sabato, Dicembre 7

Guerra commerciale USA-Cina: possibilità di un accordo al G20? Intervista a Matteo Dian, ricercatore all’Università di Bologna

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Al vertice del G20 dei capi di stato e di governo che si terrà a Buenos Aires i prossimi 30 novembre e primo dicembre i riflettori saranno puntati sul possibile accordo fra Stati Uniti e Cina per porre fine alla guerra commerciale. Una soluzione di compromesso attesa dalla comunità internazionale che diventa in questi giorni sempre più improbabile, con il governo statunitense che si appresta a una nuova escalation tariffaria ai danni della Cina. In una recente intervista al ‘Wall Street Journal’, Trump ha minacciato infatti nuovi dazi alle importazioni cinesi, per un valore pari a 267 miliardi di dollari, nell’eventualità in cui non si arrivasse a un accordo soddisfacente per l’amministrazione americana. Nel corso del 2018 gli Stati Uniti hanno già imposto dazi su 250 miliardi di dollari di importazioni dalla Cina. In caso di mancato accordo la Casa Bianca sarebbe pronta ad alzare le tariffe dal 10% al 25% su 200 miliardi di dollari di prodotti cinesi, e ad introdurre parallelamente nuovi dazi su tutte le altre importazioni al momento esentate dalle nuove barriere commerciali americane. Uno scenario questo che, secondo un recente studio dell’OCSE, potrebbe condurre a una contrazione del PIL mondiale fino allo 0,8% e un corrispondente crollo del commercio mondiale al -2% nel 2021. Se Trump alza il livello dello scontro nell’ottica di strappare un’intesa in grado di contenere lo sviluppo tecnologico cinese – basato secondo gli americani sulla cessione forzata del know how delle aziende statunitensi operanti in Cina -, Xi Jinping respinge al mittente le accuse e al contrario minaccia di risponde con ritorsioni commerciali. A pochi giorni dal G20 argentino si assottigliano quindi le prospettive di un’intesa in grado di far cessare le ostilità commerciali fra le due maggiori potenze economiche del mondo. Ne abbiamo parlato con Matteo Dian, ricercatore all’Università di Bologna ed esperto di relazioni fra Cina e Stati Uniti.

 

Trump minaccia nuovamente la Cina con nuovi e più alti dazi sugli scambi commerciali fra i due Paesi, premendo per ottenere da Xi Jinping un accordo soddisfacente agli occhi dell’amministrazione americana. Quali a suo avviso i termini e i nodi di un possibile compromesso che possa mettere fine alla guerra commerciale fra Stati Uniti e Cina in vista del G20 di Buenos Aires?

Secondo me, indipendentemente dai dettagli, per Trump le sanzioni e l’ostilità verso la Cina fa parte della sua complessiva strategia di mobilitazione domestica dell’elettorato e della narrativa generale. Scaricare sulla Cina e sulla sua concorrenza sleale i problemi derivanti dall’economia americana è stato fin dall’inizio alla base dell’approccio discorsivo e politico di “America first’. La Cina è stata inquadrata e ‘costruita’ nell’immaginario come uno dei problemi principali per gli Stati Uniti, in riferimento all’outsourcing, la cessione di conoscenze tecnologiche, la delocalizzazione e così via… Probabilmente quindi al G20 si potrà trovare un qualche compromesso per scongiurare un ennesimo round di sanzioni: ma è proprio l’impostazione data Trump alla sua politica estera ed economica che fa della Cina un bersaglio necessario. L’apertura economica, non solo verso la Cina, ma verso le altre economie asiatiche e verso il mondo, è stata individuata come uno dei problemi fondamentali degli Stati Uniti. Per questo non credo che questo conflitto possa terminare anche con un accordo al prossimo G20: una simile opzione non risponderebbe alla logica sinora sottesa all’approccio dell’amministrazione Trump. Forse potrà trovarsi una soluzione condivisa sul commercio dell’acciaio e dell’alluminio: ma non credo sia quello il punto vero. Credo che per questa amministrazione americana vi sia anche un aspetto più identitario che di mera politica commerciale ed economica estera. Allo stesso tempo vi è sicuramente una dimensione di lungo periodo legata alla visione fortemente critica di Trump e del suo governo verso la ‘globalizzazione’: una strategia complessiva che fa del protezionismo e della fine dei grandi trattati commerciali bilaterali e multilaterali – come il TTIP e il TPP – i suoi assi portanti.

