domenica, Ottobre 25

Hong Kong, ‘rivoluzione degli ombrelli’

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Hong Kong
 – Domenica 28 settembre migliaia di persone sono scese in strada nel distretto di Central, il cuore della Regione Amministrativa Speciale di Hong Kong, per chiedere che Pechino conceda all’ex colonia britannica elezioni democratiche con il metodo del suffragio universale. Era dal 1989 che il regime comunista non attraversava una crisi di legittimità così profonda. Le immagini delle manifestazioni si sono immediatamente diffuse in tutto il mondo, riportando alla memoria i ricordi delle proteste studentesche di Piazza Tiananmen, represse nel sangue dall’Esercito Popolare di Liberazione. La Cina di oggi è molto diversa da quella di allora. Ma molti si chiedono se il PCC (Partito Comunista Cinese) sia anch’esso cambiato, adeguandosi alle nuove realtà sociali di un Paese ormai catapultato nella modernità e integrato nell’economia globale, oppure se sia rimasto fedele al leninismo di tradizione sovietica. La reazione di Pechino ai movimenti filodemocratici di Hong Kong determinerà il corso futuro della Cina intera.

Hong Kong, che divenne colonia britannica nel 1841, fu ceduta da Londra alla Repubblica Popolare Cinese (RPC) nel 1997, divenendo una Regione Amministrativa Speciale, cioè una zona semiautonoma che mantiene lo stato di diritto ereditato dall’era coloniale. Ma dal 1997 ad oggi, le tensioni fra i gruppi filodemocratici di Hong Kong e il regime comunista non hanno fatto che aumentare. Benché Hong Kong goda di ampie libertà, fra cui la libertà di stampa, di parola e di associazione, Pechino non vuole concedere piena democrazia alla città, temendo che essa possa intaccare la legittimità del regime autocratico anche nel resto della Cina. Nell’ex colonia il PCC mantiene una facciata democratica, e utilizza la strategia del fronte unito per delegare l’amministrazione di Hong Kong a gruppi che accettano e sostengono la leadership del partito unico. Ma molti cittadini di Hong Kong sono stanchi che a prendere le decisioni sul futuro della città sia un Governo ombra dei comunisti. Essi vogliono scegliere i propri rappresentanti, e non farseli imporre dalla lontana Pechino e dall’oligarchia di Hong Kong che la sostiene.

Nel 2013 Benny Tai, professore di legge all’Università di Hong Kong, lanciò Occupy Central‘, un movimento per la promozione della democrazia. Benny Tai e i suoi sostenitori si proponevano di mobilitare la popolazione di Hong Kong e di occupare Central se Pechino non avesse concesso un suffragio universale vero e proprio. Seguirono mesi di scontri verbali fra i filodemocratici e l’establishment comunista e filocomunista, con recriminazioni e minacce reciproche.

Il 31 agosto, infine, il CNP (Consiglio Nazionale del Popolo), organo del Governo comunista di Pechino, rese nota la sua decisione di concedere il suffragio universale nelle elezioni del Capo dell’Esecutivo di Hong Kong del 2017, ma ad una sola condizione: che un comitato elettorale di 1.200 persone scelga un massimo di 3 candidati. Dato che il comitato elettorale è universalmente considerato filocomunista, questo suffragio universale «con caratteristiche cinesi» non sarebbe che una farsa. Per diventare Capo dell’Esecutivo, infatti, i candidati devono, secondo Pechino, «amare il Paese e Hong Kong» e non opporsi alla leadership del PCC.

La decisione del 31 agosto fece precipitare la situazione. I gruppi filodemocratici di Hong Kong unanimemente condannarono le politiche del Governo centrale. «Che differenza c’è fra un’arancia marcia, una mela marcia, e una banana marcia?» commentò Martin Lee, veterano dei movimenti democratici sin dall’era britannica e fondatore del Partito Democratico di Hong Kong, riferendosi ai tre candidati selezionati dal comitato elettorale. «Noi vogliamo un suffragio universale vero e proprio, non una democrazia con caratteristiche cinesi».

