sabato, Dicembre 7

Guerra dei dazi Cina-USA: minacce, modifiche e concessioni necessarie Ecco su quali punti si potrebbe arenare l’accordo tra USA e Cina. Pechino si dice pronto a tutto, sarà così? Ne parliamo con Nicola Casarini

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Negli ultimi giorni si sono accesi i toni del dibattito sull’accordo commerciale che sta inasprendo sempre di più le relazioni tra Cina e Stati Uniti.

A margine dell’undicesimo round di incontri che si svolgerà tra poche tra le delegazioni dei due Paesi, il Presidente americano, Donald Trump, ha minacciato Pechino – tramite un tweet –  che, se non si dovesse giungere ad un accordo, allo scoccare della mezzanotte di venerdì scatterà un rialzo dal 10 al 25%  su 200 miliardi di dollari di importazioni dalla Cina.

A controbattere alle minacce del Presidente americano ci ha pensato subito il Ministero del Commercio cinese, che ha rilasciato una nota nella quale specifica che «se verranno attuate le misure tariffarie statunitensi, la Cina dovrà adottare le necessarie contromisure».

Perché questi attacchi da parte di Trump? L’Amministrazione americana chiede sostanzialmente che la Cina aumenti le importazioni, dato che il surplus commerciale tra i due Paesi, alla fine del 2018, si è attestato a 419 miliardi di dollari: l’anno scorso, le esportazioni statunitensi verso la Cina sono state solo di 120 miliardi di dollari, mentre 540 miliardi di dollari è la cifra totale delle importazioni dalla Cina. Affinché il rapporto tra i due Paesi sia più equilibrato è necessario che questo divario venga ridotto, dato che ora pende maggiormente dalla parte di Pechino. E proprio per andare in questa direzione, l’anno scorso gli Stati Uniti hanno imposto tariffe per 250 miliardi di dollari sui prodotti cinesi, specie auto e moto. Il Governo cinese non è rimasto a guardare ed ha imposto, a sua volta, dazi per 110 miliardi di dollari sui prodotti americani. Più recentemente, invece, i dazi statunitensi hanno colpito altri prodotti cinesi come pesce, borse, abbigliamento e accessori.

Ma c’è di più. Come riportato da ‘Reuters’, Pechino avrebbe apportato sostanziali modifiche alla bozza del documento di 150 pagine relativo allaccordo commerciale con gli Stati Uniti, facendo così saltare i negoziati che proseguono ormai da mesi. Correzioni che avrebbero «indebolito le richieste fondamentali degli Stati Uniti». Stando a quanto riferisce l’agenzia stampa, la Cina sarebbe venuta meno ai suoi impegni circa le modifiche delle leggi riguardanti: il furto della proprietà intellettuale e dei segreti commerciali degli Stati Uniti; i trasferimenti forzati di tecnologia; la politica della concorrenza; l’accesso a servizi finanziari; la manipolazione valutaria.

Potrebbe essere questo, dunque, il motivo che ha spinto Trump ad esporsi in maniera così netta – cosa, comunque, a cui non è estraneo – e mettere la Cina di fronte ad un aut aut.

Per adesso, a risentire maggiormente delle tensioni tra i due contendenti sono stati i mercati finanziari. Le Borse asiatiche hanno chiuso tutte in negativo, in particolare la Hang Seng di Hong Kong,  con un -2,39%, e quella cinese, la Composite, con un -1,48%. L’indice americano di Dow Jones ha chiuso ieri con un +0,01%, mentre il NASDAQ con il -0,26%. Anche le Borse europee hanno risentito del nervosismo sino-americano e, al momento, fanno segnare tutte un indice negativo: Piazza Affari questa mattina ha aperto col -0,48% e alle ore 15 faceva registrare -1,31%.

Per capire su quali punti si è arenato l’accordo e quanto ancora effettivamente la Cina possa continuare questo braccio di ferro con gli Stati Uniti, abbiamo intervistato Nicola Casarini, responsabile di ricerca per l’Asia presso l’Istituto Affari Internazionali (IAI).

 

Reuters ha riportato che, nel documento fatto arrivare alla Casa Bianca, la Cina ha stravolto totalmente l’accordo. Quali sono i punti più critici in cui Pechino non si ritrova?

