martedì, Novembre 12

Guerra commerciale: la controffensiva cinese Pechino reagisce alle manovre Usa aumentando i dazi e snobbando le aste dei T-Bond

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Contrariamente alle iper-ottimistiche previsioni formulate da buona parte degli addetti ai lavori, Stati Uniti e Cina non hanno ancora trovato un compromesso in grado di placare la guerra commerciale che li contrappone quantomeno a partire dall’insediamento alla Casa Bianca di Donald Trump. Giorni fa, Washington ha infatti decretato l’innalzamento dei dazi dal 10 al 25% su 5.7oo categorie di prodotti cinesi per un valore di 200 miliardi di dollari, e chiarito che nuove tariffe sarebbero state introdotte a breve nei confronti di altre 325 miliardi di merci sfornate dall’ex Celeste Impero. In precedenza, i dazi imposti dall’amministrazione in carica avevano colpito quasi 285 miliardi di dollari di importazioni dal ‘dragone’ cinese (il 12% circa del totale).

La decisione di alzare il tiro nasceva dall’esigenza di imprimere una svolta alle trattative bilaterali che, nell’ottica dei falchi statunitensi facenti capo al direttore del National Trade Council Peter Navarro, stavano protraendosi da troppi mesi senza produrre risultati all’altezza delle aspettative.

La reazione di Pechino, tuttavia, è stata ben più rapida e decisa rispetto quanto a Washington si aspettassero. La Cina, principale esportatore verso gli Stati Uniti e loro maggiore creditore, ha infatti adottato una linea d’azione implicante in primo luogo una progressiva limitazione degli acquisti di Treasury Bond (T-Bond) – tra il febbraio 2018 e il febbraio 2019, il valore di titoli di Stato Usa nel portafoglio cinese è passato da 1.1176 a 1.130 miliardi di dollari – e secondariamente l’imposizione di contro-dazi su una vasta gamma di prodotti statunitensi. La prima tornata di tariffe ha coinvolto 110 miliardi di merci statunitensi, mentre il giro successivo sono state colpite quasi 2.500 tipologie di merci mediante un rialzo dei dazi dal 5-10% a 20-25%. Pechino ha inoltre annunciato la possibile restaurazione di tariffe del 25% sull’importazione di Suv prodotti negli Usa, nonché l’immediata riduzione degli ordini di aerei Boeing e la revoca del programma, già pianificato con Washington, che prevedeva l’incremento degli acquisti di prodotti agricoli – soia e carne di maiale in primis – ed energetici – a partire dal Gas Naturale Liquefatto (Gnl). Merci che Pechino ha già cominciato a reperire diversificando i canali di approvvigionamento, e ingigantendo quindi il volume delle importazioni da altri Paesi produttori come Brasile e Iran.

Ma non è tutto. Solo un paio di settimane fa, il governo di Pechino si è spinto a disertare le aste per la vendita di Treasury Bond, scaricando al contempo titoli statunitensi per un ammontare superiore ai 10 miliardi di dollari. Non riuscendo a trovare acquirenti sostitutivi in grado di colmare la voragine aperta dai cinesi, il Dipartimento del Tesoro si è visto costretto a innalzare il rendimento sui titoli, cosa destinata non solo a caricare sulle spalle dello Stato oneri finanziari supplementari, ma anche a minare la realizzabilità della politica di deficit spending portata avanti dall’amministrazione Trump, sotto la quale  il rapporto tra disavanzo di bilancio e Pil ha raggiunto la soglia critica del 4,5%. Per gli Stati Uniti, contenere gli oneri sul finanziamento del debito è determinante, e per conseguire tale obiettivo occorre tassativamente costruire un rapporto di collaborazione con i governi stranieri. A partire da quello cinese.

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