La sera del 31 agosto, ‘Occupy Central’ organizzò una manifestazione alla quale presero parte circa 5.000 persone. Benny Tai annunciò l’inizio di «una nuova era, un’era di disobbedienza civile, un’era di resistenza». Dichiarò poi che il movimento di protesta si sarebbe sviluppato in modo graduale, con scioperi degli studenti e varie manifestazioni legali. Fu inoltre lanciata una campagna dei «nastrini gialli», che sono ormai diventati il simbolo del movimento. Quella stessa sera i manifestanti, fra cui membri di Scholarism, un movimento studentesco, circondarono il Grand Hyatt Hotel, aspettando l’arrivo di Li Fei, il vice presidente del CNP.

Il 22 settembre ebbero inizio le proteste studentesche vere e proprie, durante le quali migliaia di giovani boicottarono le lezioni. Alle 2 del pomeriggio, circa 13.000 studenti si riunirono nel campus dell’Università Cinese di Hong Kong a Sha Tin. La manifestazione, indetta dalla Federazione degli Studenti, doveva durare una settimana. Alex Chow Yong-Kang, il Segretario generale della Federazione, ribadì che lo scopo degli studenti era che Pechino concedesse piena democrazia, con la nomina pubblica dei candidati e l’abolizione delle circoscrizioni elettorali funzionali. «No al regime coloniale» di Pechino, cantavano gli studenti, «no alla preselezione dei candidati. Autodeterminazione per i cittadini di Hong Kong!».

I leader studenteschi, però, non si limitarono a scandire slogan. Alex Chow chiese che, se il Governo di Hong Kong non avesse accettato le loro richieste, Leung Chun-ying, l’attuale Capo dell’Esecutivo, Carrie Lam, il Capo Segretario del governo, nonché i Ministri della Giustizia e degli Affari Costituzionali rassegnassero le proprie dimissioni. Come ci si poteva aspettare, una richiesta di questo tipo non poteva che portare ad una escalation, che infatti si verificò nei giorni seguenti.

Il 23 settembre gli studenti chiesero pubblicamente a Leung Chun-ying di andare a discutere con loro, dandogli un ultimatum di 48 ore. Ma questi ignorò l’appello, e la sera del 25 circa 4.000 studenti marciarono verso Government House, la residenza del Capo dell’Esecutivo (l’ex residenza del governatore britannico di Hong Kong), circondandola. La manifestazione, però, era tecnicamente illegale, in quanto gli studenti non avevano notificato la Polizia in precedenza. La tensione crebbe quando gli studenti ignorarono un avviso della Polizia di rimanere sui marciapiedi e di non bloccare la strada. Vi furono scontri fra le forze dell’ordine e i manifestanti.

Leung Chun-ying condannò le proteste. «Va bene che gli alunni delle scuole secondarie si interessino di politica,» disse, «ma gli scioperi sono un’altra cosa. Qui non si tratta più di questioni politiche, ma di mobilitazione di massa.» Egli mantenne la sua posizione iniziale, cioè che qualunque riforma politica a Hong Kong debba avere il consenso di Pechino. Circa 800 manifestanti si accamparono di fronte a Government House e la «assediarono» durante la notte.

Le manifestazioni rimasero sostanzialmente pacifiche fino alla sera di venerdì 26 settembre, quando circa 1.000 studenti si spostarono da Government House agli uffici del Governo a Tamar, nel centro della città. Un centinaio di manifestanti cercò di entrare dentro gli edifici, costringendo la Polizia ad intervenire con l’uso di spray al peperoncino per allontanare gli attivisti. Le ore successive furono caotiche. 36 attivisti vennero arrestati, fra cui il diciassettenne Joshua Wong, il leader di Scholarism. Diversi manifestanti, poliziotti e funzionari pubblici rimasero feriti, e gli uffici del governo dovettero chiudere.

Inizialmente, Benny Tai aveva fatto intendere che ‘Occupy Central‘ sarebbe stato lanciato il primo ottobre, durante le celebrazioni per il 65° anniversario della fondazione della RPC. La data simbolica e la presenza di molti turisti dalla Cina nella giornata festiva avrebbero dato al movimento di protesta un carattere volutamente provocatorio. Ma verso le due del mattino di sabato 27 settembre, Benny Tai a sorpresa apparve di fronte alla folla. «Vi porto un messaggio da lungo atteso,» disse. «‘Occupy Central’ inizia ora.»

