mercoledì, Maggio 22

Hillary Clinton e le colpe della crisi in Libia

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Recentemente, alcuni ufficiali in pensione facenti parte della Citizen Commission on Benghazi (Ccb), un gruppo di lavoro che si è prefissato come scopo quello di far luce sull’oscura vicenda dell’attacco al consolato Usa di Bengasi dell’11 settembre 2012 (che costò la vita all’ambasciatore Christopher Stevens, a un suo assistente e a due guardie del corpo incaricate di proteggere il corpo diplomatico), hanno portato alla luce numerose prove che inchiodano Hillary Clinton alle sue schiaccianti responsabilità.

La Ccb racconta di aver raccolto la testimonianza del vice-ammiraglio Chuck Kubic, il quale ha rivelato che nel marzo del 2011 – e quindi subito dopo l’inizio dell’aggressione militare alla Libia – aveva organizzato un incontro tra gli emissari di Muhammar Gheddafi e il generale Carter Ham, che allora ricopriva l’incarico comandate in capo del Comando Africa (Africom). Kubic ha raccontato che al tavolo negoziale il generale Ham richiese ai propri interlocutori una prova utile ad appurare che stessero effettivamente trattando in qualità di rappresentanti della Jamahiriya Libica. Gli Stati Uniti chiesero quindi ai negoziatori libici di ordinare un’evacuazione del personale militare da Bengasi, ottenendo, nel giro di poche ore, il pronto ritiro delle truppe libiche dalla città cirenaica. Comprovata la buona fede dei propri interlocutori, il generale Ham ritenne del tutto attendibili le loro informazioni circa la disponibilità di Gheddafi a dimettersi a patto che venissero scongelati i suoi beni sottoposti a sanzione e che una forza militare internazionale si insediasse per impedire la presa del potere dei jihadisti. Acconsentì quindi a sottoscrivere un documento che sanciva una tregua di 72 ore per permettere ai funzionari della Jamahiriya Libica di implementare l’iter burocratico necessario a garantire una rapida e indolore uscita di scena di Gheddafi.

Non appena Ham ebbe finito di trasmettere il contenuto dei colloqui al Dipartimento di Stato, una telefonata del Segretario in persona sconfessò l’accordo che lo stesso Africom si era impegnato a sottoscrivere e ad onorare. Una dettagliata ricostruzione del ‘Washington Times’, basata su telefonate tra ufficiali della Difesa, un congressista del Partito Democratico e Saif Gheddafi (figlio di Muhammar), conferma tutto ciò, evidenziando che l’incontro organizzato da Chuck Kubic era un’iniziativa presa dal Pentagono in maniera indipendente dal Dipartimento di Stato, che era apparso molto più oltranzista dei militari riguardo alla questione libica. Le registrazioni dimostrano che fu l’ammiraglio Mike Mullen, allora Capo di Stato Maggiore congiunto, a conferire a Kubic l’incarico di sondare il terreno con esponenti del regime di Gheddafi, dopo aver appurato che i rapporti che la Cia e il Dipartimento di Stato avevano redatto per conto della Casa Bianca erano clamorosamente tendenziosi, esagerati e del tutto inadeguati a riflettere la realtà fattuale libica – si pensi alla bufala relativa ai 10.000 morti causati dai bombardamento ordinati da Gheddafi circolata nel febbraio 2011. La tesi di Mullen era solidamente supportata sia da Human Rights Watch, che per bocca del direttore esecutivo per il Medio Oriente Sarah Leah Whitson aveva dichiarato al giornale statunitense che le atrocità compiute fino a quel momento erano limitate e «del tutto insufficienti a far pensare ad un genocidio imminente», sia, successivamente, da Amnesty International, che in un report del settembre 2011 avrebbe rivelato che anche i ribelli si erano macchiati di crimini quali torture, esecuzioni sommarie, rapimenti di lavoratori stranieri a fini di riscatto, ecc. La stessa intelligence del Pentagono era stata in grado di dimostrare che Gheddafi aveva impartito alle forze armate l’ordine di evitare di colpire i civili allo scopo specifico di evitare interventi militari internazionali. Da ciò si evince che il Dipartimento di Stato guidato da Hillary Clinton cospirò assieme alla Cia, consegnando alla Casa Bianca informative parziali e destituite da qualsiasi fondamento al fine di spingere un recalcitrante Presidente Obama a decretare la discesa in campo a fianco di Francia e Gran Bretagna. Contro il parere del Pentagono, che aveva anche acceso i riflettori sulle possibili ripercussioni sulla stabilità areale di un intervento armato contro un regime che, tra le altre cose, era in grado di garantire un’occupazione a circa 2 milioni di lavoratori stranieri.

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