lunedì, Agosto 3

Hamas tra nuovi tunnel e dialogo

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Gaza – I caccia israeliani sono tornati alla carica nei giorni scorsi nella Striscia di Gaza, dove hanno portato a termine vari attacchi a siti appartenenti a fazioni palestinesi tra cui la jihad islamica e il movimento Hamas. Parallelamente a questi attacchi, vedette della Marina hanno lanciato delle offensive a colpi di mitragliatrici automatiche contro pescherecci lungo il litorale, causando feriti, panico e confusione tra i pescatori e danni materiali importanti. Queste operazioni sono avvenute a poche ore di distanza dal lancio, a opera di attivisti palestinesi, di due razzi che sono finiti in un terreno non identificato nel kibbutz di Gan Yavne, vicino a Ashdod e non hanno causato né vittime né danni. L’Esercito israeliano ha prima di tutto puntato il dito sul movimento Hamas, per poi dirigere le proprie accuse alla jihad islamica promettendo di far pagare un prezzo salato agli abitanti di Gaza.
«Israele non ha intenzione di voltare lo sguardo davanti agli attacchi contro i propri cittadini», ha dichiarato il Ministro della Difesa Moshe Yaalon in un comunicato. «Non tollereremo alcuna minaccia ai residenti del sud. Se non regnerà la calma a Israele, la Striscia di Gaza pagherà un prezzo salato». In un comunicato, le forze d’occupazione hanno chiaramente minacciato Hamas scaricando sul movimento tutta la responsabilità per i colpi diretti a Israele.. «Sarebbe meglio se Hamas contenesse e reprimesse qualsiasi tentativo di colpire o provocare Israele. In caso contrario, reagiremo in modo ancora più forte e violento».
Questi nuovi attacchi hanno sprofondato ancor più gli abitanti del piccolo territorio nella paura e nell’inquietudine perché continuano a subire le conseguenze dell’operazione Margine di Protezione, una guerra sanguinosa che, l’estate scorsa, ha causato migliaia di morti, feriti e senzatetto. Le conseguenze e i danni, sia materiali sia psicologici, sono ancor oggi presenti, a testimoniare le dimensioni della tragedia vissuta. È una tragedia che gli abitanti della Striscia non vogliono rivivere ma che è stata ricordata dalle forti esplosioni che, all’improvviso, si sono rifatte sentire. L’incubo, infatti, può ricominciare in qualsiasi momento.
Khalid Faris è tra le vittime dell’operazione estiva Margine di Protezione. Durante un bombardamento, ha perso la propria casa di quattro piani in cui viveva tutta la famiglia: il padre, la madre, i tre fratelli con le proprie mogli e dieci figli. “I nuovi colpi hanno risvegliato in noi il terrore della guerra recente”, ci dice. “Non ci siamo ancora ripresi dall’incubo della guerra, le nostre case sono ancora cumuli di macerie e, invece di ricostruirle, vogliono distruggerci! I miei figli sono terrorizzati, e nessuno di noi è pronto a rivivere tutta quella sofferenza”.
Khalid e la sua famiglia vivono nella privazione più completa. Così come migliaia di palestinesi le cui case sono state distrutte, vivono ancora sotto una tenda, affrontando il freddo dell’inverno e il caldo dell’estate precoce che sta colpendo Gaza. Senza né acqua potabile né elettricità, affrontano queste difficoltà con pazienza e aspettano ancora di avere un tetto sulla testa, così come era stato previsto. Ma questa è una promessa che si è trasformata in lettera morta, almeno per ora.
Le paure degli abitanti di Gaza sono corroborate dalle notizie veicolate dai mezzi di comunicazione israeliani che affermano che l’Esercito si sta preparando per una nuova offensiva e addirittura per una possibile riconquista di tutta la fascia costiera. Secondo queste fonti, Hamas avrebbe ripreso gli scavi e l’organizzazione dei tunnel servendosi di centomila operai. Questi operai sarebbero in gran parte bambini usati da Hamas per via della bassa statura e l’agilità; inoltre, il cemento utilizzato proverrebbe da camion di materiali destinati alla costruzione e autorizzati da Israele a entrare a Gaza.
Le stesse fonti aggiungono, citando informatori militari, che Hamas avrebbe formato un commando d’élite navale e terrestre e avrebbe nuovi droni e missili di lunga gittata finanziati dal regime iraniano. Affermano anche che il movimento islamista avrebbe ai propri ordini una forza armata stanziata nel Sinai egiziano e preparata per attaccare Israele e che fornirebbe armi e assistenza medica agli attivisti dello Stato Islamico operanti nella penisola.
I timori della popolazione per una guerra imminente, però, non sono condivisi dai numerosi osservatori palestinesi e israeliani. “Credo non sia nell’interesse di Hamas né in quello di Israele scatenare attacchi sanguinari, almeno per il momento”, afferma Talaat Najar, politologo palestinese che ritiene si tratti di una risposta israeliana mirata e limitata ma senza conseguenze. “Israele sa bene che il lancio del missile su Ashdod non è opera di Hamas ma un incidente non premeditato durante un’esercitazione; inoltre, Hamas ha anche arrestato gli autori del gesto, membri della jihad islamica”, ha sottolineato Najar.
Quest’opinione è condivisa dal famoso quotidiano israeliano ‘Yediot Aharonot’, che afferma che i recenti bombardamenti israeliani hanno come scopo principale quello di occupare le prime pagine. Ritiene anche che non ci sarebbe un aumento delle minacce né tensione perché Israele sarebbe in contatto già da settimane con i responsabili di Hamas, con cui starebbero portando avanti un dialogo serio per siglare una tregua di oltre dieci anni in cambio della ritirata dell’assedio, dell’apertura di un porto e del miglioramento della vita degli abitanti di Gaza. ‘Yediot Aharonot’ afferma che, ufficialmente, Israele continua a negare l’esistenza di questo dialogo con Hamas per non danneggiare l’immagine del Governo. Chi preme per un dialogo con Hamas sarebbe il coordinatore delle attività del Governo nei Territori occupati insieme al nuovo Capo di Stato Maggiore dell’Esercito israeliano Gadi Eisenkot che ritengono che la mancanza di dialogo per migliorare le condizioni di vita a Gaza porterebbe presto a un conflitto armato, mentre la sua esistenza spingerebbe Hamas a vegliare per una situazione di calma alle frontiere. Sarebbe anche l’arma di Israele contro l’Autorità Palestinese del Presidente Mahmoud Abbas per spingerlo ad uscire di scena.

Traduzione di Emma Becciu

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