giovedì, Luglio 18

Hong Kong, “la legge sull’estradizione è morta. Il Governo ha fallito” La protesta però, continua. Non ci si fida delle parole del Governo di Hong Kong, tantomeno di quello di Pechino. Il ruolo determinante dei giovani

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Nella giornata di ieri, Carrie Lam, Capo Esecutivo di Hong Kong, ha affermato a proposito della controversa legge che avrebbe consentito l’estradizione verso la Cina continentale dei condannati o persone in attesa di giudizio in Aula ad Hong Kong, è «morta».

Anzi, durante una conferenza stampa tenutasi in pubblico nella giornata di ieri, la signora Lam ha affermato che il lavoro del suo Governo su questa specifica Legge è stato un «totale fallimento». Ma -allo stesso tempo- ha bloccato ogni discorso in merito ad alcuna affermazione che portasse alla luce la totale derubricazione del testo di legge dal calendario delle attività legiferative del Parlamento di Hong Kong. Da tutto questo è derivata la decisione dei movimenti che sono variamente scesi in strada per protestare per diverse settimane di continuare a pianificare altre proteste di massa.

La legge, infatti, è stata oggetto di proteste -anche vigorose- che hanno messo sotto scacco la città ed il Governo locale il quale aveva sospeso in via indefinita il testo del provvedimento.

«Vi sono però ancor oggi dei forti dubbi circa la reale sincerità del Governo e dei timori circa l’eventuale possibilità di riportare in essere il processo legiferativo presso il Consiglio Legislativo», ha affermato la signora Lam ai reporter giunti un po’ da ogni parte del Mondo. «Ecco perché ho dovuto ripetere ancora una volta che non vi è alcuna pianificazione in tal senso. La legge in questione è morta».

Le manifestazioni di protesta, che vanno avanti da alcune settimane ad Hong Kong hanno raggiunto un loro apice nella giornata del 1° luglio scorso, quando una frangia delle masse in strada ha fatto irruzione nella Sala principale del Governo di Hong Kong, il Consiglio Legislativo – appunto- distruggendo i pannelli di cristallo all’ingresso, spargendo vernice spray sul logo del Governo di Pechino e sui simboli della sua bandiera relativa alla Madre Patria ed hanno poi coperto tutto coi colori della precedente bandiera del periodo coloniale dell’Unione Britannica. Il 1° luglio non era data casuale, in quanto segnalava il ritorno di Hong Kong a Pechino, dopo il periodo di governo del Regno Britannico.

Hong Kong è stata colonia britannica per più di 150 anni, parte di essa, l’Isola di Hong Kong, fu ceduta al Regno Unito dopo una guerra condotta nel 1842. Successivamente la Cina ha ceduto anche il resto di Hong Kong, i cosiddetti Nuovi Territori, al Regno Britannico per la durata di 99 anni. Nel tempo, è diventata un importante snodo commerciale, una sede portuale strategica e la sua economia ha vissuto un pieno boom negli Anni ’50, diventando al contempo anche un hub di rilevante livello in quanto a sede manifatturiera. Il suo territorio poi, divenne importante e punto di riferimento per i vari migranti e dissidenti che volevano sfuggire alla instabilità ed alla povertà della Cina continentale, quindi molte persone fuggirono dalla Cina sia per la povertà sia per le persecuzioni in atto nella madre patria cinese.

Bisogna aggiungere che ancor oggi Hong Kong gode di libertà che non si riscontrano in Cina ma -secondo i critici locali- si tratta di un patrimonio in termini di libertà e diritti che stanno sempre più restringendosi e scemando rispetto agli standard vissuti in epoche precedenti. I gruppi di attivisti che lottano a favore della difesa dei Diritti Civili hanno accusato la Cina di sminuire sempre più il ruolo decisionale autonomo di Hong Kong, come accade -essi citano- con l’apparato legiferante che ha via via sempre più squalificato i parlamentari di Hong Kong pro-Democrazia. Essi sono stati inoltre messi in grave apprensione con altri provvedimenti come la scomparsa delle librerie di Hong Kong e dal fatto che un tycoon locale che era scomparso da tempo da Hong Kong e che è riapparso improvvisamente ma in custodia in territorio cinese continentale. Gli artisti e gli scrittori affermano un po’ tutti di essere in sempre maggior stato di pressione in termini di auto-censura ed un giornalista del Financial Times ha ricevuto espresso divieto di far ingresso ad Hong Kong dopo aver ospitato un evento al quale aveva partecipato un attivista che lotta a favore dell’indipendenza.

Un altro terreno di scontro è quello riguardante la riforma democratica. Il leader di Hong Kong, ovvero il Capo Esecutivo, attualmente è eletto da 1.200 membri della Commissione Elettorale, un corpo grandemente pro-Pechino scelto solo dal 6% degli elettori ammessi al voto. Non tutti i 70 membri del corpo legiferante del territorio, il Concilio Legislativo, sono scelti direttamente dagli elettori di Hong Kong. Molti seggi non eletti direttamente sono occupati da parlamentari pro-Pechino. Alcuni membri eletti sono stati posti sotto divieto assoluto dopo che Pechino ha istituito una legislazione molto controversa che li ha in effetti svalutati di ruolo e rilevanza.

Vi è poi anche una motivazione di tipo antropologico-culturale. Mentre molte persone ad Hong Kong sono di etnia cinese, e sebbene Hong Kong è parte ormai della Cina, la maggior parte della popolazione locale non si auto-definisce cinese.

Alcune ricerche prodotte dall’Università di Hong Kong mostrano che molte persone si identificano come ‘hong-konghesi’, solo l’11% potrebbe auto-definirsi  ‘cinese’ ed il 71% delle persone afferma che non si sente fiero nell’essere cittadino cinese. La differenza diventa particolarmente pronunciata quando si analizza la fascia giovanile. «Più erano giovani coloro che hanno risposto al questionario e meno si sentivano fieri di essere diventati cittadini cinesi e più apparivano negativi verso le politiche del Governo Centrale su Hong Kong», riporta il programma di analisi e studio della pubblica opinione dell’Università.

E sono proprio i giovani la parte più ampia della differenza tra la vasta mole e potenza delle proteste del 2019 causate dalla Legge sull’estradizione in Cina rispetto all’ondata dell’Occupy Central, la colorata congerie degli Ombrelli Gialli del 2014 che terminò senza alcuna concessione da parte del Governo.

Questa volta i giovani sono stati -tra i 17 e i 21 anni soprattutto- la punta di diamante delle proteste che hanno spinto all’angolo sia il Governo di Hong Kong sia quello di Pechino.

Le più recenti dimostrazioni contro la discussa e criticata legge sull’estradizione che consentirebbe a persone di Hong Kong di essere estradate verso la Madre Patria cinese ha condotto il Governo a scusarsi e porre una pausa ai propri piani, praticamente a ricusare le proprie decisioni in tal merito.

I giovani si sono opposti ai gas lacrimogeni, alle cariche della Polizia ed ai suoi manganelli, agli idranti e persino ai proiettili di gomma mandando a monte molto probabilmente anche i possibili piani futuri per l’occupazione. Questa è la differenza.

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