martedì, Settembre 29

Grecia, una bomba ad orologeria 40

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Comanda lei, sta gestendo la crisi della Grecia e quella del debito Europeo con una durezza che sfiora l’arroganza, per ora vince ma Angela Merkel rischia di strafare mettendosi contro il resto del Mondo. Infatti da alcuni anni all’interno dell’Unione Europea è sempre molto acceso il dibattito di diversi europarlamentari, i quali contestano la campagna di demonizzazione in atto contro la Grecia, a causa del suo pesante debito pubblico.

In una riunione del Parlamento Europeo, il parlamentare e presidente dei Verdi Daniel Cohnbendit qualche tempo fa ha dichiarato: «Cari colleghi, è evidente che intorno alla questione ellenica per mesi si è tergiversato, dando spazio alle speculazioni. Bisogna modificare i trattati in seno al Parlamento Europeo, bloccando così le manovre speculative. Serve un’iniziativa per il disarmo ed è necessario che le truppe turche si ritirino dal nord di Cipro. La Germania ha venduto al governo ellenico sei sottomarini, per una spesa di un miliardo di Euro, la Francia ha fornito ad Atene sei fregate ed elicotteri per complessivi 3 miliardi di Euro. All’epoca il Governo Papandreu era ancora “Il Governo Papandreu”; ora nell’arco di soli tre mesi dovrebbe prendere l’ardua decisione di applicare misure restrittive in materia di pensioni e salari: tutto questo è una follia! Sarebbe necessario il coinvolgimento del BIT/Ufficio internazionale del lavoro, al fine di affrontare una situazione che non è politica, bensì economica. In questo modo si garantirebbe alla Grecia la propria integrità territoriale e il Governo ellenico potrebbe ridurre le spese militari, anziché colpire ingiustamente i salari da 1000 Euro».

La Grecia per troppi anni è stata una sorta di “pied-a-terre” del Mediterraneo, con prestiti cospicui alle banche, la telefonia nelle mani della Deutsche Telekom, l’Aeroporto di Atene, i trasporti marittimi, le commesse militari… Quando Kostas Karamanlis, fido alleato del Cancelliere Angela Merkel, ha comprato centosettanta carri armati leopard, duecentoventitre cannoni di seconda mano e quattro sottomarini della Thyssenkrupp, il ministro Papandreu li rispedì al mittente, ma poi la pagò cara. Le più forti pressioni sulla questione greca giungono dagli Stati Uniti, poiché il Presidente Obama è convinto che l’UE non stia facendo abbastanza per salvare non solo la Grecia, ma se stessa.

Per avere una visione chiara dei problemi della Grecia, che secondo un rapporto presentato all’apertura della Fiera Internazionale di Salonicco di questo anno, ha un sistema pensionistico armai collassato, che non esploderà nel 2025 ma probabilmente dieci anni prima,(vale a dire il prossimo anno), dovremmo partire da molto lontano. Per esempio, questo Paese è il quinto importatore di armi al mondo, una superpotenza militare, al pari degli USA e della Cina, stando almeno all’incidenza sul Pil delle sue spese in armamenti. Tutto questo è evidentemente inconcepibile. Le misure approvate e messe in atto dal Parlamento greco stanno mettendo in ginocchio il Paese; alla popolazione non si possono dar da mangiare carri armati tedeschi e francesi… Sono anni che Germania e Francia impongono alla Grecia l’acquisto di panzer, cannoni e sottomarini e questo, secondo alcune fonti giornalistiche, succede ancor oggi. Nel frattempo, alla popolazione sono stati tagliati salari, pensioni, sanità ed imposta la vendita di aziende pubbliche. Gli arsenali sono pieni di armamenti, utili solo per arricchire Germania e Francia a spese dei greci; intanto, qualcuno si chiede persino per quale motivo Atene e tutto il Paese siano una polveriera pronta ad esplodere. Questo potrebbe essere l’epilogo di una triste storia… Lo storico Marcello De Cecco scrive che l’Italia, a differenza della Germania, hanno sempre pagato i loro debiti di guerra, anzi la Grecia ancor sta aspettando che i Tedeschi la pagano.

