giovedì, Ottobre 29

Hikikomori in Italia: perché i giovani si rinchiudono in casa? Le ragioni del fenomeno analizzate da Francesco Mattioli, professore ordinario di Sociologia presso l’Università degli Studi di Roma ‘La Sapienza’

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C’è un parallelismo tra gli Hikikomori italiani e quelli giapponesi?

Direi di no perché, a mio avviso,  si tratta di culture molto differenti. Per quanto, ormai, siamo certi che  il processo di globalizzazione abbia standardizzato molti comportamenti e molte motivazioni, io non credo che si possa arrivare a questo tipo di comparazione anche perché la cultura giapponese è strana, quasi schizofrenica. Da un lato, è estremamente urbanizzata ma anche molto metropolitanizzata, per cui anche il vissuto individuale in un contesto di metropoli rischia un maggiore estraniamento e, di conseguenza, un’alta possibilità di chiudersi in se stessi.  Ci sono stati alcuni casi mortali di ragazzi che hanno danneggiato la propria salute restando davanti a un pc o un videogiochi. D’altronde, si tratta di una società con fortissimi elementi etico-meditativi per cui c’è una capacità di alcuni individui di meditare; pertanto, è difficile standardizzare. Certo è che i giovani italiani vivono in contesti differenti, c’è un tessuto primario più vivo. C’è un referente socio-culturale differente, per certi versi, e le forme dell’associazionismo sono diverse per quanto oggi in posizione molto precaria. Non mi sento di fare dei paralleli da questo punto di vista. Direi che, in Italia, il fenomeno di cui stiamo parlando colpisce perché è molto strano e molto poco prevedibile in una società come la nostra. Anche se l’Italia è la patria del familismo e potremmo pensare che sia la tutela della famiglia a portare a questi effetti.  Il contesto familiare ha subito moltissime trasformazioni, anche nelle roccaforti del familismo (come ad esempio il Meridione). Non mi azzarderei a dare una rilevanza a questo fenomeno più di quella che gli si dovrebbe dare. Ci sono altri fenomeni più gravi e più interessanti sociologicamente parlando, ossia da un lato la cultura del ‘qui e ora’ e la polarizzazione delle prospettive nel mercato del lavoro, quasi con la dannazione della normalità. Questo lo riscontriamo anche nei social con i profili falsi di gente che non vuole apparire troppo normale, cerca una rivalsa online dalle accuse di normalità da parte di una società intollerante ai normali. La normalità è considerata, oggi, sia una beffa sia un’ipoteca ideologica.

Quali sono le differenze del fenomeno nei due Paesi?

Le differenze derivano dal diverso stile di vita e di società. Il Giappone presenta una società molto avanzata dal punto di vista metropolitano, in cui ci si sente  più soli e si sperimenta un elevato tenore tecnologico che consente una maggiore sufficienza da ogni punto di vista. In Italia credo che il fenomeno Hikikomori non sia molto diffuso, ma fa molta impressione perché siamo abituati a fronteggiare altri problemi. Anche da un punto di vista quantitativo non credo che sia un dato di ricerca particolarmente ampio, perché anche coloro che fanno molti sforzi per trovare lavoro si dichiareranno sempre in cerca di lavoro a meno che non vivano di rendita.

Il diffondersi dei social network, e il relativo isolamento causato dall’uso eccessivo degli stessi, può essere annoverato fra le cause dell’acuirsi della condizione di Hikikomori?

Certamente, si riesce ad avere una rete di comunicazione ampia anche standosene in casa senza scendere al muretto come si faceva una volta. Ormai, si è creato una sorta di ‘muretto virtuale’ per cui si può governare questa rete di amicizie addirittura stando seduti in poltrona con  uno smartphone in mano. Questo atteggiamento è correlato, nuovamente, alla tendenza dei giovani a guardare al ‘qui e ora’. Del resto sono i Millennials portatori di una cultura, di una graduatoria di cose importanti differenti da quelle degli adulti. Non seminano o investono perché non sono abituati a seminare e investire, se lo fossero starebbero molto più attenti nella loro condotta individuale. Del resto,  certi atteggiamenti sono stati insegnati da noi adulti.

Quanto incide la crisi economica sul dilagare del fenomeno Hikikomori in Italia?

È il discorso più semplice. È chiaro che in un momento di crisi economica, dove le prospettive di lavoro sono minori e, di conseguenza, impera la lotta per la sopravvivenza, è più facile restare delusi, restare indietro e sentirsi  talmente normali da autoescludersi dalla società che ci ignora. Se noi ci limitiamo all’equazione ‘i ragazzi restano in famiglia e non lavorano perché c’è la crisi e non riescono a trovare lavoro’, credo che l’informazione resti a livello grossolano. In tal modo, perdiamo la dimensione più fine, più recondita e, forse, più grammatica che si nasconde dietro. Da un lato, questa tendenza dei giovani a guardare soltanto al momento con la cultura della simultaneità e anche l’ideologia della meritocrazia ad ogni costo che, in qualche modo, blocca le prospettive dei normali e di coloro i quali che, per qualsiasi motivo, non sono cercati o assistiti.

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