domenica, Dicembre 8

Guantanamo, chiusura più vicina? field_506ffbaa4a8d4

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Il piano del Governo statunitense per chiudere il super carcere di Guantanamo è «nelle fasi finali». Lo ha comunicato il portavoce della Casa Bianca, Josh Earnest, specificando che si tratta di un caso «di sicurezza nazionale». La notizia arriva a pochi giorni dall’apertura dell’Ambasciata cubana a Washington, seguita al disgelo tra i due Paesi dopo oltre 50 anni di ostilità. Da mesi era già cominciato il trasferimento dei detenuti in altre strutture, portando l’attuale popolazione carceraria di Guantanamo a 116 persone -contro il massimo di 684 del 2003- di cui altre 52 potrebbero essere presto trasferite se le condizioni di sicurezza necessarie saranno rispettate. A quel punto il numero dei prigionieri rimasti nella base scenderebbe sotto la soglia di 80, oltre la quale diventerebbe antieconomico mantenere la prigione aperta.
Oggi l’ulteriore accelerazione: Barack Obama sta valutando l’opzione dell’ordine esecutivo per aggirare l’opposizione del Congresso alla chiusura di Guantanamo. Il Presidente valuta di ricorrere ai suoi poteri esecutivi per mantenere la promessa fatta nel 2008 in campagna elettorale, per quanto la migliore opzione per chiudere il carcere nell’enclave Usa sull’isola di Cuba, resti il via libera del Congresso.
Dopo anni di polemiche ad alta voce, dunque, i prigionieri di Guantanamo stanno lasciando in silenzio il campo di detenzione nell’enclave Usa sull’isola di Cuba. E il Presidente Barack Obama, che dell’annunciata chiusura aveva fatto uno dei capisaldi della campagna elettorale per le elezioni del 2008, sta per mantenere la sua promessa.

In effetti, Obama ci ha provato fin dagli albori del suo insediamento. Il 22 gennaio 2009, due giorni dopo il suo approdo alla Casa Bianca, il neo-Presidente ha firmato gli ordini esecutivi per chiudere ciò che restava della rete di prigioni non accessibili -tra cui appunto Guantanamo- dando ordine al suo Ministro per la Difesa, Chuck Hagel,  di procedere con l’adozione delle disposizioni necessarie. Tuttavia l’iniziativa fu sospesa quasi subito a causa delle enormi resistenze incontrate. Tra i ranghi dell’intelligence molti temevano che i sospetti terroristi potessero tornare attivi una volta rilasciati e in seguito è stata la maggioranza repubblicana in Congresso a mettersi di traverso.
Obama ha rilanciato gli sforzi nel 2013, subito dopo la sua rielezione, quando ha nominato Cliff Sloan inviato speciale con il solo compito di portare a termine la missione. Insieme alla nomina di Sloan, il Presidente ha istituito un articolato sistema di controllo per le pratiche di rilascio. Ciascun provvedimento deve essere preso in esame e approvato dai ministeri degli Esteri, della Difesa e della Giustizia e poi vidimato dall’ufficio della Homeland Security, dal Capo di Gabinetto e dal Direttore dell’Intelligence Nazionale. Un percorso lungo ma indispensabile per infrangere il  muro di ostilità che impediva i rilasci.

Sloan ha terminato il suo mandato il 31 dicembre e, subito dopo tale scadenza, aveva affidato alle colonne del New York Times un ultimo appello per convincere gli irriducibili oppositori dei trasferimenti, tra i quali l’ex vice Presidente Dick Cheney. «Dall’adozione del nuovo sistema di convalida – ha scritto Sloan – il numero di recidivi dopo il rilascio è sceso a un poco significativo 6,8%. E anche nel caso estremo di una ripresa delle attività terroristiche, la capacità dei nostri servizi di rintracciare ed eliminare le cellule tornate attive è così alta, da non poter più giustificare la carcerazione di tanti altri prigionieri». In effetti, siamo ben lontani da quel 25% di ex detenuti rientrati nelle fila del terrorismo internazionale nel periodo 2001 – 2011, un caso su tutti: quello di Mohammed Mansour Jabarah, che dopo essere diventato informatore dell’FBI ha successivamente tradito gli agenti americani ed è stato condannato all’ergastolo.

Nondimeno, la chiusura del campo di prigionia di Guantanamo pone tuttavia dei seri quesiti sul piano organizzativo. Molti dei 52 prigionieri a cui facevamo cenno all’inizio sono yemeniti e gli Stati Uniti puntano a non rimpatriarli date le tensioni in corso nel Paese, ma a trasferirli altrove. Per questo motivo sono in corso trattative con diversi Paesi, come ha dichiarato Lee Wolosky, l’inviato del Dipartimento di Stato per trattare gli accordi di trasferimento, secondo il quale «Il processo subirà un’accelerazione nelle prossime settimane perché la riduzione del numero dei detenuti tramite trasferimenti esteri è una componente essenziale degli sforzi più ampi per chiudere il carcere».
I restanti 64, invece, sono considerati troppo pericolosi per essere rilasciati. Washington vuole trasferirli nelle carceri americane -o almeno è questa una delle possibilità valutate dall’amministrazione Obama- e a tale scopo, il Dipartimento della Difesa ha inviato alcune tecnici nelle installazioni militari in Kansas e South Carolina per verificare se abbiano o meno la possibilità di accogliere i prigionieri.

La legge vieta in trasferimento dei detenuti di Guantanamo negli USA, pertanto è necessario che tale norma venga emendata dal Congresso, dove però il piano di Obama passerebbe sotto le forche caudine della maggioranza repubblicana. Nell’ultimo periodo il Presidente ha inanellato una serie di risultati lusinghieri: il disgelo con Cuba, l’accordo sul nucleare iraniano e il via libera della Corte Suprema all’Obamacare. La chiusura di Guantanamo sarebbe certamente la ciliegina sulla torta del suo ottennato, ma se ciò non dovesse avvenire anche il processo di distensione con L’Avana potrebbe subire degli intoppi.

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