domenica, Aprile 5

Helmut Schmidt: migranti perché no

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Anche negli ultimi anni di una lunga vita l’ex Cancelliere Helmut Schmidt scrisse molto e diede interviste. Alcune di queste costituivano una rubrica sulla rivista ‘Die Zeit’ intitolata, con riferimento al suo ostinato vizio del fumo, ‘Una sigaretta con Helmut Schmidt’.

Riportiamo qui il testo pubblicato il 6 marzo 2008, che, oltre a dare una rapida immagine del carattere dell’uomo politico appena scomparso, tocca una questione oggi di grande attualità. L’intervistatore è Giovanni di Lorenzo, direttore del settimanale, il titolo è ‘Stranieri che vanno e vengono, stranieri che restano’.

 

Signor Schmidt, la sua generazione ha chiamato milioni di stranieri in Germania e si è curata ben poco delle conseguenze.

Penso che non tocchi a me battersi il petto per questo.

 

E a chi allora?

E’ stato il Ministro dell’Economia e poi Cancelliere Erhard a mettere in moto il tutto. In sostanza a lui premeva mantenere compressi i salari attirando dall’estero mano d’opera relativamente a basso costo. Io avrei preferito che fossero aumentati i salari dei tedeschi. Nel corso degli anni si è poi visto che esistono vari tipi di stranieri: veri problemi ci sono stati con alcuni turchi di seconda o terza generazione, che sono nati qui.

 

Intende dire che ai tempi di Erhard non lo si poteva prevedere?

Quando nel 1974 ho ereditato il Governo da Willy Brandt avevamo tre milioni e mezzo di stranieri, di cui la metà turchi. Io prevedevo allora che i tedeschi non ce l’avrebbero fatta ad integrare tutti i turchi.

 

Perché no? Perché i tedeschi non volevano?

Perché entrambe le parti non volevano e non potevano.

 

Che significa ‘non potevano’?

Avremmo dovuto dare a tutti un’adeguata istruzione scolastica. Avremmo dovuto aprire loro tutte le porte. Ma non l’abbiamo fatto.

 

Perché i tedeschi non aprivano il loro cuore?

Non lo potevano fare e neppure volevano, perché non si rendevano conto che molti stranieri sarebbero rimasti qui per sempre. Io ho fermato le immigrazioni, molto discretamente, perché non volevo far nascere sentimenti di odio verso gli stranieri.

 

E come fece?

In primo luogo abbiamo smesso di fare propaganda perché venissero, poi abbiamo favorito il rientro nei loro Paesi di origine, così che alla fine del mio mandato di Cancelliere avevamo esattamente lo stesso numero che c’era all’inizio. Poi, sotto Kohl, il numero è raddoppiato. Adesso ce ne sono 7 milioni e mezzo: la nostra società tedesca ha dimostrato di non essere in grado di integrare per davvero tutti gli stranieri.

 

Lo dice con rammarico o con comprensione?

Con grande rammarico, ma non si può ignorare la realtà. Le belle frasi multiculturaliste hanno avuto finora ben poco effetto.

 

Cosa potremmo fare per rendere la convivenza almeno sopportabile?

Non è un compito facile, ma deve essere visto come un compito. Riguarda anche i dirigenti scolastici o i sindaci dei piccoli centri. Tutta la società deve fare in modo che i bambini vadano all’asilo e a scuola. E se anche a casa parlano turco con la mamma, devono imparare a parlare ugualmente il tedesco.

 

Si possono chiamare ‘stranieri’ gli stranieri in Germania?

Non c’è niente di male se questa parola viene usata senza antagonismo. Spesso però ha un tono ostile.

 

Ha mai mangiato un kepab in vita sua?

Quando si è ospiti bisogna mangiare quel che mettono in tavola. Di mia iniziativa non ho mai ordinato un kebab.

 

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