giovedì, Luglio 2

Guerra dell’Acqua, diga Gran Rinascita: ennesimo tiro mancino dell’Etiopia Dopo un vertice con i vertici di Egitto e Sudan nel corso del quale sembrava essersi trovato l’accordo sui tempi di riempimento della diga, Addis Abeba annuncia l’inizio del riempimento tra due settimane

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La disputa attorno alla mega diga Gran Rinascita costruita in Etiopia sulle acque del Nilo, rischia, se non risolta, di scatenare la prima guerra regionale per l’acqua, con gravi conseguenze per la stabilità dell’Africa.
Da una parte abbiamo l’Etiopia, che necessita di produrre al più presto energia per venderla ad altri Paesi africani in cambio di valuta pregiata. La grande diga rinascimentale (Gerd), che diventerà la più grande diga idroelettrica in Africa, con una capacità produttiva di oltre 6.000 megawatt. Dall’altra ci sono Egitto e Sudan, che devo difendere le loro economie che ruotano attorno al fiume sacro dei Faraoni. Un abbassamento del livello delle acque del Nilo potrebbe creare degli effetti devastanti sulle economie dei due Paesi.

La disputa (sorta negli ultimi anni della Presidenza di Hosni Mubarak) si è spostata dal divieto di costruire la diga, ai tempi di riempimento della medesima. Approfittando della Primavera araba e del successivo periodo di instabilità in Egitto, Addis Ababa aveva iniziato i lavori di costruzione della diga (affidati alla ditta italiana Salini Impregilo) sloggiando oltre 200.000 persone senza alcun indennizzo.
Questa palese violazione dei diritti umani fu denunciata nel marzo 2016 dalla associazione Survival International. La denuncia, estremamente articolata, non fu sufficiente a fermare la costruzione della diga, n
è ad aprire una inchiesta in Italia, nonostante la Salini fosse citata come corresponsabile nel rapporto di Survival. Anche l’Istanza presso l’OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico) presentata da Survival contro la Salini Impregilo non ha trovato risposta fino ad oggi.

L’attuale contesa sui tempi di riempimento contrappone la richiesta del Cairo e di Karthoum di riempire il bacino acquifero in 7 anni alla volontà di Addis Abeba di riempirlo in soli 2 anni, per poter vendere al più presto l’energia che sarà prodotta.

Naufragata la mediazione americana, Egitto ed Etiopia lo scorso 8 giugno erano arrivati ai ferri corti, e lo spettro di un conflitto iniziava ad essere preso in seria considerazione a livello internazionale.
La crisi era aggravata dagli scontri militari di frontiera tra Sudan ed Etiopia, avvenuti nell’ultima settimana di maggio, culminati con l’attacco al campo militare sudanese collocato nella città orientale di Gadarif. Gli autori degli attacchi sono stati dei miliziani di origine etiope, supportati e armati dal Governo di Addis Ababa, in difesa della nutrita comunità etiope che da decenni occupa illegalmente terreni agricoli nella regione di confine sudanese di Al-Fasqa.

Per evitare il conflitto regionale venerdì 26 giugno i leaders egiziano, sudanese ed etiope si sono incontrati in videoconferenza, incontro organizzato e presieduto dal Presidente Sudafricano Cyrikl Ramaphosa, che è l’attuale Presidente in carica annuale dell’Unione Africana, che ha deciso di sostituire la mediazione degli Stati Uniti, nella speranza di trovare una soluzione tutta africana al problema.
Un
obiettivo raggiunto proprio durante la videoconferenza. Il Primo Ministro etiope, Abiy Ahmed, il Presidente egiziano, Abdel Fattah al-Sisi, e il Primo Ministro sudanese, Abdalla Hamdok, hanno raggiunto un accordo,giuridicamente vincolante, finalizzato a prevenire qualsiasi azione unilaterale sui tempi di riempimento del bacino della diga fissati a 6 anni. In caso di azione unilaterale, è previsto il sequestro della diga da parte dell’Unione Africana. L’accordo dovrebbe (forse doveva)essere firmato tra due settimane in occasione del summit UA che si terrà ad Addis Ababa.

A gran sorpresa, sabato 27 giugno l’Ufficio del Primo Ministro etiope pubblica un twitter dove si chiarisce, tramite comunicato stampa, l’intenzione di iniziare a riempire il serbatoio della gigantesca diga sul Nilo nelle prossime due settimane, impegnandosi a cercare successivamente di raggiungere un accordo finale con Egitto e Sudan. La dichiarazione contraddice in parte le dichiarazioni del venerdì sera dei leader egiziani e sudanesi, assicurando che l’Etiopia aveva accettato di rimandare le operazioni di riempimento della sua diga fino a che fosse stato raggiunto un accordo.

Vari esperti regionali identificano in questo ‘colpo gobbo’ il proseguimento della strategia del ‘fatto compiuto’, adottata negli ultimi mesi del 2010, quando il Governo di Addis Ababa aveva iniziato le fasi di costruzione della diga, nonostante le promesse fatte al Presidente egiziano Hosni Mubarak di non attuare alcuna azione unilaterale prima di aver raggiunto un accordo regionale sull’equo sfruttamento delle acque del Nilo.
All’epoca l’inizio dei lavori aveva provocato l’intenzione di Mubarak di bombardare il sito. Rischio evitato con le proteste popolari scoppiate nel gennaio 2011, che portarono alle dimissioni di Mubark, avvenute il 11 febbraio 2011.

Cairo e Khartoum sono rimasti stupefatti dalla manovra etiope, attuata a meno di 24 ore dagli accordi preliminari tendenti ad evitare una guerra regionale. L’Egitto, che vede il progetto come una minaccia esistenziale, ha invitato il Consiglio di Sicurezza ONU ad intervenire.

Come dimostra il fallimento della mediazione americana, l’Etiopia è riluttante a coinvolgere terzi nelle delicate mediazioni sulla disputa. Il Governo di Abiy Ahmed, vincitore del premio Nobel per la pace nel 2019, ha anche criticato l’Egitto per i dettagli delle sue lamentele in una lettera inviata a maggio al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, una mossa qualificata come un tentativo di ‘esercitare pressione sulle missioni diplomatiche’.
Questa volta, pur accettando il coinvolgimento dell’Unione Africana (
la cui sede si trova propria ad Addis Ababa), il Governo etiope ha giocato l’ennesimotiro mancino’, in quanto considera di vitale importanza per la sua economia riempire il bacino della diga in tempi stretti, per iniziare a produrre e vendere energia.

Nonostante questo rovescio, William Davison, diInternational Crisis Group, considera che la ripresa, prevista tra due settimane, delle discussione tecniche tripartite sul riempimento e le regole di gestione della diga Gran Rinascita, così come il coinvolgimento dell’Unione Africana, siano degli ‘sviluppi apprezzati’. Davison nutre speranze sulla possibilità di trovare un equo compromesso, capace di evitare una pericolosa guerra regionale, a condizione che vi sia «un appropriato intervento di mediazione dell’Unione Africana teso a facilitare le discussioni», aggiungendo che il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite dovrebbe subentrare solo come ultima risorsa, in caso (non auspicabile) di fallimento dei negoziati.

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