giovedì, Agosto 22

Huawei fa causa agli USA e si prende l’Europa Mentre cita in giudizio gli Stati Uniti, Huawei apre un centro cybersecurity a Bruxelles. Ecco la politica del colosso cinese, ne parliamo con Nicola Casarini e Jean Pierre Darnis dello IAI

0

Huawei ha annunciato ieri sera di aver citato in giudizio il Governo degli Stati Uniti. La compagnia cinese ha infatti intentato una causa per contestare la costituzionalità della norma 889 del National Defense Authorization Act (NDAA) del 2019: una legge che vieta alle agenzie federali di acquistare tecnologia prodotta, appunto, da Huawei.

«Il Congresso degli Stati Uniti ha ripetutamente omesso di fornire prove per supportare le restrizioni sui prodotti Huawei», ha dichiarato il Presidente di turno dell’azienda cinese, Guo Ping, durante una conferenza stampa a Shenzhen, in Cina, dove si trova la sede centrale della compagnia, «dopo aver esaurito tutti gli altri mezzi per placare i dubbi di alcuni legislatori statunitensi, non ci resta altra scelta che contestare la legge in tribunale».

Si tratta dell’ultimo episodio della saga che vede protagonisti il Governo americano guidato da Donald Trump e il gigante delle telecomunicazioni, accusato di spionaggio per conto delle autorità mandarine. La vicenda ha raggiunto l’apice della tensione quando, all’inizio del dicembre scorso, il Canada, su mandato degli Stati Uniti, ha arrestato Wanzhou Meng, CFO (Chief Financial Officer) e vice Presidente di Huawei – nonché figlia di Ren Zhengfei, fondatore dell’azienda – al momento rilasciata su cauzione e in attesa di capire se verrà accettata l’istanza di estradizione avanzata dell’Amministrazione americana.

La questione, però, non è rimasta confinata allo scontro tra Washington e Pechino, ma ha raggiunto una dimensione globale con la richiesta del Presidente americano agli alleati occidentali di ripercorrere le orme statunitensi e, quindi, di sospendere le attività della compagnia cinese. Petizione subito accolta dagli alleati sulla sponda del Pacifico: Australia, Giappone e Nuova Zelanda, infatti,  hanno adottato provvedimenti nazionali per bloccare i lavori – alcuni già iniziati – che Huawei stava cercando di portare avanti, non solo all’interno dei singoli Stati, ma anche a livello regionale.

Dall’altra parte dell’Atlantico, invece, gli interlocutori europei, sebbene preoccupati per la sicurezza nazionale, si sono mostrati più freddi nellaccettare a pieno linvito della Casa Bianca e non hanno preso misure drastiche nei confronti del colosso cinese. L’Europa, infatti, per Huawei, è un mercato troppo importante, se non addirittura imprescindibile. La compagnia di telecomunicazioni, infatti, opera dal 2000 allinterno dei confini europei, dove impiega attualmente oltre 11.000 dipendenti e gestisce 2 uffici regionali e 18 siti di ricerca e sviluppo. Ad oggi, Huawei ha creato 240 progetti di cooperazione tecnica e ha collaborato con oltre 150 università in tutto il Vecchio Continente. “LEuropa è la seconda casa di Huawei”, ci ha riferito il portavoce di Huawei Europa, Huawei è una parte pienamente integrata dell’ecosistema ICT europeo. Siamo qui per rimanere in Europa”. Per la compagnia di Shenzhen, inoltre, l’Europa è un importante centro di ricerca e innovazione per le nuove tecnologie come il 5G, l’intelligenza artificiale, la robotica e le Smart Cities. Proprio oggi, a Bruxelles, cuore pulsante delle istituzioni europee, Huawei ha inaugurato il  Cyber Security Transparency Centre, una struttura che funge da garante per la trasparenza dei prodotti dell’azienda cinese e le pratiche di sicurezza informatica.

«Attraverso i nostri centri di trasparenza per la cyber security speriamo di collaborare ancora più strettamente sugli standard di sicurezza, i meccanismi di verifica e l’innovazione tecnologica in questo ambito», queste le parole del vice Presidente della compagnia, Ken Hu, a margine dell’inaugurazione. Una mossa, dunque, commerciale e politica allo stesso tempo, volta a rassicurare i partner europei sulla tema scottante della cybersecuity.