Una strategia che punta prevalentemente a indebolire la Cina, quale emergente potenza economica mondiale?

Di sicuro gli effetti negativi dei dazi si stanno facendo sentire in Cina: ma questo non toglie che nel medio-lungo periodo anche gli Stati Uniti risulteranno danneggiati da queste politiche. Il guadagno che può esserci nel breve periodo, derivante dal fatto che la Cina esporti meno acciaio, potrà essere compensato dai cinesi nel medio e lungo periodo trovando nuovi sbocchi commerciali. Il progetto Belt and Road ha anche questo scopo. La Cina quindi non diventerà di certo debole perché non sarà in grado di esportare acciaio negli Stati Uniti. Al contrario il suo ruolo regionale in Asia si sta rafforzando enormemente. Anche perché Trump ha imposto dazi non solo alla Cina, ma anche al Giappone e alla Corea del Sud: fra l’altro nel momento estremamente delicato della crisi con la Corea del Nord. Quindi se nel breve periodo gli Stati Uniti potranno forse guadagnarsi, nel lungo periodo non sarà affatto una strategia vincente. Questo è esattamente uno dei fattori che stanno determinando il declino a livello geopolitico degli Stati Uniti. Qui ci sono due aspetti da considerare. Dal punto di vista militare Trump si sta affidando al Pentagono, con il rafforzamento di legami di alleanza nel sud-est asiatico. In questo senso le direttrici fondamentali delle politiche di sicurezza americane sono in continuità con le precedenti amministrazioni. Quello che è cambiato notevolmente è l’accento che è stato messo sulla competizione fra le potenze: in particolare contro la Cina. La National Defense Strategy contiene un accento abbastanza marcato nei termini della competizione fra grandi potenze: ma di fondo si può notare una sostanziale continuità dal punto di vista delle politiche militari e di sicurezza. A cambiare del tutto sono state invece appunto le politiche economiche e commerciali estere. Con Obama la Trans-Pacific Partnership doveva essere lo strumento per rendere l’Asia più aperta e più vicina agli Stati Uniti in funzione anti-cinese. Questa parte non solo è stata completamente abbandonata, ma l’amministrazione Trump sta anzi creando notevoli problemi anche ai suoi alleati storici proprio con l’introduzione delle tariffe. Quindi la reazione a tutto questo è che alleati degli Stati Uniti, per forza di cose, stanno guardando di più alla Cina come potenza regionale: come nel caso emblematico del Giappone che sta cercando di ovviare ai dazi imposti dagli americani venendo a patti con il suo storico rivale cinese. Questo vale per gli altri Paesi del sud-est asiatico e non solo. I cinesi arrivano con gli investimenti e le infrastrutture del Belt and Road, mentre gli americani da un lato offrono la protezione militare, ma dall’altro introducono tariffe che danneggiano i loro partner asiatici. Poi anche dal punto di vista militare e di sicurezza molto spesso Trump ha aperto bocca per creare ancora più incertezza fra i suoi alleati, creando instabilità: è il caso delle dichiarazioni a proposito dell’invito agli altri governi a ‘difendersi da soli’, prospettando un disimpegno americano interno alla NATO. In tutti questi casi è dovuto intervenire regolarmente il Pentagono per metterci una pezza e ricreare un clima di fiducia. Al contrario sul versante economico-commerciale Trump è molto più assertivo. Ma in generale appunto le incertezze legate alla scissione fra sicurezza militare ed economica, un tempo garantita dagli americani, stanno aumentando sempre di più.

In che modo la Cina sta rispondendo all’escalation dell’amministrazione Trump? Quali le alleanze internazionali, e in particolare europee, che sta costruendo per contrastare l’offensiva commerciale americana in vista del G20?