Il motivo di questo improvviso cambiamento è da ricercarsi nella spinta data dagli studenti all’attivismo filodemocratico. Dopo gli arresti e gli scontri dei giorni precedenti, e data l’indifferenza di Pechino e del Capo dell’Esecutivo, gli organizzatori di ‘Occupy Central’ si sentivano di dover combattere a fianco degli studenti, se non altro come segno di solidarietà. «Siamo commossi dall’operato degli studenti,» disse Benny Tai. «Devo ammettere che siamo arrivati in ritardo rispetto a loro, e ce ne vergognamo».

Le prime ore della protesta furono relativamente tranquille. Vari esponenti dell’opposizione filodemocratica, fra cui Alan Leong Kah-kit, il leader del Partito Civico, e i suoi colleghi Claudia Mo e Kenneth Chan, sei deputati del Partito Democratico, e alcuni membri del Partito Laburista dichiararono di voler partecipare all’occupazione di Central, ma l’afflusso rimase modesto. La Polizia eresse barricate a Tim Mei Road, Lung Wei Road e Legislative Council Road, nel tentativo di ostacolare il libero movimento dei manifestanti e l’occupazione di edifici governativi. Martin Lee e Jimmy Lai, il proprietario di Next Media, il più grande gruppo editoriale di Hong Kong, e oppositore della dittatura comunista, raggiunsero il luogo della protesta nella mattinata. Jimmy Lai si aspettava che la Polizia avrebbe arrestato dei manifestanti, ma era determinato a lottare. «Le cose più importanti sono pace e amore,» disse. «L’unico potere che abbiamo è la superiorità morale, e si diventiamo violenti perderemo questa superiorità morale».

Intanto, volontari rifornivano i manifestanti di acqua e cibo. Molti attivisti indossavano maschere, occhiali protettivi e impermeabili leggeri, nel caso in cui la Polizia avesse fatto uso di lacrimogeni e spray al peperoncino (cosa che infatti poi avvenne). I tentativi da parte degli organizzatori di portare apparecchiature audio dentro la zona occupata in modo da tenere comizi fu bloccata dalle forze dell’ordine, causando i primi scontri. La Polizia si preparava a fare evacuare i manifestanti. Alle due del pomeriggio, essa avvisò gli attivisti. «Andate via adesso, per la vostra sicurezza personale».

Verso le tre, Benny Tai fece un discorso per cercare di incoraggiare i manifestanti. «Molti di noi, me incluso, faranno la loro prima esperienza con lo spray al peperoncino e con i poliziotti che cercheranno di trascinarci via. Ma non abbiate paura e non sentitevi umiliati.»

Il Governo di Hong Kong non si mosse di un millimetro dalla propria posizione. Un portavoce ribadì che esso si opponeva «in maniera resoluta all’occupazione illegale» di Central e che «la decisione del CNP … è giuridicamente vincolante.» Il Capo dell’Esecutivo sapeva di godere del pieno appoggio di Pechino nel difendere il tipo di suffragio stabilito dal CNP.

Nel corso del pomeriggio, quella che era iniziata come una protesta di alcune centinaia di attivisti cominciò a ricevere un supporto popolare inaspettato. Decine di migliaia di persone arrivarono nel centro cittadino (secondo i promotori della protesta il numero di persone era giunto a 30.000 verso le 16:00).  L’occupazione si estese anche ad altre zone, fra cui Mong Kok e Causeway Bay. Il traffico fu completamente paralizzato, e la minaccia diOccupy Centralsi trasformò in realtà: bloccare completamente il centro economico della città finché le autorità non avessero cambiato la loro posizione ufficiale e concesso a Hong Kong un vero suffragio universale.

A questo punto la situazione divenne estremamente tesa, dato che il blocco filodemocratico era ormai irrimediabilmente contrapposto all’establishment filopechinese e nessun compromesso sembrava possibile. La memoria di Tiananmen era viva negli animi sia dei manifestanti che delle autorità. Regina Ip, una parlamentare filopechinese, dichiarò che Central le ricordava Tiananmen. «Se la Polizia fosse costretta a farli evacuare con la forza la cosa potrebbe diventare molto spiacevole», disse. «Penso che la preoccupazione del Governo sia che la manifestazione diventi una mini-Tiananmen». Il quartier generale dell’Esercito Popolare di Liberazione, quello stesso Esercito che fu mandato da Deng Xiaoping a reprimere le proteste del giugno del 1989, si trova in quello che nell’era britannica era conosciuto come il «Prince of Wales Building», un edificio vicino a Central, nel bel mezzo della zona occupata dai manifestanti. Delle fotografie scattate quel giorno mostrano il personale dentro l’edificio osservare la manifestazione. L’Esercito cinese, che è sottoposto al diretto controllo del Partito Comunista, entrò a Hong Kong nel 1997, sostituendo le truppe britanniche in partenza.