Per approfondire meglio la questione e capire quali potrebbero essere le strategie di posizionamento di Huawei in Europa, abbiamo contattato Nicola Casarini, responsabile di ricerca per l’Asia orientale presso l’Istituto Affari Internazionali (IAI), e Jean Pierre Darnis consigliere scientifico dello IAI e professore associato dell’Università di Nizza Sophia-Antipolis.

Huawei vuole dimostrare alle istituzioni europee che si può fare un’operazione di tipo tecnologico sulla sicurezza”, spiega Darnis, sicurezza che, quindi, viene elaborata nel territorio europeo e da operatori europei. C’è, da questo punto vista, un chiaro intento politico”.

Questo nuovo centro, però, era in progettazione già da tempo, anche se l’UE, ormai da un paio di anni, ha assunto una posizione verso la Cina più cauta che in precedenza”, afferma Casarini, “questo centro rappresenta  un messaggio dato all’Europa: la compagnia cinese vuole prendere in seria considerazione le preoccupazioni riguardo la sicurezza dei dati, soprattutto quando si passerà al 5G. Io lo trovo un passaggio molto positivo e, probabilmente, aiuterà il dibattito europeo che finora è mancato”.

La cybersecurity, infatti, è il vero nodo su cui ruota la vicenda che contrappone Pechino e Washington, ed è legata ovviamente a doppio filo con Huawei. Secondo Darnis, però, il problema principale è la sicurezza e “Huawei, in quanto Huawei, è un epifenomeno, ma non è la fine del mondo”. Non bisogna caricare troppo la società cinese di responsabilità, esiste un problema e si risolverà”, continua il professore, “magari presenta delle criticità che devono essere trattate da parte delle legittime autorità di sicurezza nazionale europee, questo è sicuro, ma si tratta dell’inizio di una serie di fenomeni che richiedono un enorme ripensamento della privacy ed anche della sicurezza dei dati, tramite l’uso di strumenti digitali”.

Gli europei hanno pienamente compreso questo pericolo, ma consapevoli di ciò, con le dovute attenzioni, stanno aprendo comunque le loro porte a Huawei. “In alcuni Paesi europei come Germania, Regno Unito e Italia, Huawei ha già vinto importanti gare: se avessero voluto veramente bloccare i cinesi avrebbero dovuto farlo anni fa, adesso è un po’ è tardi”, dice Casarini, “l’obiettivo di questi Paesi è di incrementare la competizione, ovvero, non avere solo Huawei nella rete 5G, ma anche Ericson, Cisco, in modo che non ci sia un attore dominante sul mercato, ma allo stesso tempo vogliono garantire un certo livello di sicurezza e controllo da parte dei servizi segreti”.

Tra i Paesi europei, però, vi sono sostanziali differenze nellaccoglienza alla compagnia all’interno dei propri confini nazionali. “I Paesi dell’Est Europa, o la Grecia, tutti quelli che hanno firmato già il memorandum of understanding”, continua Casarini, saranno i più propensi ad accettare Huawei nei loro Paesi”. La questione Huawei, però, dipende dalla relazione che ogni singolo Paese ha con Washington e Pechino, non è solamente industriale, ma anche politica. “Paesi come Germania, Inghilterra e Italia  sono sì fedeli alleati degli USA, ma guardano con interesse al mercato cinese e cercano una maggiore apertura verso la Cina”, spiega ancora l’analista IAI, “è probabile che questi Paesi arrivino ad un compromesso, cercando di bilanciare l’alleanza americana con i crescenti interessi  economici e, soprattutto, riconoscendo che Huawei è diventata una parte molto importante delle infrastrutture nazionali, essendo la compagnia più avanti nella costruzione del 5G”. Diverso anche il discorso per i Paesi dell’Europa settentrionale, “la Danimarca, gli scandinavi e i baltici non hanno grossi investimenti da parte di Huawei, poichè hanno le loro compagnie, pensiamo a Nokia o Ericson, quindi, avranno più interesse a mandare un messaggio a Trump”. Questo perché “la Danimarca e alcuni Paesi scandinavi devono dare una dimostrazione della loro buona affidabilità in quanto partner NATO e filo atlantici, nel caso dei baltici la relazione con Washington è cruciale in funzione anti-russa”.

Ma, al di là dei singoli organismi statali, qual è il ruolo della Commissione europea nella partita con Huawei? “Il ruolo della Commissione è fondamentale per la competenza, ma anche come luogo di mediazione ed expertise europea”, afferma Darnis.  “La Commissione – che sta portando avanti una nuova regolamentazione sugli investimenti esteri, soprattutto per gli investimenti cinesi in Europa – sta mappando Huawei e vuole  sapere che cosa sta succedendo nel campo delle reti 5G”, prosegue Casarini, “la sua posizione, però, è puramente tecnica e non può prendere decisioni politiche”.