Quindi, appare lapalissiano il controsenso per cui la Merkel dichiari che Paesi come la Grecia, l’Italia e il Portogallo, se non faranno il loro dovere riducendo il debito pubblico, non potranno più contare sull’aiuto dell’UE.

Ma cerchiamo di analizzare i fatti che hanno condotto la Grecia a questa gravissima situazione: nel 2009 lo stesso George Papandreu, ex primo Ministro, all’indomani delle elezioni dichiarava il rischio di bancarotta per il Paese. All’inizio del 2010, in seguito al downgrade da parte di alcune agenzie di rating internazionali, si erano diffusi timori di una crisi del debito pubblico, relativamente ad alcuni Paesi della Zona Euro ed in particolare: Grecia, Spagna, Italia, Portogallo, Irlanda e Cipro. Nel maggio dello stesso anno vennero predisposti pacchetti di aiuti per 110 miliardi di Euro in tre anni.

La situazione nel 2011 si aggrava ulteriormente, poiché le agenzie di rating Moody’s Standard & Poor’s e Fitch tagliano ulteriormente il rating della Grecia, portandolo rispettivamente a Caa1 (insolvente), a CCC (debito altamente speculativo) e a Ccc ( (vulnerabile) e ciò costringe il Governo ad effettuare ancora altri tagli per 6,5 miliardi di Euro e nuove privatizzazioni, allo scopo di ottenere ancora ulteriori prestiti da parte dell’UE e del Fondo Monetario Internazionale; la crisi si ripercuote anche sulla situazione occupazionale del Paese, con un tasso di disoccupazione che a febbraio 2011 raggiunse il 15,9%.

In seguito all’approvazione del Parlamento greco di un nuovo piano di austerità, che impone tagli per ben 28 miliardi di Euro entro il 2015, l’UE da il via libera alle ulteriori tranche di aiuti per tutto il 2011. Il 25 luglio 2011 Moody’s taglia il rating greco di altri tre livelli, portandolo a Caa1 a Ca, dando per certo il default della nazione. Nel settembre 2011 il Governo greco vara un’ulteriore manovra, tassando gli immobili, allo scopo di recuperare altri 2,5 miliardi di Euro, utili a raggiungere una nuova tranche di aiuti pari ad 8 miliardi di Euro. Nel frattempo, il vice-cancelliere tedesco Philipp Roesler ribadisce la possibilità del default greco, come estrema soluzione, per uscire dalla crisi della moneta unica. Non è finita, il 21 dello stesso mese il governo si vede costretto ad un’altra drammatica manovra che prevede un ulteriore taglio alle pensioni, la mobilità per 30.000 dipendenti pubblici a partire dal 2011 ed il prolungamento della tassa sugli immobili fino al 2014.

A questo punto viene istituita la Troika, formata da FMI, BCE ed UE che riesce a convincere la Germania ad attivare il fondo salva-stati, grazie al quale arriva altro ossigeno alla Grecia. Intanto, il Governo Papandreu tenta di indire un referendum in merito al piano di salvataggio, ma la minaccia da parte dell’Europa di sospendere gli aiuti economici gli impone il dietrofront. Il premier ellenico rassegna le dimissioni e viene istituito un governo di unità nazionale guidato da Lucas Papademos, con le elezioni politiche fissate ad aprile 2012.

L’UE sostiene l’urgente necessità di trovare una soluzione alla crisi greca, poiché a lungo andare gli effetti negativi potrebbero ripercuotersi sui mercati di tutta la Zona Euro. Buona parte dell’opinione pubblica è esasperata e ad Atene cominciano gli scontri fra manifestanti e forze dell’ordine. La Troika, senza mezzi termini, pone al Governo greco un nuovo ultimatum: per sbloccare il pacchetto di aiuti internazionali è necessaria l’attuazione di un nuovo programma di austerità, che prevede il taglio del 22% sui salari minimi, al fine di dare slancio alla competitività dei prodotti greci.