Per quello che sappiamo, i punti critici sono, tra gli altri, la questione delle tecnologie e della proprietà intellettuale. Quello che, sostanzialmente, vogliono gli Stati Uniti è che la Cina rinunci ad essere leader in certe tecnologie: non lo dicono così chiaramente, ma è la loro vera intenzione. C’è inoltre un discorso che ruota intorno alla proprietà intellettuale. Washington, infatti, vuole evitare che la Cina, quando sviluppa tecnologie all’interno del Paese utilizzando conoscenze di provenienza occidentale, le consideri poi a tutti gli effetti tecnologie cinesi. Queste sono delle questioni importanti perché il vero obiettivo degli americani è impedire che la Cina diventi leader tecnologico in una serie di settori, mentre Pechino non può rinunciare a questo – non solo ne va della propria crescita economica, ma anche di tutto quello che è stato detto dal Governo cinese ai propri cittadini riguardo il ritorno del Paese sulla scena internazionale e la leadership nei settori chiave. Non è semplice da risolvere la cosa. Le discussioni sono ancora aperte, ma questa è una questione che, in realtà, è in sospeso da decenni, da quando gli occidentali, con l’apertura della Cina, hanno iniziato a trasferire tecnologia all’interno dei confini cinesi. Per esempio, quando l’Europa decise di cominciare a collaborare con i cinesi sulle tecnologie spaziali – nel caso di Galileo, il sistema satellitare europeo – Pechino iniziò a sviluppare tecnologie in Cina, utilizzando conoscenze e tecnologie europee, ma a quel punto le presentò come tecnologie cinesi perché sviluppate lì. Questo è l’esempio concreto di come i cinesi si sono appropriati di tecnologia straniera facendola diventare cinese, anche se non lo era inizialmente, mettendo così in discussione uno degli elementi cardine della proprietà intellettuale occidentale. Questo non sarà un punto facile da risolvere nelle discussioni tra Cina e Stati Uniti. Poi ci sono altri elementi che riguardano l’accesso al mercato delle imprese americane in Cina, questo, però, è un punto più politico e dipende proprio dalle negoziazioni. I cinesi sembra non abbiano concesso a Trump quello che chiedeva e questa è una delle ragioni per cui c’è stato questo irrigidimento. Le questioni sono varie e toccano interpretazioni, che rimangono differenti fra Cina e Occidente, ma anche interessi concreti con l’Amministrazione Trump che vuole mandare messaggi al proprio elettorato, e per questo c’è bisogno che Pechino faccia delle concessioni che per la Cina sono difficili da fare.

Trump ha annunciato, attraverso un tweet, un aumento delle tariffe dal 10 al 25%: è solo tattica per mettere pressione alla Cina? oppure il fatto che i delegati cinesi presenzieranno ugualmente alla riunione fa ben sperare?

Questa non è una novità, Trump lo aveva già annunciato lo scorso anno, all’inizio della guerra commerciale, quando la sua Amministrazione aveva mostrato quali sarebbero stati i passi successivi se gli Stati Uniti e la Cina non fossero arrivati ad un accordo. Per cui, i cinesi già sapevano di questo gioco al rialzo da parte degli americani, tra l’altro c’è un’altra fase d’imposizione ancora maggiore già annunciata da Trump l’anno scorso. I cinesi, quindi, non possono essere sorpresi da questo, se non, giustamente, dalla maniera in cui è stata fatta e, cioè, attraverso un tweet. Questo, però, è parte dello stile di Trump, ovvero mettere la controparte di fronte ad una sorpresa, come se fosse quasi uno scacco matto, per cui l’altra parte non può fare altro che sedersi al tavolo, rispondere direttamente e, eventualmente, fare concessioni. Secondo me, quindi, l’Amministrazione americana riuscirà, in parte, ad ottenere concessioni dalla Cina, perché i cinesi hanno bisogno del mercato americano. Per il Governo di Xi, gli Stati Uniti rimangono essenziali per garantire quella pace e quella stabilità intorno alla Cina utile a questa affinché continui il suo sviluppo economico, per proseguire quella marcia che sperano i cinesi li porterà ad essere la prima economia mondiale. Se gli Stati Uniti volessero, potrebbero utilizzare il loro sistema di alleanze in Asia per mandare molti messaggi più forti alla Cina, così da contenerla. Per cui i cinesi sanno che con l’Amministrazione Trump, prima o poi, qualcosa dovranno cedere, ma ovviamente cercheranno di non concedere troppo, garantendosi certe ‘linee rosse’ oltre cui gli americani non potranno andare. Alcune concessioni importanti le hanno già fatte, come nel caso della nuova normativa sugli investimenti esteri. La nuova legislazione sugli investimenti – che va anche a vantaggio degli europei – è stata approvata nell’ultima sessione dell’Assemblea Consultativa cinese, svoltasi a marzo, ed è arrivata anche grazie – e soprattutto – alle forti pressioni di Trump.

Quali modifiche dovrebbe apportare la Cina all’interno della sua struttura per favorire un accordo totale con gli USA e porre fine a questa guerra?

