domenica, Luglio 21

Guerra dei dazi: anche l’India sotto la scure americana? Dopo la Cina potrebbe essere l’India a fare i conti con la politica protezionistica di Trump, ne parliamo con Nicola Missaglia dell’ISPI

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LIndia potrebbe essere depennata dallelenco di Stati che beneficiano del SGP (Generalized System of Preferences), un programma commerciale istituito dagli Stati Uniti per favorire e far espandere le economie dei Paesi in via di sviluppo.

Ieri, infatti, in una lettera inviata a Nancy Pelosi, Presidente della Camera dei Rappresentanti del Congresso, il Presidente americano, Donald Trump, ha spiegato le motivazioni per cui l’India, insieme alla Turchia, non rientrerebbe più nel programma di sviluppo controllato dall’USTR (United States Trade Representative), a cui capo vi è Robert Lighthizer.

Sebbene entrambi i Paesi, come si evince dal documento, «non rientrano più allinterno dei criteri di ammissibilità» del programma, le motivazioni date alle loro esclusioni sono profondamente diverse.

Se per la Turchia tale provvedimento è quasi un atto dovuto poiché il Paese non rientra più tra i Paesi in via di sviluppo, dato che Istanbul ha ottemperato a tutti gli obblighi previsti dal SGP, per l’India la questione è differente: si tratta di una mossa economico-politica ben studiata dall’Amministrazione Trump. «LIndia», si legge nella lettera, «ha implementato una vasta gamma di barriere commerciali che creano gravi effetti negativi sul commercio degli Stati Uniti. Nonostante un intenso impegno, l’India non ha adottato le misure necessarie per soddisfare il SGP».

Il SGP prevede lesenzione dei dazi doganali per alcune merci derivanti dai Paesi inclusi in questo canale preferenziale e proprio l’India è stato il maggior beneficiario di tale trattamento da quando, nel 1976, è stato istituito con il Titolo V del Trade Act (1974): circa 5,6 miliardi di dollari all’anno in importazioni indiane entrano negli USA in regime di ‘duty-free’.

Come ha spiegato lo stesso Trump, New Delhi «non ha assicurato agli Stati Uniti che fornirà un accesso equo e ragionevole ai mercati dellIndia». Il commercio tra i due Paesi, infatti, è sbilanciato: nel 2018, le esportazioni dall’India agli Stati Uniti sono state pari a 50 miliardi di dollari, con un aumento su base annua del 13%, mentre, seguono il percorso inverso, beni americani dal valore di 30 milioni di dollari. Il disavanzo commerciale americano ammonta, quindi, a 20 miliardi di dollari.

A fronte di questi numeri, cosa significa per lIndia essere esclusa dal SGP?

Lesclusione dal trattamento commerciale preferenziale comporta che lIndia dovrà rinegoziare la propria posizione commerciale con gli Stati Uniti”, spiega Nicola Missaglia, analista dell’Osservatorio Asia dell’ISPI (Istituto per gli Studi di Politica Internazionale), “la decisione statunitense non manca di proprie ragioni, nel senso che l’India da sempre è un Paese relativamente protezionista, con dazi alti per le importazioni, specie su alcune merci, ed anche lo stesso premier Narendra Modi – che pure in parte ha riformato l’economia aprendo  alle partnership pubblico-privato ed ha incentivato gli investimenti – nellultimo anno ha aumentato dei dazi soprattutto su alcune merci provenienti dagli Stati Uniti, in risposta al fatto che questi avevano inizialmente incluso l’India nei propri dazi sull’alluminio e l’acciaio”.

In effetti, per rispondere ai dazi statunitensi sull’alluminio e l’acciaio del marzo 2018, il Governo indiano aveva annunciato di imporre delle tariffe sui beni provenienti dagli USA – tra cui gamberi, mandorle e noci – per un valore di 240 milioni di dollari, ma dopo vari rinvii non le ha ancora messe in atto.

La decisione di Trump, comunque, non giunge in maniera improvvisa dato che gli Stati Uniti stavano lavorando già da tempo per rivedere lammissibilità dellIndia al SGP. Nell’aprile scorso, infatti, l’USTR aveva pubblicato un documento con il quale annunciava la revisione delle pratiche di India, Indonesia e Kazakistan: in particolare, New Delhi era sotto osservazione per non aver rispetto i criteri posti dalla National Milk Producers Federation e dalla Medical Advanced Technology Association, le quali si sentivano danneggiate nell’importazione dei loro prodotti. “Tale decisione era già nell’area, nel senso che è almeno un anno che lAmministrazione Trump lamenta le misure protezionistiche indiane e ci sono stati diversi incontri tra i rappresentanti commerciali dei due Paesi”, afferma l’analista ISPI, “in qualche modo gli osservatori si aspettavano una mossa di questo tipo se lIndia non avesse ridotto i dazi sulle merci americane”.

A pesare sulla scelta del Presidente statunitense, dunque, sembrano essere state le nuove misure attuate dal Governo indiano nei confronti delle imprese americane e, in generale, straniere. “Il Governo Modi è pro business, ma anche un nazionalista, tant’è che il programma economico dell’Esecutivo si chiama proprio ‘Make in India’ ”, dice Missaglia , “Modi ha promesso di promuovere la manifattura locale e nazionale e, in questi ultimi due anni, ha effettivamente promosso alcune misure che aiutano alcune compagnie indiane rispetto ad altre”.

