lunedì, Dicembre 16

Hariri torna in Libano, ma nel Paese resta la tensione Con gli esperti Massimo Campanini e Claudio Bertolotti parliamo delle prospettive politiche libanesi

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Dopo aver annunciato le proprie dimissioni durante una visita a Riad, in Arabia Saudita, scatenando numerosi interventi contrapposti da parte delle parti in causa, dopo aver soggiornato a Parigi e a Il Cairo, il Primo Ministro del Libano, Saad Hariri, è finalmente rientrato a Beirut.
Le dimissioni, giunte lo scorso 4 novembre da Riad (prassi del tutto insolita), erano state rifiutate dal Presidente della Repubblica, Michel Aoun, che aveva parlato di pressioni, se non addirittura di minacce, da parte del Governo saudita per costringere il Primo Ministro a lasciare. Nel discorso di dimissioni Hariri aveva parlato di un atto motivato dalle ingerenze iraniane nella politica libanese, portate avanti grazie all’attività del gruppo Hezbollah: questo è bastato a scatenare un dibattito accesissimo che ha rischiato di far vacillare i fragili equilibri interni del Paese. Ancora oggi, nel suo discorso per la Festa Nazionale, il Presidente Aoun ha accusato, senza mai nominarla, l’Arabia Saudita di finanziare i gruppi terroristici sunniti che operano in territorio libanese: esattamente la stessa accusa che la Lega Araba ha rivolto a Hezbollah, accusata di essere un’organizzazione terroristica sciita. Nel suo discorso, Aoun ha però rifiutato questa interpretazione.
Durante la notte, inoltre, l’esercito libanese è stato mobilitato sul confine israeliano: la ragione sarebbe da trovarsi nell’atteggiamento aggressivo che Tel Aviv avrebbe nei confronti di Beirut, atteggiamento che, secondo il Presidente della Repubblica, sarebbe istigato proprio dal Governo di Riad.
In questo modo, sembra che si stia venendo a creare una frattura tra le due principali cariche dello Stato: da un lato il Presidente della Repubblica, Aoun, favorevole alla collaborazione con Hezbollah (e quindi con l’Iran), dall’altro il Primo Ministro, Hariri, contrario all’influenza di Teheran sul Paese (e quindi alleato dei sauditi).
Nonostante la frattura politica, oggi Hariri, appena rientrato a Beirut, ha partecipato alle celebrazioni per la festa nazionale stando al suo posto accanto al Presidente; dopo la parata, si è svolto un colloquio privato tra i due, alla fine del quale il Primo Ministro ha accettato di sospendere le proprie dimissioni, come chiesto da Aoun, nella speranza che prevalga la via del dialogo e della collaborazione nel bene del Paese.

La situazione, in ogni caso, resta piuttosto complessa e tesa. Per tentare di mettere ordine sulla questione abbiamo parlato con due esperti: il Professor Massimo Campanini, esperto di Storia dell’Islam e di area mediorientale, e il Dottor Claudio Bertolotti, esperto dell’area mediorientale e collaboratore di centri studi come lo Italian Team for Security, Terroristic Issues & Managing Emergencies (ITSTIME) e l’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (ISPI).

Secondo il Professor Campanini, il problema ha radici antiche e dipende dal fatto che “Il Libano è sempre stato, come si suol dire, il classico vaso di coccio in mezzo a vasi di ferro: è sempre stato un Paese intrinsecamente debole, non solo per le sue fragili basi istituzionali, ma anche perché è un Paese piccolo, un Paese che è stato ritagliato in maniera surrettizia all’interno della ‘Grande Siria’ ai tempi del colonialismo francese, un Paese che è sempre stato, come si dice in linguaggio tecnico, un ‘proiezione strategica’ della Siria; è per questo che la Siria ha sempre cercato di controllarlo e, esattamente come Israele, a un certo punto, all’epoca della Guerra Civile, ha cercato di tenere sotto controllo il Governo di Beirut per arginare le infiltrazioni dei guerriglieri palestinesi”. Il Libano, quindi, essendo sempre stato un Paese intrinsecamente debole, nel tentativo di districarsi tra le politiche di vicini più potenti ed aggressivi, ha sempre avuto bisogno di qualcuno che, in qualche modo, lo prendesse sotto la propria ala protettrice.

Nel momento in cui è avvenuta la disgregazione della Siria, quindi il Libano non ha più alle spalle l’ombra siriana che lo minacciava ma, allo stesso tempo, in qualche modo lo proteggeva”, continua Campanini, “le diverse componenti e i diversi contrasti politico-religiosi attivi nel Paese sono tornati alla luce: il Libano è diventato obiettivamente un campo di battaglia potenziale per tutte quelle forze che cercano di sfruttare a proprio vantaggio la crisi, ormai a mio parere irreversibile, della Siria come Stato unitario. In questo quadro, proprio in quanto appendice di una Siria che non esiste più, si concentrano sul Libano gli interessi di tutti coloro che vogliono trarre vantaggio da questa situazione e che, prima, si affrontavano su altri campi: l’Arabia Saudita, che continua a perseguire il suo progetto di egemonia sul mondo sunnita; l’Iran, che ha sempre avuto nella Siria un alleato e che ha tuttora in Hezbollah, il ‘Partito di Dio’, un ulteriore alleato su cui può contare abbastanza solidamente in Libano; lo stesso moncone sopravvissuto del regime di Bashar al-Assad potrebbe avere interesse a conservare ancora la profondità strategica del Libano nei confronti della Siria. Tutte queste componenti possono lottare una contro l’altra sul terreno libanese per occupare uno spazio rimasto vuoto”.

