sabato, Ottobre 24

Henry Kissinger al Cremlino

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Gli attuali numeri uno delle due grandi potenze già principali protagoniste della “guerra fredda” tra Est e Ovest dovrebbero incontrarsi per la prima volta tra pochi giorni. Non sarà, se ci sarà davvero, un “vertice” in piena regola, adeguatamente preparato e con un minimo di formalità del caso. Basterà però che tra Donald Trump e Vladimir Putin si svolga un colloquio di qualche consistenza per renderlo un evento di tutto rispetto, tenuto conto che si tratterà appunto di una primizia e che i rapporti tra Stati Uniti e Russia si presentano oggi talmente deteriorati da far temere persino un’esplosione di quel conflitto armato cui non si era giunti neppure quando a sfidare gli USA era l’Unione Sovietica.

Le aspettative naturalmente non mancano, e sono anzi tanto più vive in quanto l’attuale situazione, oltre che preoccupante e allarmante, si presenta altresì aperta a tutti i possibili sbocchi e comunque tale da non consentire alcuna previsione minimamente fondata. L’imponderabilità prevale soprattutto dalla parte americana, dove Trump aveva esordito con propositi fin troppo concilianti, agli occhi di molti, nei riguardi del Cremlino, per poi muoversi piuttosto in senso inverso, non si sa se a causa di idee personali poco chiare e meditate o di un impari confronto con l’establishment nazionale, per lo più favorevole alla continuità rispetto agli indirizzi della precedente Amministrazione.

Anche Barack Obama, in realtà, era entrato in scena con un programma di “aggiustamento” (reset) degli insoddisfacenti rapporti con la Russia, finendo con l’ottenere risultati di segno opposto, sia pure con la scusante di aver dovuto fare i conti con sviluppi imprevedibili e scarsamente o per nulla propizi al suo scopo come la crisi ucraina. Di fronte alla novità e all’incognita Trump, invece, Putin è rimasto praticamente immobile, in comprensibile attesa di vedere dove andava a parare il suo omologo d’oltre oceano. Sempre che, va detto, i ripensamenti e le contraddizioni di quest’ultimo non siano che una conseguenza delle accuse domestiche di avere fruito di interferenze russe nella campagna elettorale americana nonché intrattenuto, prima e dopo l’elezione, rapporti segreti con il Cremlino, anche solo indiretti ma talmente compromettenti da non escludere la prospettiva di un impeachment.

Tutto ciò significa che l’imminente incontro tra i due presidenti potrebbe facilmente risultare avaro di utili indicazioni deludendo quindi ogni aspettativa. Mentre Putin, tuttavia, continuerà probabilmente a giocare di rimessa, non stupirebbe che Trump avesse in serbo qualche ennesima sorpresa, magari più chiarificatrice e più costruttiva delle precedenti e della quale, certo, nessuno manca di sentire il bisogno. Merita anche perciò attenzione un evento a prima vista più curioso che politicamente rilevante ma che avrà, come minimo, il pregio di ricollegare quello più atteso a precedenti storici sempre meritevoli di non essere dimenticati.

Giovedì scorso Putin ha ricevuto al Cremlino un ospite eccezionale, un vero e proprio mostro sacro delle relazioni internazionali nel secolo scorso: il novantaquattrenne Henry Kissinger, segretario di Stato americano con due presidenti, Richard Nixon e Gerald Ford, entrambi di parte repubblicana. Un dettaglio, questo, che va oggi ricordato perché più di una volta proprio presidenti di tale colore hanno trovato il modo di venire a patti con Mosca, mentre quelli di parte democratica si sono mostrati meno propensi o più inadatti a farlo.

Sotto Nixon presero slancio i grandi accordi distensivi e coesistenziali tra le due superpotenze, in particolare per la riduzione e il controllo degli armamenti. Una simile schiarita, pur non sufficiente a porre fine alla “guerra fredda”, non sarebbe stata possibile, probabilmente, senza il capolavoro diplomatico di Kissinger, ideatore dell’apertura alla Cina comunista che approfondì la sua rottura con l’URSS. La quale ovviamente non gradì il proprio conseguente indebolimento, ma potè apprezzare in compenso il contestuale ritiro americano dal Vietnam, un Paese “fratello” che, riunificato, si schierò con Mosca anziché con Pechino.

Kissinger, premiato per l’occasione con il Nobel per la pace, non si mostrò, quindi, affatto arrendevole con l’avversario principale, che era e rimase all’offensiva, non sempre solo economica e ideologica, a raggio planetario. Si guardò bene, tuttavia, dal seguire l’esempio di un suo predecessore, John Foster Dulles, che voleva ‘ricacciare indietro’ la superpotenza comunista anche a costo di rischiare un conflitto armato. Mirava, invece, a trovare con Mosca un modus vivendi comportante il riconoscimento degli interessi di sicurezza sovietici e, in pratica, dei legami tra l’URSS e i suoi ‘satelliti’ dell’Europa orientale.