Il fenomeno migratorio, vissuto nel dopoguerra, si presenta di nuovo: i giovani, soprattutto i laureati cercano opportunità di lavoro in Australia, Russia, Iran e Cina. Agli inizi del 2012 l’agenzia di rating Fitch da per scontato il default della Grecia e la Germania, Paese molto esposto con il debito greco, si vede respingere la proposta di trasferire la sovranità nazionale del Paese ellenico a Bruxelles. Nel frattempo, servono urgentemente 130 miliardi di Euro per far fronte al rimborso dei bond in scadenza. I nuovi 130 miliardi li sborseranno soprattutto gli stati membri dell’Eurozona, che sperano in un ”significativo contributo” del Fmi. Quanto significativo, la direttrice Christine Lagarde lo deciderà a marzo. Con i 110 miliardi già sborsati con il primo programma del 2010, la cifra totale sale a 240 miliardi di ‘denaro fresco’ e nella somma non c’è lo ‘sconto’ che i privati – ovvero le banche creditrici – hanno finito per concordare (pari al 53,5% del valore nominale dei bond nelle loro mani) nè gli impegni di Bce e Banche centrali nazionali rispettivamente per cedere i profitti dei bond in portafoglio e alleggerire gli interessi sui debiti correnti.

Per Mario Draghi «è un accordo molto buono». Per Mario Monti è la prova che «l’Europa è anche in grado di funzionare». Ma il presidente della Bce ha sottolineato i due aspetti politicamente più sensibili: i partiti greci dovranno dare sostegno agli impegni presi dal primo ministro Lucas Papademos e dal ministro delle Finanze Evangelos Venizelos e la messa in atto del programma dovrà essere «correttamente monitorata». La troika Ue-Bce-Fmi, che negli ultimi due anni andava a controllare la situazione con missioni ogni tre mesi, sarà ad Atene in permanenza. Di fatto è una vittoria dei ‘falchi’ del Nord Europa, che non si fidavano più delle promesse della politica greca. La Germania che aveva parlato per prima della necessità di un ‘commissariamento’ di Atene, nelle settimane scorse aveva ammorbidito i toni.

Ma è stata l’Olanda a fare la faccia feroce fino all’ultimo, con il ministro De Jager che ha chiesto la troika permanente entrando in riunione e alla fine l’ha ottenuta. Il timore è che gli impegni presi dal governo Venizelos, sostenuto dai socialisti del Pasok e dai conservatori di Nuova Democrazia, possano venire disattesi dal governo che uscirà dopo le elezioni del prossimo aprile. Ma l’Eurogruppo ha preso le contromisure: l’erogazione del nuovo piano di aiuti avverrà in due anni, fino al 2014. Con tutti i ‘se’ ed i ‘ma’ del caso il nuovo accordo «garantisce che la Grecia resterà nell’euro», secondo il presidente dell’Eurogruppo Jean Claude Juncker. Ed i due ‘super Mario’ dell’Eurozona si congratulano per la tenuta. Draghi parla di «accordo molto buono» e dà atto, da una parte al governo di Venizelos di essere stato capace di «garantire le azioni necessarie per ripristinare crescita e stabilità», dall’altra agli eurogoverni di aver deciso di aiutare la Grecia «aiutare la Grecia a tornare sul cammino della crescita e della creazione di posti di lavoro». Monti saluta l’accordo come un «bel risultato per Grecia ed Eurozona. E per i mercati, speriamo». Ma l’impennata dell’euro sui mercati asiatici è il primo segnale positivo nell’alba di Bruxelles.

L’accordo raggiunto in nottata dall’Eurogruppo «è un nuovo inizio per la Grecia»: lo ha detto il ministro danese all’Economia Margrethe Vestager, presidente di turno del Consiglio, al suo arrivo alla riunione dell’Ecofin. Il rapporto pero “strettamente confidenziale” di troika per la situazione economica della Grecia condivisa dai governi della zona euro la settimana scorsa, condizionati per la discussione di ieri al tavolo dell’Eurogruppo rivela che il programma di aiuti esistenti in Grecia è fuori obiettivi e che al Paese possa essere richiesto dopo il 2015 e fino al 2020 il terzo salvataggio, con cifre che variano da 50 miliardi di meglio, a 115 miliardi di peggio.

