sabato, Dicembre 14

Hong Kong: le proteste non si fermano Alcuni manifestanti hanno addirittura assaltato l'Ufficio di collegamento del governo popolare cinese

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Continuano le proteste ad Hong Kong. Ieri alcuni manifestanti hanno addirittura assaltato l’Ufficio di collegamento del governo popolare cinese alla città. Muri esterni e stendardo sono stati imbrattati con graffiti e lancio di uova e di palloncini con inchiostro. Il governo della Regione amministrativa speciale ieri sera ha condannato fermamente il gesto. «Il governo della regione condanna fermamente i manifestanti che hanno palesemente sfidato la sovranità nazionale assediando e aggirando l’edificio dell’ufficio di collegamento, oltre a deturpare l’emblema nazionale», ha detto il portavoce che ha proseguito: «Tuttavia, una serie di episodi si sono verificati di recente, tra cui il ripetersi di proteste illegali dopo i cortei pacifici, l’incriminazione delle forze di polizia, l’assedio del quartier generale e il blocco delle strade. La polizia ha anche scoperto lo stoccaggio illegale di merci pericolose e un gran numero di armi offensive». Inoltre, ha dichiarato il portavoce, «tali atti minacciano la legge e l’ordine nella regione e il principio di ‘un paese, due sistemi’. È totalmente inaccettabile per la società»: il governo della città teme infatti che un piccolo numero di radicali abbia incitato le masse in maniera organizzata, sfidato lo stato di diritto.
«Sosteniamo con forza il governo di Hong Kong perché adotti tutte le necessarie misure nel rispetto della legge per assicurare la sicurezza degli organi del governo centrale basati a Hong Kong, la tutela dello stato di diritto a Hong Kong e la punizione dei criminali», ha spiegato un portavoce cinese mentre il più alto inviato cinese a Hong Kong, Wang Zhimin, ha condannato gli atti vandalici compiuti contro la sede ufficiale del governo centrale: un insulto «contro tutto il popolo cinese. Questi atti hanno gravemente danneggiato lo spirito di stato di diritto molto apprezzato di Hong Kong e i sentimenti di tutti i cinesi, compresi sette milioni di connazionali di Hong Kong».
Per la settima domenica consecutiva, i manifestanti, gridando ‘Democrazia adesso’, ‘Hong Kong libera’ e ‘No all’estradizione in Cina’,  hanno protestato contro il disegno di legge, al momento congelato, sull’estradizione in Cina, ma anche per chiedere l’istituzione di una commissione d’inchiesta sull’uso della forza da parte della polizia nelle precedenti manifestazioni, il rilascio incondizionato di tutti i manifestanti arrestati e il suffragio universale per l’elezione di rappresentanti senza restrizioni da parte di Pechino.  Il leader di Hong Kong, ovvero il Capo Esecutivo, è eletto da 1.200 membri della Commissione Elettorale, un corpo molto favorevole a Pechino e scelto solo dal 6% degli elettori ammessi al voto. Non tutti i 70 membri del corpo legiferante del territorio, il Concilio Legislativo, sono scelti direttamente dagli elettori di Hong Kong. Molti seggi non eletti direttamente sono occupati da parlamentari pro-Cina e alcuni membri eletti sono stati posti sotto divieto assoluto dopo che Pechino ha istituito una legislazione molto controversa che li ha in effetti svalutati di importanza.
Bisogna aggiungere che ancor oggi Hong Kong gode di libertà che non si riscontrano in Cina ma si tratterebbe di un patrimonio in termini di libertà e diritti che stanno sempre più restringendosi e scemando rispetto agli standard vissuti in epoche precedenti. I gruppi di attivisti che lottano a favore della difesa dei Diritti Civili hanno accusato la Cina di sminuire sempre più il ruolo decisionale autonomo di Hong Kong e di mettere sotto pressione artisti e scrittori in termini di auto-censura.
I manifestanti, ieri, riuniti dal Fronte civile per i diritti umani, hanno raggiunto Queensway ed hanno occupato le strade principali, Connaught Road Central e Connaught Road West, bloccando il traffico e costruendo barricate di legno. Una parte si è ritrovata davanti alla Corte di ultimo appello mentre un’altra è andata a colpire l’ufficio di collegamento di Pechino a Sai Ying Pun.  In assetto antisommossa, gli agenti di polizia di Hong Kong, hanno sparato gas lacrimogeni sui manifestanti lungo Connaught Road Central dopo scontri tra i contestatori e le forze dell’ordine che avevano minacciato l’uso di proiettili di gomma. Secondo il Chrf 430 mila persone hanno aderito alla protesa; per la polizia sono state, invece, solo 138 mila.
Già sabato c’era stata una marcia a sostegno della polizia, organizzata da una settantina di attivisti pro Pechino, alla quale, secondo gli organizzatori, si erano radunate 316 mila persone mentre secondo le forze dell’ordine 103 mila. Alcuni familiari di agenti di polizia hanno firmato una lettera aperta al capo del governo, Carrie Lam, per chiedere di non utilizzare i poliziotti per mettere fine alle proteste che continuano nonostante la Presidente abbia affermato pochi giorni fa che la controversa legge che avrebbe consentito l’estradizione verso la Cina continentale dei condannati o persone in attesa di giudizio in Aula ad Hong Kong, è «morta» e che il lavoro del suo Governo su questa specifica Legge è stato un «totale fallimento».
Le manifestazioni di protesta, che vanno avanti da alcune settimane ad Hong Kong hanno raggiunto l’ apice nella giornata del 1° luglio scorso, quando una frangia delle masse in strada ha fatto irruzione nella Sala principale del Governo di Hong Kong, il Consiglio Legislativo distruggendo i vetri dell’ingresso, spargendo vernice spray sul logo del Governo di Pechino e sui simboli della sua bandiera relativa alla Madre Patria ed hanno poi coperto tutto coi colori della precedente bandiera del periodo coloniale dell’Unione Britannica. Il 1° luglio non era data casuale, in quanto segnalava il ritorno di Hong Kong a Pechino, dopo il periodo di governo del Regno Britannico.

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