Un settore particolarmente effervescente e, quindi, di conseguenza colpito dalle tariffe governative è quello delle-commerce, dove l’India sembra voler fare la parte del leone. Secondo un report di Deloitte India e Retail Association of India, il mercato delle-commerce passerà dai 24 miliardi di dollari del 2017  agli 84 miliardi di dollari nel 2021 a causa di una crescita nel settore del commercio al dettaglio organizzato. “Amazon e Walmart sono state colpite dalle tariffe, mentre le società indiane di e-commerce godono di alcuni vantaggi da parte del Governo”, continua l’analista, “ci sono poi i medicinali e tutti i prodotti chimici per la farmaceutica per i quali vale lo stesso discorso dell’e-commerce, ed anche il mercato delle motociclette, un argomento che Trump tira fuori ogni volta per identificare questa guerra con New Delhi: lHarley Davidson vorrebbe esportare all’interno dei confini indiani, ma il Governo americano lamenta che sull’esportazioni di queste motociclette, in India, c’è il 100% di dazi e costerebbero all’utente il doppio di quello che costerebbero normalmente e, quindi, questo renderebbe difficile un’espansione del mercato”.

Ad ogni modo, da New Delhi non sembrano essere molto preoccupati da questa presa di posizione dellAmministrazione americana, così come anche le principali Borse del Paese, dopo un inizio di giornata in rosso, hanno chiuso in positivo: la Borsa di Bombay con il +1,05%, mentre la  NSE Nifty al +1,14%. Il Segretario al commercio indiano, Anup Wadhawan, ha dichiarato che il vantaggio fiscale di cui gode lIndia sotto il programma commerciale preferenziale è «relativamente limitato» poiché ammonta a 190 milioni di dollari e, dunque, il ritiro da questo canale finanziario non avrà un impatto degno di nota. “Diciamo che l’introduzione di questa misura non peserà eccessivamente”, dice Missaglia, “però, è chiaramente un atto politico da parte degli Stati Uniti di Trump sotto pressione della business community americana che lamenta una difficoltà ad entrare nel mercato indiano, che è estremamente promettente dati i tassi di crescita dei prossimi anni. Questa misura è un modo per far pressione sul Governo indiano così da ampliare le maglie a favore dell’ingresso degli investitori statunitensi nel Paese”.

L’India, infatti, sebbene rimanga un Paese in via di sviluppo è nel pieno della sua crescita economica che sta aumentando a ritmi forsennati. “Fino almeno al 2025 la crescita indiana è prevista intorno al 7% e anche di più, questanno leconomia dovrebbe crescere intorno al 7,5%”, spiega Missaglia, ed è proprio questo il motivo per cui “le imprese americane vorrebbero entrare di più in quest’India che cresce così tanto, mentre, per esempio, la Cina rallenta”. E proprio in funzione di contrappeso alla Cina, “l’India è un partner strategico importante per gli Stati Uniti nella regione, soprattutto perché rappresenta l’altro peso massimo che potrebbe contrastare l’espansione cinese”, continua l’analista, “ciò detto, è risaputo che Trump è un pragmatico e non si fa molti problemi di tipo politico se c’è qualcosa che non funziona, è un negoziatore. Questa mossa di adesso non vuole mettere in dubbio l’importanza della partnership strategica con l’India, ma è un modo per rinegoziare alcune relazioni economiche”.

Proprio oggi Pechino ha abbassato il suo obiettivo di crescita economica che è stato fissato tra il 6 ed il 6,5% così come enunciato dal premier Li Keqiang al Congresso Nazionale del Popolo. La Cina, dunque, sembra risentire gli effetti di un lungo conflitto commerciale con gli Stati Uniti, con i quali dovrebbe arrivare un accordo a fine marzo, a scanso di colpi di scena dell’ultimo minuto come successo durante il vertice di Hanoi tra il leader nordcoreano Kim Jong-un e lo stesso Trump. A fronte di tutto ciò, ci si chiede se il Presidente americano allentando la corda con la Cina non possa adesso tirarla con lIndia. “Sotto un certo aspetto potrebbe essere vista così”, afferma Missaglia, “in realtà bisogna aspettare e vedere cosa succederà nei negoziati tra Washington e Pechino”.

L’uscita dell’India dal SGP sembra solo questione di tempo, ma quali controindicazioni possono risultare nellattaccare così frontalmente New Delhi? “Il Governo indiano potrebbe reagire senza compromesso”, dice Missaglia, “continuando con i dazi, se non addirittura alzandoli e togliendo altri privilegi agli investitori americani, proprio perché, per adesso, l’impatto sull’economia del Paese, derivante dalla fine del SGP, non dovrebbe essere eccessivo”.

Venendo, dunque, a irrigidirsi la relazione commerciale tra USA e India, lUE potrebbe approfittare di questa situazione. “Come sempre l’Europa non ha una politica comune particolare nei confronti dell’India”, chiosa Missaglia, “ha sì una strategia sulla carta, ma come su altri fronti, poi la politica estera e commerciale è gestita individualmente dai singoli Paesi membri”.

In ogni caso, la notifica fatta arrivare al Congresso da Trump ha una valenza di 60 giorni, al termine dei quali il Presidente americano potrà rendere effettiva l’esclusione dell’India dal programma SGP. Tutto dipenderà, allora, dalle mosse del Governo Modi che dovrà agire di conseguenza alle azioni predisposte dal leader statunitense. Tra meno di 60 giorni, invece, l’India sarà chiamata al voto, col Bharatiya Janata Party (BJP – Partito del Popolo Indiano), il partito nazionalista guidato dal premier indiano, grande favorito. Tutto può succedere, ma intanto la propaganda elettorale indiana si arricchisce di un tema nuovo: sarà veramente guerra dei dazicon gli Stati Uniti?

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