al fine, da un lato, di aprire altre economie e garantire che tutti rispettino le medesime regole e, dall’altro, di proteggere attivi europei critici da investimenti che comprometterebbero gli interessi legittimi dell’Unione o dei suoi Stati membri». Come? Istituendo degli strumenti che consentano agli Stati membri, e
in determinati casi alla Commissione, di controllare gli investimenti esteri diretti nell’Unione
europea, permettendo al contempo agli Stati membri di avere il quadro delle rispettive situazioni
individuali e circostanze nazionali. Anche perché tutti ne hanno uno.  L
a proposta di regolamento imporrebbe agli Stati membri di informare gli altri Stati membri e la Commissione in merito agli investimenti esteri diretti.

La «restrizione degli investimenti cinesi potrebbe danneggiare, invece di proteggere, gli interessi strategici del blocco», scrive il ‘Global Times.  Richiamando un nota di ‘Reuters’ del 5 dicembre, il quotidiano sottolinea come con i nuovi provvedimenti, la Commissione europea indagherebbe sugli investimenti stranieri in tecnologie strategiche e infrastrutture, non solo, l‘elenco dei settorida esaminareè stato esteso e include l’aerospaziale, la salute, le nanotecnologie, le batterie elettriche, il cibo e i media.  Tutti settori di particolare interesse per la Cina.
Il quotidiano sottolinea la rapida crescita degli investimenti esteri diretti della Cina in Europa. Nella prima metà del 2018, gli investitori cinesi hanno investito in Europa nove volte in più rispetto a quanto abbiano investito in Nord America, le operazioni cinesi di acquisizione hanno raggiunto i  22 miliardi di dollari in Europa, in Nord America le acquisizioni sono valse appena  2,5 miliardi di dollari.
«Tradizionalmente un portabandiera del libero scambio, la UE sembra cedere il passo a una crescente tendenza globale al protezionismo», sottolinea il quotidiano.

Zhang Yansheng, capo ricercatore presso il China Centre for International Economic Exchanges (CCIEE), ha affermato che «l’UE sta dimostrando un doppio standard nel suo atteggiamento nei confronti degli investimenti esteri»: l’Unione europea reclama un più ampio accesso al mercato in Cina, dall’altra si dimostra guardinga nei confronti dei capitali cinesi che intendono entrare in Unione.  «Non ci sarebbero vincitori dal protezionismo nel commercio, negli investimenti e nella tecnologia», ammonisce il quotidiano.

Gli investimenti cinesi forniscono sostegno all’economia UE, scrive il quotidiano, e il loro rifiuto danneggerebbe gli interessi strategici dell’Europa.   
A ciò si aggiunga, fa ancora notare il quotidiano, che «il piano di screening degli investimenti dell’UE potrebbe potenzialmente minare l’unità nel blocco» dei 27. «Il piano potrebbe intensificare i conflitti interni tra i membri dell’UE: è possibile che alcuni Paesi membri non onorino pienamente la decisione dell’UE e questo fermerebbe il processo di integrazione economica del blocco e danneggerebbe la sua coesione». Non a caso si fa notare che Cipro, Grecia, Lussemburgo, Malta, Portogallo e Italia sarebbero poco propensi ad approvare il provvedimento UE.  

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