venerdì, Settembre 18

Honduras: la marcia dei migranti verso gli Stati Uniti Violenza e povertà hanno spinto oltre 1.300 persone a lasciare il Paese

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Dal 13 ottobre scorso, migliaia di persone si sono messe in marcia da San Pedro Pula, in Honduras, con l’intenzione di raggiungere gli Stati Uniti, e persino il Canada, in modo da potersi garantire una vita migliore.

Erano oltre 1.300 le persone che, inizialmente, avevano intrapreso questo lungo cammino, tra le quali molte famiglie con bambini. Come riporta ‘El Pais’ «durante il fine settimana sono stati visti dormire in tende, centri sportivi, macchine e cucinare tortillas in grandi quantità per sfamare la comunità». Ad oggi, invece, secondo le Nazioni Unite, sarebbero circa 3.000 i migranti honduregni desiderosi di varcare i confini statunitensi.

La notte di lunedì, la carovana, ribattezzataMigrant Walk’, ha passato il confine di Agua Caliente e si è diretta verso Esquipulas, in Guatemala, un altro Paese centroamericano non esente da problemi socio-politici. Una volta all’interno dei confini guatemaltechi, i migranti sono stati accolti dai volontari di una chiesa che hanno distribuito panini e piatti di pasta. Poco dopo il loro arrivo, almeno tre persone – tra cui due bambini – sfinite tra stanchezza e disidratazione dopo ore di cammino e attesa sotto il sole cocente, sono state caricate su delle ambulanze.

Dopo aver appreso dell’esodo di migliaia di migranti verso gli USA, il Presidente americano Donald Trump ha minacciato di tagliare i finanziamenti per gli aiuti ad Honduras, Guatemala ed El Salvador, così come aveva fatto già ad aprile scorso, quando si era venuta a creare una situazione simile, con molti migranti centroamericani in rotta verso i confini nordamericani. Assistenza finanziaria che, per l’Honduras, ammonterebbe a 65.750.000 di dollari.

«Oggi abbiamo informato i paesi dell’Honduras, del Guatemala e di El Salvador che, se consentono ai loro cittadini, o altri, di viaggiare attraversare i loro confini e arrivare fino agli Stati Uniti, con l’intenzione di entrare illegalmente nel nostro Paese, tutti i pagamenti a loro effettuati saranno sospesi», ha ribadito prepotentemente Trump attraverso il suo account Twitter, che ha rincarato la dose qualche ora dopo, dicendo, in ottica propagandistica, in riferimento alle prossime elezioni di medio termine, che «i repubblicani devono rendere le orrende, datate e deboli leggi sull’immigrazione ed i confini, parte delle elezioni di Midterm!».

Intanto il Governo honduregno sta scoraggiando le partenze e, tramite un video postato su YouTube, l’Ambasciatrice americana in Honduras, Heide Fulton, ha voluto lasciare un messaggio diretto ai migranti: «Per favore ritornate al vostro Paese. State venendo ingannati con false promesse da parte dei leader con fini politici e criminali. A loro non importa la vostra sicurezza ed il vostro benessere. Come ha detto il Presidente Trump, ogni persona che entrerà illegalmente negli Stati Uniti sarà arrestata e dopodiché deportata. Se stai pensando di intraprendere il pericoloso viaggio, non lo fare».

Per far fronte alla vicenda sono stati avviati i contatti tra le autorità statunitensi e quelle guatemalteche, le quali non hanno ancora fornito una stima delle dimensioni della carovana. Dopo una telefonata con il vicepresidente americano, Mike Pence, il Presidente guatemalteco, Jimmy Morales, ha rafforzato la sicurezza al confine con l’Honduras schierando membri della Polizia Civile Nazionale con il compito di impedire il passaggio alle persone sprovviste di regolare documentazione. «Siamo in costante comunicazione con il Presidente Juan Orlando Hernández [Presidente dell’Honduras, ndr] per pensare a un ritorno più confortevole, fattibile e umano per coloro che vogliono tornare», ha dichiarato Morales, il quale di certo non vuole rischiare di perdere i finanziamenti americani.

Nonostante le minacce e gli avvertimenti, altri migranti honduregni hanno tentato ad unirsi alla carovana nella giornata di ieri. In serata, invece, un primo gruppo di migranti è riuscito a raggiungere Città del Guatemala, sistemandosi in un rifugio apposito, oppure in una scuola elementare, dove hanno passato la notte su materassi gonfiabili in attesa di proseguire verso il Messico. In base ad accordi regionali, i migranti centroamericani possono muoversi all’interno dei vari Paesi caraibici solo muniti di carte d’identità nazionali, ma per entrare in Messico è necessario un visto, precauzione adottata dal Governo messicano al fine di «evitare che tali persone diventino vittime delle reti di traffico di esseri umani», ha detto il Ministro degli Esteri messicano in una dichiarazione. Per tale ragione, 244 agenti della Polizia Federale messicana sono stati disposti lungo il confine con il Guatemala, presso la città di Tapachula.

Come riporta il quotidiano honduregno ‘La Tribuna’, la Commissione Nazionale dei Diritti Umani (CNDH) del Messico ha chiesto alle autorità federali e al Governo dello Stato del Chiapas di salvaguardare i diritti umani degli honduregni. Il CNDH ha preteso azioni immediate ed ha stabilito luoghi per l’alloggio, il cibo, cure mediche e psicologiche per i migranti. Intanto, il Presidente messicano – ancora non in carica – Andrés Manuel López Obrador ha detto che il Governo ha «informazioni su ciò che sta accadendo in America Centrale e la nostra posizione è quella di affrontare il fenomeno migratorio con lo sviluppo, con il lavoro ed il benessere», problema che non va affrontato «solo con le deportazioni o con le misure di forza, ma offrendo opzioni».