Innanzitutto la legislazione sulla proprietà intellettuale che dà interpretazioni diverse rispetto a quelle occidentali: questo non è poco. Poi c’è tutta una serie di questioni legate alle grosse imprese di Stato. Gli americani cercano di limitare la capacità che hanno le imprese cinesi di avere un facile accesso al credito o, per esempio, di risolvere agilmente le questioni burocratiche, visto che questo distorce la competizione internazionale. Gli americani cercano di fare in modo che le loro imprese possono competere con quelle cinesi in maniera paritaria senza quelle tante distorsioni che, invece, sono presenti ora e che permettono alle imprese cinesi di presentarsi sui mercati internazionali in maniera molto più forte poiché hanno lo Stato dietro, rispetto a quelle aziende occidentali che non godono dello stesso favore. Anche questo richiede un cambiamento di mentalità, ma anche legislativo, cosa che richiederà non pochi sforzi da parte della dirigenza cinese.

Il ‘Global Times’ ha detto che «la Cina è ben preparata per un’escalation nelle tensioni commerciali. Sono in atto diversi piani, come contromisure per eventuali aumenti tariffari e politiche favorevoli per minimizzare le perdite per le imprese cinesi. Mentalmente e materialmente, la Cina è molto più preparata della sua controparte statunitense». È davvero così? o questa volta potrebbero esserci serie implicazioni per l’economia cinese? E quali sarebbero questi piani?

No, la Cina non è così preparata, ma si capisce che il ‘Global Times’ cerca di fare la voce grossa, proprio perché siamo di fronte a negoziazioni con un Presidente americano che la voce grossa la fa. Per cui, io vedo anche questo editoriale del ‘Global Times’ come parte delle negoziazioni. Non penso che la Cina sia così pronta, anzi, credo che rischi di farsi molto male ed il motivo sta nella situazione in cui si trova la Cina da circa tre decenni. La Cina è completamente immersa nel mondo, anzi è la Cina che adesso ha più da perdere dalla chiusura delle frontiere. È la Cina che va a Davos per chiedere di mantenere la globalizzazione e i mercati aperti. Certo, è probabile che la Cina metta in atto piani che prevedono, per esempio, contromisure per eventuali aumenti tariffari e politiche favorevoli per minimizzare le perdite per le imprese cinesi, il tutto per ragioni di pace sociale interna. Se lo vediamo nel breve periodo, la Cina fa la voce grossa, fa piani per ‘insulare’ sé stessa dagli USA. Ma se la vediamo nel lungo periodo, notiamo che la Cina è molto dipendente dai mercati aperti e dalla globalizzazione, e che gli Stati Uniti, nonostante i messaggi di un’ ‘America first’, in realtà sono molto legati con i principali partner commerciali della Cina. Un irrigidimento da parte cinese, quindi, non avrebbe nessun interesse, ma andrebbe ad uno scontro frontale non solo con gli Stati Uniti, ma anche con il Giappone, con i coreani, con il sud-est asiatico.

Se l’accordo non dovesse andare in porto, potrebbero esserci ripercussioni sulla politica estera nella relazioni tra i due Paesi o tutto resterà confinato nell’ambito economico?

Assolutamente, né i cinesi né l’Amministrazione Trump ragionano come, invece, potremmo ragionare noi a livello europeo, dove abbiamo la Commissione europea che si occupa solo degli investimenti e del commercio e i Paesi membri che si occupano della politica estera. I cinesi e gli americani sono impegnati in negoziazioni sia sulle questioni prettamente economiche che su quelle politiche. Lo scacchiere è il mondo, in queste settimane Cina e USA sono focalizzate su una parte dello scacchiere, quello commerciale, ma loro giocano sempre sull’intero sistema. Per cui, questioni politiche, strategiche, militari sono sempre tenute in considerazione. Questa è la grande differenza con l’Europa che, invece, non riesce a giocare su tutto lo scacchiere.

Quali sono gli altri Paesi che risentirebbero maggiormente, o hanno già risentito, di questa guerra commerciale che potrebbe inasprirsi?

Innanzitutto i Paesi limitrofi, come la Corea del Sud e il Giappone, e poi quelli del sud-est asiatico, Malesia e Indonesia in primis. Questo perché loro hanno la Cina come primo partner commerciale, ma subito dopo, in genere, vengono gli USA. Una guerra tra i due, quindi, li colpisce direttamente. Ma poi ci sono Paesi in giro per il mondo che vengono colpiti, anche noi europei. Stiamo parlando della prima e della seconda economia al mondo, per cui qualunque tensione ci sia tra questi due giganti è inevitabile che ci siano ricadute sul resto del pianeta. Basta osservare le Borse, quelle che sono calate non sono solo quelle asiatiche, hanno iniziato loro, ma pian piano il contagio è arrivato anche in Europa, con ricadute importanti anche sulla Borsa di Milano. È inevitabile data l’entità delle cifre in gioco.

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