Verso le 17:00 la Polizia iniziò ad utilizzare lacrimogeni per disperdere la folla ed evitare che i manifestanti entrassero nelle zone al di là delle barricate. 78 persone furono arrestate e circa 46 furono ferite fra sabato sera e domenica mattina. I manifestanti si difendevano dai lacrimogeni con gli ombrelli, e da ciò deriva il nome che i media mondiali hanno dato alle proteste: umbrella revolution‘, o ‘rivoluzione degli ombrelli‘.

La reazione del Governo centrale cinese a questo movimento popolare di massa è stata schizofrenica. Pechino non controlla Hong Kong direttamente, e quindi non può mandare le proprie forze di Polizia ad arrestare i manifestanti. Fare intervenire l’Esercito è un’opzione poco allettante sia per i danni che provocherebbe all’immagine del Paese all’estero sia per le possibili ripercussioni economiche. Per il momento, il regime comunista si è limitato a dar voce alla propria condanna nei confronti dei gruppi filodemocratici attraverso i media di stato. Il ‘Quotidiano del Popolo‘, lo stesso che nell’aprile del 1989 pubblicò un editoriale attaccando ferocemente gli studenti di Piazza Tiananmen, ha definito Occupy Central‘ una «assemblea illegale … che compromette l’ordine sociale e danneggia il benessere della popolazione di Hong Kong». Secondo il giornale, «Una piccolissima minoranza di sostenitori di ‘Occupy Central’ ha deciso di ignorare la legge per scopi personali. Essa ha mobilitato le masse, paralizzato i trasporti, danneggiato l’economia, creato conflitti e interferito nelle vite dei cittadini di Hong Kong.» L’editoriale ha avvertito gli attivisti che se «insistono con la loro resistenza e le loro provocazioni» alla fine «soffriranno» a causa delle loro azioni.

Nel territorio sotto la diretta giurisdizione del PCC l’inizio di Occupy Centralha fatto registrare un aumento delle attività di censura. Le immagini, gli hashtag, e varie parole chiave legati alle manifestazioni sono stati bloccati, e articoli sul movimento vengono cancellati o filtrati. Secondo Amnesty International, nella Cina continentale almeno 20 persone sono state arrestate e altre 60 sono state interrogate dalla Polizia per avere espresso solidarietà con i manifestanti di Hong Kong o per aver diffuso online materiali riguardanti ‘Occupy Central’. Il Governo di Pechino ha inoltre imposto delle restrizioni ai viaggi di gruppo dalla Cina continentale a Hong Kong. Le agenzie di viaggio non potranno organizzare tour fino a dopo il 7 ottobre. Evidentemente, lo scopo del regime comunista è di mettere Hong Kong «in quarantena» ed evitare che i movimenti democratici si diffondano nel resto del Paese.

Gli scontri fra i manifestanti e la Polizia sono continuati per giorni. Ma, inaspettatamente, il pericolo maggiore per le proteste pacifiche non è stata la Polizia. Il 3 ottobre, infatti, alcuni sostenitori di Occupy Centralsono stati attaccati da oppositori del movimento democratico nella zona di Mong Kok. Secondo studenti e attivisti, la Polizia non ha protetto i manifestanti e ha dimostrato di avere due pesi e due misure. Mentre essa ha utilizzato lacrimogeni per fermare il movimento pacifico, non ha fatto quasi nulla per neutralizzare le azioni violente di alcuni individui.