La famiglia Hariri, è notoriamente sempre stata anti-siriana ed anti-iraniana: non sembra casuale, quindi, la scelta del Primo Ministro di andare a Riad e a Il Cairo, capitali di Paesi storicamente avversi a Teheran): secondo Campanini, insomma, “Hariri ha cercato delle garanzie per un sostegno saudita al suo gruppo di potere che lo salvaguardasse dalla stretta stritolante che sarebbe potuta arrivare dagli Hezbollah, che rimangono una forza militare e politica di grande rilievo all’interno del Paese, e dalla potenziale ingerenza iraniana, che naturalmente c’è già a livello sotterraneo”.

La crisi, dunque, sarebbe un’estensione della crisi siriana: “la riscrittura, la ricomposizione della carta politica di tutta la regione coinvolge il Libano perché il Libano è sempre stato un po’ al seguito della Siria: nel momento in cui si discute su cosa fare di ciò che resta della Siria, in Libano non possono che esserci tensioni. Il gruppo di Hariri, in quanto sunnita, non può che essere filo-saudita e filo-egiziano ed è naturale che il Primo Ministro abbia cercato supporto a Riad per sfuggire ad una situazione che rischia di annientarlo. In breve, il vaso di coccio in mezzo ai tanti vasi di ferro, oramai fratturato o solcato da crepe profonde, deve cercare di trovare qualcuno che gli garantisca di non rompersi completamente”.

Per il Dottor Bertolotti, “tutto si muove sul piano politico interno, ma sulla base delle dinamiche internazionali che vedono, da un lato, l’aumento del peso politico del binomio Hezbollah-Iran e il cresciuto consenso sociale della componente sciita attorno al ‘Partito di Dio’ e del suo leader Hassan Nasrallah, dall’altro la resistenza dei gruppi politici e di potere sunniti”. È in quest’ottica che si inserisce il contrasto sorto tra il Primo Ministro ed il Presidente della Repubblica: “Il presidente Aoun ha da tempo sposato una politica di completa apertura e inclusione nei confronti di Hezbollah, a cui è riconosciuto un ruolo importante nello Stato libanese anche grazie alla sua forza in termini politici e militari. Questo sposta l’asse libanese verso un rapporto privilegiato con Teheran, tanto sul piano concreto, quanto su quello formale, come l’invio dell’ambasciatore di Beirut a Damasco ha confermato. Dall’altro lato, però, non bisogna dimenticare che il primo ministro Hariri, e il suo partito ‘Tayyar Al-Mustaqbal’ (‘Movimento il Futuro’), hanno ricevuto in passato e ancora oggi ricevono un importante quanto generoso sostegno da parte di un’Arabia Saudita che non può accettare, in linea con la propria visione e concezione del Medio Oriente, un allargamento dell’Iran. Il caso dello Yemen rappresenta un pericoloso precedente”.

È chiaro, quindi, che il conflitto interno alle istituzioni libanesi non è che un riflesso di conflitti più ampi che, dopo la disgregazione della Siria a causa della guerra civile e, di conseguenza, alla fine dell’egemonia di Damasco su Beirut, hanno reso il Paese dei Cedri il territorio di uno scontro tra i due principali rivali nel mondo musulmano: da una parte l’Iran, dall’altra l’Arabia Saudita. Fondamentale, in questa dinamica, il ruolo di Hezbollah; secondo Campanini, “Hezbollah è, ormai da molto tempo, non è più una forza terroristica (come ancora viene chiamata molto spesso), ma una forza di Governo che, anche se per il momento ha rinunciato all’idea della realizzazione in Libano di uno Stato islamico, è profondamente radicata all’interno tessuto istituzionale e politico libanese. Il peso di Hezbollah, quindi, è un peso che deve essere tenuto in conto. Se si guarda in maniera retrospettiva la storia dei Presidenti maroniti libanesi, si vede come questi non abbiano avuto, a parte nel periodo della Guerra Civile, degli atteggiamenti contrari o veramente oppositivi a Hezbollah; sono stati i raggruppamenti sunniti, facenti capo alla famiglia Hariri, ad avere atteggiamenti di opposizione e di netto distacco nei confronti di Hezbollah”.

La situazione del Paese, in cui gli equilibri interconfessionali sono garantiti dalla Costituzione (ad esempio, il Presidente della Repubblica deve necessariamente essere un cristiano maronita), è sempre molto instabile, tanto che, continua Campanini, “il Presidente della Repubblica è il precario garante di precari rapporti interconfessionali e politici, che devono cercare un equilibrio tra molteplici forze (le tre principali sono: cristiani maroniti, musulmani sunniti e musulmani sciiti, attualmente rappresentati da Hezbollah). La poltrona presidenziale è di per sé fragile e traballante: per questo il Presidente deve cercare di mantenere una posizione di equilibrio. In realtà, questa posizione di equilibrio, per lungo tempo, è stata garantita proprio dalla Siria. I rapporti dei Presidenti libanesi con Hezbollah, quindi, sono sempre stati piuttosto cordiali”; a questo punto, però, “il rischio è un altro, ovvero il fatto che un impegno diretto dell’Arabia Saudita in territorio libanese, per tentare di trarre il massimo del vantaggio possibile dalla fine del regime di Assad, provochi un ulteriore indebolimento dei fragili equilibri libanesi: di fatto, si potrebbe avere una nuova guerra civile libanese che potrebbe poi essere assorbito nel problema della ridefinizione della cartina politica della Siria”.

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