Ma perché gli honduregni vogliono lasciare il loro PaeseL’argomentazione data dagli stessi migranti è sostanzialmente duplice: la paura della violenza da parte delle gang e la povertà. In uno degli striscioni lungo la carovana si legge ‘non ce ne andiamo, ci stanno buttando fuori’. In un rapporto del Norwegian Refugee Council (NRC) si evince che quasi una persona su cinque in Honduras, vive con meno di 1,90 dollari al giorno, dato da condividere con guatemaltechi e salvadoregni. La maggior parte degli sfollati vive nella povertà e sotto la continua minaccia di violenze e violazioni dei diritti umani. Secondo la Banca Mondiale, quasi l’80% della popolazione di età inferiore ai 15 anni in Honduras e El Salvador vive in povertà. Secondo l’indice di percezione della corruzione 2017, redatto da Transparency International, su 180 Paesi esaminati, l’Honduras è posizionato al 135° posto, con un tasso di legalità molto basso, 29 punti su 100.

Come riporta Human Right Watch, l’impunità per le violazioni dei diritti umani è la normalità in Honduras. Gli sforzi per riformare le istituzioni responsabili della sicurezza pubblica hanno fatto pochi progressi. Indeboliti dalla corruzione e dagli abusi, la magistratura e la Polizia rimangono in gran parte inefficaci. La violenza si ritorce soprattutto contro giornalisti, attivisti contadini e omosessuali.

Il contesto post-elettorale – che nel novembre scorso ha visto trionfare per la seconda volta Hernandez (42,95% dei consensi) a discapito del leader socialdemocratico Salvador Nasralla (41,24%) – non ha aiutato certamente a stabilizzare la situazione sociale, dato che è stato caratterizzato da violenti proteste, per presunti brogli, che sono durate mesi e hanno portato a scontri tra forze dell’ordine e civili, con conseguenti morti e feriti.

Dal 2010, l’Honduras ha avuto uno dei più alti tassi di omicidi nel mondoNel 2011, il tasso di omicidi era di 86,5 per 100.000 abitanti e l’Honduras era stato soprannominato la ‘capitale assassina del mondo’. Da allora, il tasso è sceso gradualmente ogni anno, con 42 omicidi per ogni 100.000 abitanti attestati nel 2017.

Nel 2014, secondo un report stilato da InSightCrime e dalla ASJ (Associasión para una Sociedad más Justa), San Pedro Pula –la città da dove è partita la Migrant Walk- è stata definita la città più pericolosa del mondo, con un tasso di 142 omicidi ogni 100.000 abitanti, quasi il doppio della capitale Tegucigalpa ferma, ‘solamente’, ad 81.

Questo alto tasso di criminalità è dovuto soprattutto alla presenza nel Paese di violente gang, tra cui le più famose e feroci sono la MS13 e la Barrio 18. Entrambe hanno una struttura gerarchica, ma, data la natura delle loro operazioni, che coprono un vasto territorio, a molti leader è lasciata una relativa autonomia per poter esercitare al meglio la loro influenza nelle aree controllate.

La proliferazione di queste bande è iniziata sul finire degli anni ’90, quando gli Stati Uniti hanno aumentato la deportazioni di ex-detenuti, appartenenti appunto alla MS13 e alla Barrio 18, in terra honduregna. Nei primi anni 2000, poi, queste due gang, insieme a molti altri gruppi locali, hanno intrapreso una lunga e sanguinosa battaglia per il controllo dei territori.

Le gang in lotta fra loro costringono le persone a lasciare le loro case o la loro terra, così sradicano gli avversari e stabiliscono il loro dominio. Le case abbandonate servono come zone cuscinetto nei territori contesi e come punti di controllo strategico. In alcuni casi, le famiglie sono costrette a lasciare le case in modo che le bande possano costituire una base per la gestione di droghe o il controllo del traffico del quartiere. Inoltre, le bande usano le abitazioni abbandonate come ‘casas locas’, edifici dove vengono detenute, torturate, violentate e uccise le vittime dopo i rapimenti.

Dato l’alto tasso di corruzione, anche molti elementi delle forze di Polizia sono collegati alla criminalità organizzata. Si è scoperto che nel 75% dei casi di omicidi vengono usate le pistole, molte delle quali provengono da scorte della Polizia e dei militari honduregni. Il personale militare e di Polizia, infatti, può prelevare armi e munizioni dal magazzino e venderle sul mercato nero. Dato che non vi è un sistema trasparente per registrare e tenere traccia delle armi sequestrate e persino acquistate legalmente, il rivenditore può vendere qualsiasi arma, in qualsiasi quantità e a chiunque, senza essere ritenuto responsabile.

Violenza, che sfocia poi in corruzione, e povertà, dunque, sono le motivazioni che stanno spingendo migliaia di honduregni a lasciare il Paese. Basterà la minaccia da parte di Trump di sospendere i 65.750.000 di dollari di aiuti finanziari a fermare l’esodo? Ma siamo certi che quei soldi, data la situazione sociale, finiranno esclusivamente nelle mani giuste?

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