Gli assalitori sono immediatamente stati sospettati di essere membri delle triadi, organizzazioni di carattere mafioso. Come si è poi dimostrato, questi sospetti erano del tutto giustificati. Le forze dell’ordine hanno infatti arrestato 19 persone, 8 delle quali hanno rapporti con le triadi. Una quarantina di manifestanti sono stati feriti. James To, un parlamentare filodemocratico, ha addirittura accusato il Governo di avere ingaggiato dei bravi per intimidire i manifestanti. Questa non sarebbe la prima volta che le mafie cinesi fanno il lavoro sporco per conto di Pechino. Durante il Movimento dei Girasoli a Taiwan, Zhang Anle, l’ex leader di una triade taiwanese che adesso è diventato un sostenitore del Partito Comunista Cinese, ha organizzato delle manifestazioni per intimidire gli studenti che protestavano contro le politiche filopechinesi del Governo di Taipei. Se fosse vero che le triadi di Hong Kong lavorano per i gruppi filopechinesi, ciò significherebbe che l’establishment potrebbe reprimere il movimento di massa senza prendersi la diretta responsabilità della violenza e, quindi, salvando la faccia agli occhi del mondo. Infatti, anche se ci fosse una connessione diretta fra le triadi e il Governo di Pechino, sarebbe praticamente impossibile dimostrarlo. Che gli assalitori siano contro ‘Occupy Central’ e a favore del Governo comunista è, invece, cosa evidente.

Fino ad ora, almeno 165 persone sono rimaste ferite negli scontri fra i manifestanti, la Polizia, e gli oppositori di Occupy Central‘. A una settimana dall’inizio dell’occupazione, l’euforia si alterna alla stanchezza e alla frustrazione. Sembra che la città sia entrata in un vicolo cieco, in un conflitto senza fine che la divide in due fazioni nemiche con visioni completamente contrapposte per il futuro di Hong Kong. L’escalation sembra intensificarsi col passare dei giorni.

In un discorso trasmesso in televisione, Leung Chun-ying ha fatto sapere che «il Governo e la Polizia hanno il dovere e la determinazione di prendere tutte le misure necessarie per ripristinare l’ordine sociale affinché il Governo e i sette milioni di cittadini di Hong Kong possano tornare alla loro vita normale e al loro lavoro.» Quali possano essere queste «misure necessarie» non è ancora del tutto chiaro. Una sola cosa è certa. Il Capo dell’Esecutivo vuole che oggi 6 ottobre le vie centrali della città vengano liberate e che l’Amministrazione pubblica e le scuole riprendano il loro normale funzionamento.

Non è facile dire se le parole di Leung Chun-ying siano una minaccia o una mano tesa verso gli attivisti. Forse il compromesso è da intendersi come una delle misure necessarie che le autorità vogliono adottare. Il Governo e gli studenti hanno, infatti, preso contatto per iniziare un giro di consultazioni. Secondo il ‘South China Morning Post‘, Leung è contrario al compromesso, ma alcuni membri del suo Governo sembrano disposti a parlare con gli studenti per cercare una soluzione allo stallo che rischia di bloccare la città per giorni.

«‘Occupy deve continuare e fare pressione sul governo,» ha detto Alex Chow della Federazione degli Studenti. «La pressione è l’unico motivo per cui [i rappresentanti del Governo]sono disposti a parlare con noi. Se il dialogo procederà o no, dipende solo dalla sincerità del governo

Nella serata di ieri 5 ottobre, membri della Federazione hanno incontrato rappresentanti governativi. L’incontro è visto come il primo passo per il dialogo con Carrie Lam, il Capo Segretario, e Rimsky Yuen, il Segretario della Giustizia. Ma le negoziazioni non hanno finora dato frutti. Le differenze che separano le aspettative delle due parti restano, per il momento, insormontabili.

Questo è ormai l’ottavo giorno di ‘Occupy Central’. L’atmosfera sembra più rilassata. Alcune migliaia di manifestanti continuano ad occupare Admiralty e Central, ma non si registrano incidenti e la presenza delle forze dell’ordine è diminuita. Anche a Mong Kok è tornata la calma, dopo che molti manifestanti hanno lasciato l’area per unirsi al gruppo principale a Central. La possibilità di dialogo è aperta e potrebbe portare ad un compromesso accettabile per entrambe le parti.

Ma l’ottimismo non può celare la paura e l’incertezza. Lo spettro di Tiananmen si aggira per Hong Kong. Lo spettro dei tentativi, sempre falliti, e degli ideali, spesso caduti nell’oblio, di creare una Cina diversa, più libera, meno ideologica, e più giusta. Può un Paese esistere sotto due sistemi differenti, come voleva Deng Xiaoping? O uno dei due sistemi è destinato ad inglobare l’altro? Sarà la Cina a diventare più simile a Hong Kong? O sarà Hong Kong a doversi arrendere alla Cina?

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