lunedì, Novembre 18

Hong Kong, le proteste e il gioco del rocchetto di Pechino Un terzo della popolazione in strada per manifestare. Non ci si fida delle istituzioni locali, si teme che Pechino voglia solo sospendere le cose e ritentare successivamente di far approvare la contestata legge sull’estradizione

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Le manifestazioni oceaniche di Hong Kong, soprattutto quelle di domenica 16 giugno, hanno portato in strada praticamente un terzo della popolazione nazionale. Non è però, solo una questione di carattere numerico, sebbene si tratti delle più imponenti manifestazioni tenutesi nel territorio a statuto autonomo (Regione Amministrativa Speciale è la dizione ufficiale), una volta colonia inglese.

Lo stato attuale delle cose, infatti, non è solo la constatazione di un primo step raggiunto, ovvero quello della sospensione del provvedimento di legge favorevole all’estradizione di fuggitivi che Pechino vorrebbe condannare o processare sul territorio della Madre Patria. Per questo fattore la Premier Carrie Lam ha chiesto pubblicamente scusa per i disordini che si sono verificati e sono in corso a Hong Kong. Sul piatto la Chief Executive (dizione che la dice lunga su chi Pechino ritiene debba realmente comandare a Hong Kong) aggiunge anche un elemento che dovrebbe raffreddare gli animi: «Domani la scarcerazione di Joshua Wong». Si tratta di un attivista leader del ‘Movimento degli Ombrelli Gialli del 2014 in persona. Ma -a Hong Kong- nessuno si fida di questi proclami né delle promesse. Conoscono bene il modo di procedere di Pechino, un po’ come il gatto col rocchetto del filo.

La marea scura, costellata da ombrelli colorati, una specie di citazione alla ‘Rivolta degli Ombrelli’ del 2014, punteggiata da cartelli con scritte ‘Non sparate sugli studenti’, ‘Lam dimettiti’, ‘Ritira la Legge’, ha caratterizzato lo scenario nervoso di Hong Kong da due settimane a questa parte. La proposta di Legge sull’estradizione così come richiesta e auspicata da Pechino, è ritenuta un ulteriore tentativo della Repubblica Popolare Cinese di dettar legge su tutto quello che ritiene essere il proprio territorio consustanziale e non solo il ‘giardino di casa’ come accade nel cosiddetto Mar Cinese Meridionale, dove pure non mancano frizioni e astio con numerose Nazioni (in questo caso non si tratta di Provincie del proprio territorio ma Paesi esterni come accade con Brunei, Filippine, Vietnam per citarne alcuni).

Sui cartelli dei manifestanti di Hong Kong sono apparse anche copie delle foto pubblicate dai media locali, dove appaiono chiaramente i poliziotti che spruzzano spray urticante verso giovani col volto coperto da maschere. I manifestanti invocano a gran voce alla chiamata alle proprie responsabilità anche nei confronti dei poliziotti e dei componenti delle Forze dell’Ordine che hanno applicato queste forme di sopruso violento nei loro confronti.

Carrie Lam si scusa, la legge è sospesa ma il timore diffuso tra la popolazione di Hong Kong e non solo tra i manifestanti scesi in strada, è che -non appena Pechino riterrà opportuno- all’improvviso il provvedimento di legge sull’estradizione possa essere nuovamente estratto dal cappello e ripresentato affinché sia ratificato.

Le proteste dei manifestanti vestiti di nero a Hong Kong sono seguite con particolare attenzione non solo dalla Madre Patria cinese ma anche dagli Stati Uniti che hanno conferito ad Hong Kong lo status di regione speciale -differente quindi da quello attribuito a Pechino- attraverso una specifica Legge del 1992. Non a caso, come dichiarato da Mike Pompeo a ‘Fox News’, se l’incontro bilaterale tra il Presidente USA Donald Trump e il Presidente cinese Xi Jinping nel corso del G20 di Osaka sia confermato, il tema dei Diritti Umani nell’area semi-autonoma di Hong Kong potrebbe essere tema di discussione. Anzi, Pompeo su questo si dice certo.

Il rilascio di Joshua Wong, figura chiave delle proteste di Hong Kong e dei movimenti affini, co-fondatore del partito Demosisto, 22 anni, è considerato solo un fattore depistante da parte dei manifestanti. Joshua Wong era stato messo in carcere per sei giorni agli inizi di luglio 2018 per il suo ruolo di leader delle proteste del 2014 che paralizzarono di fatto il Centro di Hong Kong per 79 giorni alla fine del 2014. A metà maggio scorso, però, era stato nuovamente condannato a due mesi di carcere. Il rilascio, dopo aver scontato metà della pena prevista, è atto ritenuto normale a Hong Kong per i detenuti che hanno mostrato buona condotta. La nuova condanna di maggio, quindi, viene vista dai manifestanti come un ulteriore atto prevaricatorio di Pechino mimetizzato come atto giuridico nei confronti di un agitatore che attenta alla stabilità del Paese.

A tutto questo si aggiunge il fatto che Carrie Lam, la quale certo non si era sottratta nel sostenere il processo politico di approvazione della legge sull’estradizione, nonostante le sue scuse pubbliche circa l’acrimonia delle manifestazioni in strada, forse soprattutto dopo aver presentato le sue scuse, viene oggi ritenuta scarsamente credibile e solo un tenue paravento delle reali intenzioni di Pechino. Lo stallo attuale non appare rassicurante ed il fatto che ci senta nuovamente sul punto di rottura non rasserena né gli animi dei cittadini di Hong Kong né quelli della Comunità internazionale. Bobo Tang, un giovane studente di 22 anni, ha dipinto chiaramente le cose con una sua verbale pennellata: «Non ha il coraggio di affrontare il pubblico. Sta solo cercando di creare una certa distanza tra sé ed il problema».

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