domenica, Agosto 9

Che Guevara: avventuriero romantico e repressore A 50 anni dalla morte, Gabriella Chiaramonti ripercorre la storia di un simbolo del Novecento.

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In occasione dei 50 anni dalla morte di Che Guevara, avvenuta il 9 ottobre  del 1967 in Bolivia, abbiamo chiesto a Gabriella Chiaramonti, docente di storia dell’America latina all’ Università di Padova, di ripercorrere alcuni momenti della vita del Che.

A 50 anni dalla morte, il 9 ottobre del ’67, cosa resta di Che Guevara nella  Cuba di oggi, quella di Raul?

Indubbiamente Ernesto Guevara è stato un personaggio di grande rilievo, alla costruzione del cui mito ha certo contribuito il fatto che è stato ucciso giovane, lontano dalla sua terra. Nel 1997 la vicenda del ritrovamento dei suoi resti e di quelli dei suoi compagni uccisi in Bolivia e la loro traslazione nel mausoleo di Santa Clara ha certamente contribuito a rinverdirne il ricordo e il fascino. Ma credo che a poco a poco il culto si stia affievolendo, anche perché nel frattempo molti avvenimenti si sono succeduti a Cuba, fino alla recente morte di Fidel Castro e ai tentativi di riavvicinamento con gli Stati Uniti (prima ovviamente della attuale marcia indietro di Donald Trump).

Cosa pensa della relazione tra la verità storica e l’icona, facendo riferimento, ad esempio, al suo ruolo nei processi sommari e nelle fucilazioni dopo la vittoria a Cuba? 

È difficile dire una parola definitiva. Ciò che è certo è che nel 1959, all’indomani dell’entrata all’Avana, Guevara diventa comandante della guarnigione del carcere La Cabaña. Veniva applicata la cosiddetta “Ley de la Sierra”, una normativa penale risalente al XIX secolo, al periodo coloniale, che comminava la pena capitale per numerosi crimini; ci furono numerosi processi e in numerosi casi venne inflitta la pena di morte per fucilazione. Per quanto riguarda il numero dei fucilati, non c’è alcuna certezza: si va dai 55, come si legge in alcune delle più recenti biografie di Guevara (Paco IgnacioTaibo II, Jon Lee Anderson) ai 2000 (Álvaro Vargas Llosa, da non confondere con Mario Vargas Llosa, il Libro nero del comunismo). All’epoca vennero costituiti due tribunali rivoluzionari, uno per giudicare i militari e l’altro per i civili; Guevara non era membro di nessuno dei due, ma nella sua posizione di comandante della guarnigione esaminava le richieste di appello e i presidenti dei due tribunali erano suoi subordinati, quindi il Che in qualche misura ha avuto responsabilità in quelle fucilazioni.

Indubbiamente la responsabilità piena non può ricadere solo su Guevara, ma anche su tutti gli altri capi della rivoluzione. E comunque non penso che queste vicende possano mettere in crisi la figura di Guevara. Sappiamo bene, anche la storia italiana ce lo insegna, che nei periodi immediatamente successivi alla fine di un conflitto esista un tipo di giustizia sommaria, che a volte è anche vendetta, una giustizia che spesso viene amministrata senza tutte le rigorose procedure. L’immagine e il mito di Guevara si fondano su altri elementi di coerenza personale. Per esempio in alcune biografia si racconta che il Che era un medico e quando era guerrigliero sulla Sierra talora curava i soldati catturati e li rimandava liberi: certamente anche questa era una tattica, volta a guadagnare consensi e a demoralizzare l’esercito batistiano. Analoghi atteggiamenti sono riportati anche per quanto riguarda il periodo boliviano. Come dicevo, è difficile giungere a conclusioni inconfutabili, perché spesso ci si trova di fronte a posizioni decisamente schierate, a favore o contro Guevara e l’intera rivoluzione.

Secondo Lei, Che Guevara vent’anni fa era giudicato diversamente dalla gente?

Penso che oggi questa icona si stia progressivamente appannando. Ma ciò accade perché Guevara era figlio di un’epoca, gli anni ’60, e di una situazione contingente, mentre oggi ciò che è cambiato è tutto il contesto. Quelli erano gli anni della Guerra fredda, in cui Kennedy aveva sostenuto che l’America Latina era diventata «the most dangerous area in the world», era un periodo in cui la parola “rivoluzione” era utilizzata da tutti gli attori presenti sulla scena, dalle guerriglie ma anche dalle dittature militari, si pensi al Brasile, al Perú, all’Argentina. Era, come è stata definita, l’epoca dello scontro frontale e della morte della politica.

C’era da entrambi i lati una sorta di volontà catartica, ma c’era anche una fiducia, una speranza, una fede nella possibilità di cambiare le situazioni e nella liberazione dei popoli. Gli aspetti più accattivanti della figura del Che stanno proprio da una parte nel suo internazionalismo, dall’altra nella sua forte carica etica, nella volontà di proporre una morale rivoluzionaria e la creazione di un uomo nuovo. Il tutto poi incorniciato, in un’epoca che era anche quella della guerra del Vietnam, del Concilio Vaticano II e della contestazione giovanile, da una rivoluzione vittoriosa che aveva mostrato per la prima volta come Davide potesse sconfiggere Golia. Mi chiedo se oggi i giovani riescano ancora a nutrire questa speranza in un cambiamento. Che Guevara era un avventuriero, ma disposto a rischiare la propria “pellaccia”, come egli stesso scrisse in una lettera alla madre.

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