giovedì, Aprile 25

Hezbollah: si avvicina il conflitto con Israele? Intervista a Lorenzo Forlani, corrispondente dal Libano per l’Agi e analista specializzato in Medio Oriente

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Qual è l’attuale situazione sulle alture del Golan?

Le alture del Golan appartengono de iure alla Siria, ma sono state occupate militarmente dagli israeliani, che nel 1980 hanno proceduto alla sua annessione unilaterale e non riconosciuta dalle Nazioni Unite,  anzi l’hanno condannata ufficialmente con la risoluzione 497. Sia secondo analisti israeliani che secondo una parte degli apparati di sicurezza di Hezbollah, la prossima guerra tra Israele ed il Partito di Dio ha buone chances di consumarsi proprio nel Golan.

Israele ha sempre avuto come acerrimi nemici sia Hezbollah che Teheran naturalmente. Perché ultimamente si sta surriscaldando il clima nel Golan? E perché si stanno riaccendendo le tensioni tra Israele ed Hezbollah? Che ruolo gioca, a tal proposito, Teheran?

Lo status giuridico del Golan è disallineato rispetto alla realtà. Il clima si è surriscaldato anche perché durante il conflitto siriano la parte siriana del Golan è stata a lungo sotto il controllo di movimenti jihadisti. La tensione tra Israele ed Hezbollah è invece ai massimi storici sin dal 2006: su entrambi i fronti si discute apertamente del ‘quando e dove’ inizierà una guerra, non più del ‘se’. Israele ha fatto sapere che – viste le dichiarazioni sopracitate del Presidente libanese Aoun a proposito delle milizie di Hezbollah – se scoppiasse un nuovo conflitto le IDF riterrebbero responsabile, e quindi obiettivo militare, tutto il Libano (e il suo Governo). Avigdor Liebermann ha affermato di essere disposto a ‘riportare il Libano all’età della pietra’. Israele è conscia del fatto che Hezbollah ha aumentato esponenzialmente la propria capacità militare partecipando al conflitto siriano, ed anche per questo nel 2017 ha condotto due esercitazioni militari imponenti: la prima sui monti Tadros – che ricordano morfologicamente il sud del Libano – a Cipro (per la prima volta una esercitazione israeliana ha visto la partecipazione di militari stranieri non americani) lo scorso giugno; la seconda meno di un mese fa in territorio israeliano, durata dieci giorni e considerata la più imponente negli ultimi 20 anni. Hezbollah, da parte sua, è convinta dell’attualità del progetto israeliano di espandersi a nord (la ‘Grande Israele’), e ha percepito in questo senso i raid di Tel Aviv in Siria. Secondo fonti locali riservate, all’interno del Partito di Dio – che negli ultimi anni è divenuto più indipendente ed autosufficiente rispetto a Teheran, con cui ovviamente condivide visioni e strategie – prevalgono due filoni di pensiero: gli analisti e i think tank vicini al Partito sono convinti che Israele attaccherà il Libano nel Golan e nel sud del Libano; molti dei quadri militari, invece, ritengono verosimile un attacco direttamente su Beirut. La pensa in quest’ultimo modo anche il giornalista libanese Ramy G. Khouri, che lo ha scritto sul Daily Star.

In relazione al binomio Tel Aviv- Hezbollah, quali potrebbero essere  le reazioni degli attori internazionali e regionali, qualora si riaccendessero ulteriormente le tensioni? Quale sarebbe, in particolare, il ruolo di Teheran e Riyad? Quale invece quello di Mosca e Washington?

E’ difficile dirlo, dipende soprattutto dalla tempistica. Riyad recentemente si è avvicinata molto a Tel Aviv, con cui d’altronde condivide il ruolo di principale alleato regionale di Washington. Allo stesso tempo, i due Paesi sono ,forse mai come ora – anzi, paradossalmente oggi è più Riad che ‘traina il carro’ -, ai ferri corti con Teheran. Se scoppiasse un conflitto, tuttavia, è largamente inverosimile sia un coinvolgimento diretto dell’Arabia Saudita che quello di Teheran. Più possibile quello americano, se ce ne fosse bisogno. Ma oltre che dalla tempistica, molto dipenderà anche dal tipo di conflitto che esploderà, e in che aree avrà luogo. Quello di Mosca è un ruolo interessante e ambiguo, perché Putin sembra voler tenere i piedi in tutte le staffe, mantenendo comunque le carte abbastanza coperte. Il Cremlino è, infatti, alleato di Teheran, le truppe russe hanno indirettamente collaborato con Hezbollah in Siria, ma solo la settimana scorsa Re Salman è andato in Russia dove ha firmato accordi militari per un valore di oltre 3 miliardi di dollari, e nei mesi scorsi ha incontrato più volte sia il Presidente egiziano, Al Sisi,  sia il Primo Ministro israeliano, Benjamin Netanyahu. Per la prima volta, sembra che Mosca possa avere una importante voce in capitolo in un eventuale scenario degenerativo, forse la più importante tra quelle esterne. Resta, comunque, da vedere in quale veste si proporrà la Russia,  se come ‘mediatore’, o come ‘fomentatore’, ma al momento non ci sono elementi concreti per capirlo.

