lunedì, Luglio 22

Hezbollah: si avvicina il conflitto con Israele? Intervista a Lorenzo Forlani, corrispondente dal Libano per l’Agi e analista specializzato in Medio Oriente

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In che modo adesso si struttura nel Paese? Quali sono le reazioni degli attori regionali relative a questo cambiamento di Hezbollah? Qual è la sua presenza e la sua forza?

Hezbollah in Libano è l’alleato principale del Movimento Patriottico Libero, il più importante partito cristiano-maronita del Paese, fondato dall’attuale Presidente, Michel Aoun. Il partito di Dio conta ben 11 parlamentari in Parlamento e controlla due Ministeri (energia e politiche giovanili). Per molti versi, l’accordo raggiunto a ottobre 2016 per la formazione di un Governo libanese di larghe intese (con Aoun Presidente e Saad Hariri Primo Ministro) ha rappresentato una vittoria politica per Hezbollah, le cui milizie lo scorso maggio sono state definite dallo stesso Aoun come ‘complementari all’Esercito libanese e fondamentali nella difesa del Paese’. La roccaforte di Hezbollah si trova nella valle della Beqaa (il partito è nato ufficialmente nel 1985 a Baalbek), ma la sua presenza e la sua base di consenso è forte anche nel sud (a Tiro e dintorni) e ovviamente nel quartiere meridionale di Dahye, a sud di Beirut, che è la sua roccaforte cittadina. Hezbollah ha, come detto, una rappresentanza parlamentare e – attraverso alcune sue fondazioni –  fornisce servizi sociali in tutto il Paese, rafforzandone indirettamente il welfare, soprattutto con l’istituzione e la gestione di ospedali e scuole. Fondamentale è stato il contributo di Hezbollah – accanto all’esercito libanese – nella ripresa della cittadina di Arsal (est Beqaa) poco più di un mese fa, che era caduta nelle mani dei miliziani dell’Isis.

Quali sono le altre forze politiche in Libano?

Va ricordato che, se da una parte Hezbollah raccoglie consensi anche tra i cristiani – sopratutto nella Beqaa (Ras Baalbek) – ,  in Libano una parte della popolazione musulmana di rito sciita sostiene l’altro movimento sciita principale, cioè Amal, alla cui guida c’è lo speaker del Parlamento, Nabih Berri.

Come definirebbe la partecipazione del partito di Allah nella guerra in Siria?

La sua partecipazione ha avuto, secondo me, un effetto ambivalente. E’ davvero complicato capire se l’attivismo militare sciita abbia fatto aumentare o diminuire il consenso (e specularmente l’ostilità) dei libanesi nei confronti del Partito di Dio. I filoni di pensiero sembrano essere due, e non necessariamente si escludono: da una parte, soprattutto nella comunità sunnita, è certamente aumentata l’ostilità verso Hezbollah, in quanto percepita come una forza d’ingerenza negli affari siriani e soprattutto come un ostacolo effettivo alla riuscita della rivolta contro Assad. Anche all’interno delle altre confessioni non è raro sentir accusare Hezbollah di essere stata una sorta di ‘calamita’ del jihadismo con la sua entrata in Siria, che avrebbe appunto provocato rappresaglie da parte dei jihadisti e sconfinamenti in territorio libanese, come ad esempio nella stessa Arsal; dall’altra, è aumentata specularmente la convinzione (non solo tra i sostenitori di Hezbollah) che, anche per la debolezza dell’Esercito libanese, la presenza e l’attivismo di Hezbollah siano stati fondamentali per impedire alla guerra siriana di fagocitare anche il Libano.

In che modo sta reagendo, in particolare, Israele? 

Israele formalmente rimane neutrale nel conflitto siriano, ma nell’ultimo anno ha compiuto in realtà decine di raid in Siria diretti contro dei convogli di armi (presumibilmente destinate a Hezbollah in Libano). Alcuni quotidiani israeliani lo scorso anno avevano anche riportato la notizia secondo cui decine di miliziani di Jabhat al Nusra e dell’Fsa che operavano nei dintorni del Golan erano stati curati in alcuni ospedali israeliani di confine. Israele è nemica di Assad e di Hezbollah, chiaramente, ma d’altra parte non si può certo sostenere che sia solidale con la rivoluzione, né tantomeno con le sue frange islamiste, che spesso e volentieri sono affini ad Hamas (che infatti si è schierata da subito a favore della rivoluzione e contro Assad), o hanno una base di consenso in qualche modo simile. In ogni caso, è certo che Israele abbia interesse da una parte verso la frammentazione dell’area e l’indebolimento degli Stati ostili (di qui il sostegno aperto al progetto curdo), e dall’altra verso un livello costante di caos e conflittualità, che ritiene possa tenerla al sicuro dalla formazione di eventuali ‘coalizioni’ ostili.

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