Legami legittimi e in un certo senso naturali dal punto di vista di un cultore della Realpolitik come l’oriundo tedesco di ceppo ebraico, nato in Baviera e trasferitosi oltre oceano a 15 anni, con la famiglia, solo per colpa del nazismo. Non a caso, dopo l’uscita di Kissinger dalla diplomazia attiva, uno dei suoi maggiori collaboratori, Helmut Sonnenfeldt, sollevò scandalo sostenendo che quei legami andavano addirittura rafforzati, anche se cercò di smentire o ridimensionare questa nuova “dottrina” subito attribuitagli e intitolatagli dai critici. Peraltro preoccupati soprattutto, al di qua dell’oceano, per un suo paventato corrispettivo nei rapporti tra gli USA e i loro alleati europei.

Divenuto un semplice consigliere o suggeritore, non necessariamente ascoltato, degli inquilini della Casa bianca e anche di altri governanti del mondo, ma comunque un osservatore (oltre che assiduo studioso) sempre tra i più autorevoli della politica internazionale, Kissinger non modificò sostanzialmente il suo approccio ai rapporti con Mosca negli anni ’80 e poi con la Russia postcomunista. Semmai lo accentuò, criticando il trattamento di quest’ultima da parte dei vincitori della “guerra fredda” e in particolare l’estensione della NATO non solo alle ex “democrazie popolari”, cioè agli ex satelliti dell’URSS, ma anche a repubbliche già sovietiche.

Il tutto senza poter essere seriamente accusato, almeno in patria, di cieca tenerezza per un vecchio ‘avversario strategico numero uno’. Da lui combattuto, in passato (per non dimenticare neppure i capitoli meno luminosi del suo curriculum), anche difendendo la compattezza del campo occidentale con operazioni quali il rovesciamento nel Cile del presidente socialista Salvador Allende e la sua sostituzione con il regime golpista e reazionario di Augusto Pinochet. Operazioni delle quali il grande stratega di Washington porta una quanto meno parziale responsabilità ex officio.

In questi ultimi anni, comunque, Kissinger non ha mancato di contestare in modo serrato e in più occasioni le politiche occidentali, e degli USA in primo luogo sotto la gestione Obama, nei confronti della Russia di Putin. In un’intervista pubblicata nel settembre 2015 dalla rivista ‘The National Interest’, ad esempio, ha trovato molto da ridire sulla sensatezza delle punizioni inflitte a Mosca per il suo comportamento nella crisi ucraina, secondo lui improntate a scarsa comprensione delle ragioni russe, dei vitali interessi russi in gioco e della capacità russa di proteggerli energicamente.

Ha denunciato inoltre la pretesa in particolare americana che una grande potenza come la Russia debba prima o poi «aderire alla comunità mondiale con un atto automatico di conversione», accettando regole e criteri fissati da altri. E ha precisato altresì che l’insistenza occidentale sul diritto dell’Ucraina di associarsi all’Unione europea e alla NATO si giustifica solo in astratto, quando invece, a suo avviso, si dovrebbe cercare piuttosto il modo di puntellare, sì, la sua sovranità e integrità territoriale conciliandole però con un congruo status di neutralità o non allineamento sul piano militare.

Più di recente Kissinger si è concesso anche accenti relativamente duri nei riguardi del Cremlino. Rimprovera a Putin, ad esempio, di avere adottato un «concetto di sicurezza assoluta equivalente alla massima insicurezza per alcuni suoi vicini». Oppure non si meraviglia degli attacchi informatici che Mosca avrebbe sferrato contro gli USA ma si augura che il suo Paese vi risponda a tono. Continua però a ritenere che una «cooperazione costruttiva» possa e debba essere perseguita tra Russia e Occidente e che l’obiettivo sarà prima o poi raggiunto anche perché Putin (che «non è Hitler», come aveva affermato nello scorso marzo durante un incontro della Trilateral Commission) finirà per venire a patti.

Sembra dunque abbastanza evidente che il segretario di Stato grande protagonista degli anni ‘70 abbia le carte in regola più di chiunque altro per rompere il ghiaccio paralizzante accumulatosi tra Washington e Mosca e che il ‘nuovo zar’ possa avere tutto l’interesse ad ascoltarlo. Per non parlare poi di Trump, che risulta del resto essersi incontrato con lui a più riprese, negli ultimi mesi, e che ha estremo bisogno non solo di utili consigli in tema di strategia e tattica ma anche di un autorevole copertura contro gli attacchi e gli intralci che il nuovo presidente subisce in patria a causa dei suoi nebulosi rapporti con la Russia in aggiunta ai suoi inquietanti propositi iniziali.

Non si sa se Kissinger si sia recato a Mosca con qualche incarico da parte della Casa bianca o, come sostiene una fonte tedesca, con un proprio piano da sottoporre a Putin. Si ignora tanto più, ovviamente, quale possa essere stato l’esito del colloquio. Da parte russa si esprime un comprensibile gradimento per la missione dell’ospite, quale che sia, benchè si preferisca, per prudenza o altri motivi, avvertire che non si prevede una sua mediazione. Non resta dunque che attendere, anche a questo riguardo, quanto potrà eventualmente scaturire dal prossimo incontro al vertice, da quel tipo di appuntamenti, cioè, che il Kissinger sia pure molto più giovane sapeva bene come rendere fruttuosi.

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