mercoledì, Settembre 23

Hacking Team, da Provvisionato a Khashoggi In molti puntano il dito contro la società italiana, colpevole di aver ceduto nel 2016 una parte delle sue quote all'Arabia Saudita

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Che l’Arabia Saudita utilizzasse i software di spionaggio della milanese Hacking Team per entrare in computer e telefoni cellulari dei suoi nemici, lo si sapeva fin dall’estate del 2015. Quell’anno era accaduto qualcosa che aveva suscitato diverse perplessità e non solo nel mondo della cyber security: la società italiana era rimasta vittima, a sua volta, di un attacco hacker. I dati e i clienti di Hacking Team erano finiti in rete svelandone l’intera rete di rapporti, compresi quelli discutibili con Paesi noti per le violazioni dei diritti umani. Tra questi c’era anche l’Arabia Saudita.

È stata la morte del giornalista e dissidente saudita Jamal Khashoggi ad aver portato di nuovo alla ribalta in questi giorni le connessioni tra Hacking Team e l’Arabia Saudita. Alla fine della scorsa settimana il quotidiano statunitense ‘Washington Post‘ ha raccontato nei particolari come Riyad abbia utilizzato i software della società italiana e quelli dell’israeliana Nso Group per spiare gli ultimi mesi di vita del giornalista, rimasto vittima di un controverso omicidio nel consolato saudita a Istanbul agli inizi di ottobre. Nel caso sono implicati i vertici dell’intelligence saudita e il principe ereditario Mohammad bin Salman. E adesso in molti puntano il dito contro Hacking Team, colpevole di aver ceduto nel 2016 una parte delle sue quote a una società di facciata dietro alla quale si celava nientemeno che l’intelligence saudita.

Non è la prima volta che Hacking Team si trova al centro di un caso internazionale. Nel 2015 la società milanese era finita alla ribalta quando un italiano, Cristian Provvisionato, era finito ostaggio per quasi due anni in una caserma della capitale Nouakchott. Cristian, che di mestiere faceva il bodyguard e non aveva alcuna conoscenza in campo informatico, era rimasto vittima di un gioco più grande di lui senza nemmeno sapere per chi davvero stesse lavorando. Un gioco sul quale non è ancora stata fatta luce.

Ricostruire l’intricato caso di spionaggio non è una passeggiata. Della vicenda si cominciò a parlare solo nel 2016, quando il caso di Cristian finì, lentamente, per emergere sulla stampa italiana.

Attraverso triangolazioni e società di copertura che sembravano risalire ad Hacking Team, qualcuno in Italia aveva deciso di fornire avanzati software di spionaggio alla Mauritania, uno dei Paesi più poveri del mondo. Un Paese che in qualche modo era entrato con la gamba tesa nei conflitti mediorientali. Il presidente Mohamed Ould Abdel Aziz nel marzo 2009 aveva interrotto i rapporti diplomatici con Israele, con il quale in passato la Mauritania aveva intrattenuto ottime relazioni, e aveva finito per allacciare una cooperazione economica e militare con uno dei suoi peggiori nemici: l’Iran. Fin dal 2015 si era fatto strada il sospetto che la destinazione finale del materiale di spionaggio venduto alla Mauritania per milioni di dollari fosse proprio Teheran.

Il sospetto viene in qualche modo confermato nel 2017: si scopre che l’uomo che ha finanziato i software informatici utilizzati nel 2015 per rubare i dati di Hacking Team è di origine iraniana. Si tratta di un cittadino statunitense: tra il 2014 e il 2015, tra l’altro, ha fatto tappa prima a Roma e poi a Teheran. La magistratura italiana cerca di vederci chiaro e chiede di esaminare i computer dell’indiziato che, nel frattempo, sono stati sequestrati negli Stati Uniti. Ma non ci riesce: il Dipartimento di Stato americano taglia corto dichiarando che in quei computer non ci sono notizie utili. Nessuno in Italia riesce a interrogare il misterioso uomo di origine iraniana.

Se le cose stessero davvero così, i conti tornerebbero. Potrebbe non destare meraviglia che a salvare Hacking Team dalla difficile situazione finanziaria che si era creata dopo il fattaccio dell’attacco informatico del 2015, sia stata una società che riporta a uno dei più acerrimi nemici dell’Iran: l’Arabia Saudita. Una società di Cipro, la Tablem Limited, legata ai servizi di intelligence sauditi, nell’estate del 2016 acquisisce il 20% delle quote: Cristian Provvisionato, che è stato mandato in Mauritania nel corso delle triangolazioni di questa difficile operazione, in quel momento è ancora detenuto a Nouakchott.

Quanto alle ragioni che potrebbero aver spinto Teheran a colpire Hacking Team, basta dare una sbirciata agli articoli comparsi sulla stampa mauritana nel corso della detenzione di Provvisionato. In quei pezzi scritti in francese si parla della vendita dei sistemi di spionaggio alla Mauritania e anche di un trojan che sarebbe stato proditoriamente inserito nei prodotti: un virus che, a sua volta, avrebbe permesso a chi vendeva il software di spiare il Paese al quale questi potentissimi mezzi informatici venivano forniti. L’Iran, se fosse stato il destinatario finale, avrebbe comprato a caro prezzo uno strumento di spionaggio che poi lo avrebbe reso vittima di intrusioni da parte di paesi nemici. E ci sarebbe anche un altro indizio: uno di questi sistemi informatici venduti alla Mauritania, il più importante, non avrebbe dovuto venire dall’Italia, ma da Israele. A fornirlo avrebbe dovuto essere un israeliano, tale David Sternberg.

Tra l’altro, a rendere estremamente pericolosa questa complessa operazione di spionaggio è il momento in cui è stata organizzata. Un frangente delicatissimo per i rapporti tra Iran e mondo occidentale: nell’estate del 2015, quando Cristian Provvisionato resta intrappolato nella rete mauritana, Stati Uniti ed Europa si preparavano a firmare con Teheran l’accordo per il nucleare. La controversa operazione mauritana, con la doppia ‘sorpresa’ informatica, coinvolgeva italiani e israeliani e sembrava avere come scopo lo spionaggio contro l’Iran. Il rischio era che, se fosse stata scoperta, l’accordo sul nucleare potesse saltare. Questo forse spiegherebbe anche la mancata collaborazione delle autorità statunitensi con la magistratura italiana sul caso dell’uomo di origine iraniana coinvolto nel furto ai danni di Hacking Team. Tutto quadra, compreso quello che ancora non ci è stato raccontato. Se le prove mancano, gli indizi ci sono. Basta volerli leggere.

Adesso nuove nubi si addensano sulla società milanese con il caso Khashoggi. Ma l’Italia ha già pagato due volte: con l’intrusione nei dati riservati di Hacking Team e con la detenzione di Cristian Provvisionato. Dietro c’è sempre, con ogni probabilità, la mano di Teheran.

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