venerdì, Settembre 18

Hong Kong e questione uigura: Washington alza il tiro L'amministrazione Trump eleva il tono del duello con Pechino

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Nei giorni scorsi, la Camera statunitense ha votato, con una maggioranza schiacciante composta da ben 407 rappresentanti contro 1, una normativa che si propone di imporre sanzioni su una serie di alti funzionari cinesi legate a presunte violazioni dei diritti umani perpetrate contro la minoranza uigura, residente in forte prevalenza nella cruciale e strategica macroregione dello Xinjiang. Il pronunciamento si configura come un ulteriore inasprimento della legislazione passata lo scorso settembre al Senato, e per la prima volta contiene un’esplicita esortazione alla Casa Bianca ad adottare misure punitive nei confronti di membri del Politburo cinese.

Più nel dettaglio, la mozione approvata dalla Camera incarica la Casa Bianca a sottoporre all’attenzione del Congresso entro un arco temporale non superiore ai 120 giorni una ‘lista nera’ di funzionari cinesi ritenuti responsabili della perpetrazione di abusi nei confronti del ceppo etnico islamico e turcofono. Il Dipartimento di Stato, dal canto suo, sarà invece tenuto a stilare e presentare a senatori e rappresentanti un rapporto dettagliato in cui si faccia il punto della situazione in Xinjiang. In base ad esso il Congresso deciderà se imporre o meno le sanzioni, comprensive di restrizioni all’export di materiali e attrezzature necessarie alla sorveglianza e alla gestione dei cosiddetti ‘campi di rieducazione’ allestiti in Cina dove a detta degli Usa sarebbero rinchiusi circa un milione di uiguri. Attualmente, i promotori del disegno di legge sono al lavoro per accelerare i tempi affinché il Senato dia il suo nulla osta definitivo e ne decreti così l’entrata in vigore prima della pausa di fine anno.

Il provvedimento si situa palesemente nel medesimo solco tracciato dal Congresso nei giorni precedenti con l’approvazione di un provvedimento sotto molti aspetti analogo a favore dei manifestanti di Hong Kong, che assegnava alla Casa Bianca il compito di redigere un rapporto annuale per far luce sul grado di osservanza, da parte del governo centrale di Pechino, dell’autonomia di cui l’ex colonia britannica gode dal 1997, autorizzandolo a comminare sanzioni contro istituzioni e individui ritenuti responsabili di eventuali violazioni delle libertà garantite dalla costituzione di Hong Kong. Donald Trump, che aveva a propria disposizione dieci giorni di tempo per decidere se promulgare la legge o porre il veto, aveva manifestato di primo acchito l’intenzione di fornire l’avallo necessario, salvo poi innestare la retromarcia in nome della necessitò di non pregiudicare le trattative con la Cina finalizzate al raggiungimento di un accordo di massima sul commercio. Senonché, nell’arco delle ore immediatamente successive, il tycoon newyorkese varò un ulteriore cambio di registro apponendo la propria firma sulla legge approvata dalla Camera dietro forti sollecitazioni di alcuni alti esponenti del suo partito, a partire dal senatore Ted Cruz.

Di fatto, l’Hong Kong Human Rights and Democracy Act of 2019 si configura come una versione aggiornata e corretta dell’United States-Hong Kong Policy Act del 1992 andando a definire le traiettorie di politica estera statunitense nei confronti dell’ex colonia in una direzione  alquanto ostile nei confronti della Repubblica Popolare Cinese. Tanto più che il provvedimento è stato accompagnato da una misura addizionale che proibisce la vendita di dispositivi anti-sommossa (gas lacrimogeni, proiettili di gomma, ecc.) alla polizia di Hong Kong.

Dal canto suo, il governo di Pechino ha reagito alle iniziative statunitensi ribadendo la sovranità cinese su Hong Kong e il fatto che i problemi riguardanti l’ex colonia e i rapporti con la minoranza uigura rappresentano affari interni al Paese. Allo stesso tempo, l’apparato dirigenziale dell’ex Celeste Impero ha convocato l’ambasciatore statunitense esortando l’amministrazione Trump a correggere sensibilmente il tiro, pena l’inevitabile, netto peggioramento delle relazioni bilaterali. La Cina potrebbe infatti elevare a sua volta il tono dello scontro, non solo disertando le prossime aste dei titoli di Stati Usa, ma imprimendo una brusca accelerata al processo di ‘scaricamento’ dei Treasury Bond statunitensi in proprio possesso, oltre ad abbandonare il tavolo delle trattative a cui i negoziatori cinesi e statunitensi sono ormai seduti da molti mesi nel tentativo di trovare un compromesso che comporti un disgelo sui dazi.

È possibile che sia stata proprio la presa di posizione cinese ad indurre Trump a riconoscere che la cosiddetta ‘fase uno’ delle trattative con Pechino potrebbe non essere raggiunta prima delle prossime elezioni presidenziali, cosa che ha provocato forti scossoni sui mercati finanziari internazionali.

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