Rimane dunque da capire come si muoverà l’Italia sul fronte Huawei e su quello della cybersecurity. Il nostro Paese, infatti, rappresenta uno dei mercati più fervidi – il secondo dopo la stessa Cina – per la compagnia cinese, la quale, nell’aprile scorso,  ha superato la Samsung per smartphone venduti nello Stivale. Ma l’Italia riveste anche un significato simbolico per Huawei, dato che proprio a Segrate, in provincia di Milano, circa dieci anni fa, ha aperto il suo primo quartier generale fuori dalla Cina. “Huawei ha già vinto importanti gare per la rete 5G in Italia”, ci informa Casarini, “a Milano, per esempio, è partner di Vodafone su questo punto e ha vinto la gara per la cablatura tra Matera e Bari e, se non ci fosse un intervento politico, altre gare verrebbero aggiudicate da Huawei perché la sua tecnologia ed i suoi prezzi sono migliori”. Così come negli altri Paesi, in Italia il discorso su Huawei è anche politico e va di pari passo con il memorandum of understanding in procinto di essere firmato con la Cina per dare il via alla BRI (Belt&Road Iniziative), la Nuova Via della Seta, l’ambizioso progetto del Presidente cinese, Xi Jinping, il quale sogna di collegare attraverso un lungo corridoio commerciale l’Asia, l’Africa e l’Europa. “La Lega, la scorsa settimana, ha tirato fuori la golden power, cioè la regola che per questioni di sicurezza nazionale si possono bloccare investimenti e gare nei confronti di certe imprese”, spiega l’analista IAI, “l’ha chiaramente fatto in opposizione al Ministero dello Sviluppo Economico guidato da Luigi Di Maio, dove c’è il Sottosegretario Mario Geraci che è molto filocinese”. Se, infatti, il Movimento 5 Stelle è favorevole ad una relazione più ampia con Pechino, la Lega di Matteo Salvini è notoriamente allineata alle posizioni americane dettate da Trump e vuole presentarsi agli occhi dell’Amministrazione statunitense come protettrice degli interessi a stelle e strisce in Italia. “Secondo me sul memorandum of understanding ci sono due possibili scenari”, continua Casarini, “nel primo vince la Lega e, quindi, non si firma il memorandum, ma questa sarebbe un’ulteriore sconfitta per i pentastellati, che, però, non è importante come la TAV a livello elettorale, quindi potrebbe essere gestibile. Nel secondo, si arriva ad un compromesso e il memorandum che si andrà a firmare conterrà un linguaggio tale per cui potrà essere accettato sia dagli USA sia dai partner europei, con Pechino intenzionata a seguire i principi e la normativa europea: così l’Italia si presenterebbe come l’avanguardia del gruppo di Paesi occidentali che guardano con interesse alla Cina che, però, non sono disposti a rinunciare ai proprio valori”. Per quanto riguarda specificatamente Huawei, secondo Casarini, il compromesso è l’opzione più probabile, seguendo i passi di Germania e Regno Unito, “non bloccare Huawei completamente, ma, allo stesso, tempo, garantire agli alleati che ci saranno controlli su quello che la compagnia cinese potrà, eventualmente, passare a Pechino”. Sulla cibersecurity, invece, “in Italia c’è una struttura nazionale, con il coordinamento del Presidente del Consiglio, che mi sembra molto attiva”, conclude Darnis, “c’è una ottima capacità di aggregare competenze, tra università, centri di ricerca e le istituzioni. Dal punto di vista organizzativo il modello italiano rappresenta dei vantaggi. Dopodiché si pone un problema di massa critica, che non è esclusivo dell’Italia, perché per rispondere alle minacce e per avere capacità di analisi bisogna avere delle capacità tecnologiche, quindi di tipo umano, ma anche apparecchiature varie”.

Nonostante gli appelli di Trump e suoi dubbi sulla sicurezza, lEuropa prosegue sulla sua strada dando fiducia a Huawei, la quale ha sempre lamentato la mancanza di prove a sostegno delle accuse avanzate dall’Amministrazione americana. Speriamo, a questo punto, che a fornirgliele non sia proprio Bruxelles.

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Commenti

Condividi.

Sull'autore