I cinesi hanno il progetto Belt and Road, fatto di investimenti, infrastrutture ecc… Il problema con gli Stati europei, e in primo luogo con l’Italia, è che mentre gli stati asiatici sono ben coscienti del fatto che quando arrivano i cinesi non si tratta di imprese private, ma per la gran parte imprese guidate dallo Stato e dal Partito comunista cinese: quindi con fini anche altri rispetto al mero profitto economico. In Italia, e in particolare sotto questo governo a mio avviso, non è ben chiaro che se c’è un’azienda cinese che acquista un’impresa strategica italiana – ad esempio una parte di Ansaldo – non c’è solo un privato dietro, ma lo Stato cinese. Quindi da questo punto di vista la Cina sta costruendo un sistema di connessioni e dipendenze tali da avere un immediato significato politico. Prendiamo quello sta succedendo alla Grecia e che potrebbe succedere anche a noi: la significativa presenza di investimenti cinesi in strutture e imprese strategiche nazionali comporta un prezzo politico da pagare. La Grecia ad esempio inizia ad allinearsi con la Cina nel voto in commissioni dell’ONU su questioni relative ai diritti umani… Poi bisogna distinguere un aspetto di lungo e breve periodo. Nel breve periodo non esiste che i Paesi europei voltino le spalle agli Stati Uniti per schierarsi apertamente a favore della Cina. Ma sul lungo periodo i cinesi stanno costruendo un sistema di alleanze e interdipendenze tali da influire notevolmente nel futuro sugli assetti geopolitici mondiali. E’ una lenta e progressiva espansione dell’influenza cinese in termini economici e politici, che non si tradurrà nell’immediato in un secco voto a favore della Cina al prossimo G20, ma che gradualmente cambierà le carte in tavola. In Europa fra l’altro non abbiamo i problemi legati a questioni di sicurezza che la Cina invece ha con i Paesi del sud-est asiatico, per esempio quelli legati alle isole del mar cinese meridionale. L’alleanza con questi Stati per i cinesi è più complessa per via delle diverse e ancora accese dispute territoriali: per cui – nonostante iniziative come il Belt and Road – dal punto di vista della sicurezza, questi Paesi sono poi continuamente risospinti verso gli Stati Uniti. Quindi da questo punto di vista l’Europa avrebbe un incentivo anche maggiore nel futuro a cooperare con la Cina.

Quali le prospettive che un simile accordo fra Stati Uniti e Cina si realizzi davvero al G20 argentino?

Secondo me il punto è che, anche se dovesse esserci un accordo, la questione non si chiuderà comunque lì. Con la Cina non c’è un incentivo reale da parte di Trump a porre fine, una volta e per tutte, con la guerra commerciale. Magari quindi si potrà trovare un compromesso per concludere questo round di guerra commerciale: ma sono convinto che a quel punto Trump troverà altri pretesti su cui far ripartire le ostilità. Come dicevo prima: è un pilastro fondante della sua narrativa politica: per questo non può arrivare a una soluzione definitiva.

L’OCSE ha pubblicato uno studio in cui si prevede un crollo del PIL e del commercio mondiali nello scenario di una escalation nella guerra commerciale sino-americana nei prossimi tre anni. Tutti i Paesi del G20 rischiano quindi fortemente di perderci da questo scontro sui dazi. Di fronte a tale rischio come si comporteranno le altre maggiori economie mondiali?

E’ chiaro che tutti quanti hanno da perdere in una simile guerra commerciale, come appunto hanno mostrato le recenti proiezioni dell’OCSE. Venivamo da un periodo in cui, con il WTO, i dazi ‘secchi’ a livello internazionale erano stati aboliti. L’amministrazione Obama, su questa linea, voleva creare modelli di integrazione regionale basati sulla rimozione delle rimanenti barriere non-tariffarie e su una elevata armonizzazione nella regolamentazione economica. Adesso siamo tornati indietro agli anni ’80, verrebbe da dire. Si perde quindi complessivamente un’occasione per la comunità internazionale di procedere nel senso di un maggiore cooperazione economica e multilateralismo. Quindi l’interesse da parte dei governi del G20 è chiaramente quello che si arrivi a un compromesso in grado di allontanare un simile scenario, in cui a perderci in particolare potrebbero essere le economie oggi più in difficoltà, fra cui l’Italia. Siamo però nel mezzo di uno scontro ‘ordini’ del sistema internazionale molto diversi fra loro, appunto fra Stati Uniti e Cina. L’ordine favorito dalla Cina vede maggiore peso della regolamentazione, un ruolo dello Stato e delle banche pubbliche evidentemente molto diverso. Un modello molto diverso da quello europeo e americano. Quello che può succedere è che quindi si frammentino diversi ‘ordini’ nello scenario internazionale, in un sistema con diverse regioni basati su modelli economici differenziati, e in definitiva maggiormente plurale.   

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