Quale sarebbe, secondo lei, un prospetto futuro a breve e a lungo termine nell’area? Hezbollah continuerà ad essere presente in Siria e nel Golan? L’Iran si sta veramente costruendo un corridoio di ‘Paesi sciiti amici’ che, partendo da Teheran, arrivi fino in Israele?

Difficile dirlo, soprattutto nel lungo termine, vista l’imprevedibilità delle dinamiche in quest’area. Se dovessimo menzionare un fronte che potrebbe aprirsi a breve, il Libano sarebbe il primo indiziato. La questione dello Shia crescente a guida iraniana andrebbe chiarita una volta per tutte, chiamando in causa anche una questione di mutua percezione. Per Israele, l’Iran ricerca appunto una continuità territoriale e ‘logistica’ che da Teheran arrivi a Beirut, attraverso le alleanze con Baghdad, Damasco e ovviamente Hezbollah, e che mira alla distruzione della stessa Israele; l’Arabia Saudita teme tanto il soft quanto l’hard power di Teheran, che rimane il suo principale competitor regionale; Washington, alleato dei primi due, vorrebbe preservare gli attuali equilibri, che vedono l’Iran ancora su un piano di rilevanza geopolitica secondaria rispetto a Riyad e Tel Aviv, ‘reggenti’ degli interessi regionali americani nell’area, ai quali Teheran spesso si oppone, nel timore di un accerchiamento. E’ utile ricordare che l’opzione del ‘regime change’ – tramite intervento militare o indirettamente, come accaduto in passato anche in Iran, con il colpo di stato ai danni di Mossadegh nel 1953 – a Washington è apertamente valida sin dal 1979, a prescindere dalle amministrazioni. Gli iraniani ne sono consci e percepiscono ogni movimento attorno ai propri confini (ci sono più di 50 basi americane nei Paesi confinanti con l’Iran) come funzionali a eventuali progetti di ingerenza o di attacco alla propria sovranità e interessi regionali. Teheran – non solo perché le sue truppe e i suoi comandanti sono stati fondamentali nella guerra al terrorismo qaedista e dell’Isis – vuole assicurarsi anzitutto il riconoscimento del suo ruolo di potenza regionale primaria (anche in virtù della sua rilevanza demografica, economica, culturale e militare), e non elemento di contorno o “ancella” di potenze mondiali; poi, memore soprattutto dell’aggressione irachena del 1980 (di fronte alla quale le Nazioni Unite si dimostrarono tremendamente inefficaci o ignave, e in cui l’Occidente si schierò a fianco di Saddam, negando all’Iran la vendita ufficiale di qualunque strumento di difesa, che poi convinse l’establishment iraniano ad avviare in autonomia un programma missilistico), Teheran – che non attacca un Paese dal 1700, ai tempi di Nader Shah – vuole garantirsi un vicinato amico, e perlomeno non ostile: è utile ricordare che tutti i movimenti del terrorismo globalista, da Al Qaeda all’Isis, hanno sempre avuto in Teheran – dal punto di vista politico – e negli sciiti – dal punto di vista religioso, con il ‘takfirismo’ – il proprio obiettivo principale ed esplicito. La persecuzione degli sciiti – sponsorizzata lo scorso anno addirittura dal Gran Muftì saudita – è elemento fondante dell’impalcatura dottrinale qaedista e di Daesh, in virtù del fatto che gli sciiti vengono percepiti come dei ‘falsi musulmani’, intenzionati a ‘traviare’ nel tempo l’intera comunità islamica mondiale. Gli interventi di Teheran nell’area, in Siria soprattutto, per quanto certamente abbiano configurato una ingerenza e un elemento per molti versi problematico (che ha fatto parlare alcuni di ‘imperialismo iraniano’) sono di natura ‘solidaristica’ (verso quello che era l’unico alleato regionale di Teheran al tempo) e di ‘securitizzazione preventiva’, volti ad impedire l’attecchimento vicino ai propri confini di entità politiche apertamente ostili alla Repubblica islamica.

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