Il rapporto è stato rivelato dal Financial Times e da Reuters. Secondo questa, le misure di austerità imposte rischiano di provocare una recessione così profonda che la Grecia sarà in grado di uscire dal buco nero del debito rispetto al piano secondo di 130 miliardi di euro. In base allo scenario di riferimento, il che implica persino arrestare la china della recessione nel 2013 e che la crescita sarà del 2,3% nel 2014, il nostro Paese avrà bisogno di aiuto 50 miliardi 2015-2020, ha detto il corrispondente del ‘Financial Times’ da Bruxelles Peter Spiegel.

Anche nel rapporto confidenziale della Troika si legge, tra l’altro, che il piano di privatizzazione da cui si aspettava di raccogliere 50 miliardi sarà ritardato per cinque anni e alla fine produrrà 30 miliardi e quello della ricapitalizzazione delle banche greche che originariamente dovrebbe costare 30 miliardi di euro, ora dovrebbe costare 50 miliardi di euro. 

E tutto questo succedeva ieri…oggi la notizia è : Il sistema pensionistico ellenico è una bomba ad orologeria che non esploderà nel 2025, ma 10 anni prima, o addirittura l’anno prossimo: a lanciare l’allarme, come riferisce il quotidiano Kathimerini, è uno studio condotto dall’Istituto del Lavoro della Confederazione Generale del Lavoro greco (Ine/Gsee). Il rapporto è stato presentato all’apertura della Fiera Internazionale di Salonicco (Tif), tradizionale tribuna da cui il governo greco presenta la propria politica economica per l’anno successivo.

La relazione annuale della Gsee (uno dei due maggiori sindacati ellenici) sull’economia greca comprende un capitolo sull’invecchiamento della popolazione e la sostenibilità del sistema di sicurezza sociale dal 2013 al 2050. Nel rapporto si sostiene che la recessione prolungata e l’alto tasso di disoccupazione hanno dato slancio allo sgretolamento del sistema pensionistico da un decennio a questa parte e che, per diventare di nuovo redditizio, il sistema avrebbe bisogno di risorse aggiuntive di 950 milioni di euro solo per il 2016. Ma i requisiti del sistema, secondo lo studio, sono destinati a crescere rapidamente negli anni successivi sino ad un’impennata pari a 2,67 miliardi di euro prevista per il 2020. Gli autori del rapporto sottolineano che i tagli fatti alle pensioni e l’aumento dell’età pensionabile avrebbero permesso la sostenibilità del sistema fino al 2025 se non fosse stato per la grave e prolungata recessione e l’alto tasso di disoccupazione che ha raggiunto il 27%. Come risultato di ciò, sostengono gli esperti, il 2015 è con tutta probabilità l’anno in cui il sistema di sicurezza sociale greco finirà in pezzi.

Lo studio aggiunge che nuove misure saranno necessarie a causa dei ridotti finanziamenti statali (passati da 16,4 miliardi di euro nel 2012 a solo 8,6 miliardi per il periodo 2015-2018), del dirompente aumento della disoccupazione, dell’incremento del numero di nuovi pensionati (da 40.000 nel 2009 a 100.000 all’anno dopo il 2010), delle riduzioni dei salari e della crescita del lavoro sommerso e flessibile. Il rapporto rileva inoltre che le riserve di liquidità dei fondi di sicurezza sociale si sono già ridotte da 26 miliardi di euro nel 2009 a 4,5 miliardi l’anno scorso, mentre il cambiamento demografico avvenuto in Grecia a causa delle aumentate aspettative di vita e della riduzione del tasso di natalità ha contribuito ad un aumento del 15% sugli oneri dei fondi pensione. Dopo i recenti interventi del governo sul sistema pensionistico, evidenzia in conclusione lo studio, l’età media del pensionamento è salita sino a 63 anni mentre le pensioni sono state tagliate di circa il 32,5%.

Insomma tutti i mali a mio avviso partono da questa analisi: della Germania ne abbiamo parlato tanto nei giorni scorsi (mini jobs, dumping salariale ecc. ecc.) ma guardando anche agli altri quattro da cui dovremmo prendere esempio perché “hanno fatto le riforme” e da loro la Troika ha funzionato (Irlanda,Spagna,Portogallo e Grecia). Ma si scoprirà che c’è stata un’emigrazione senza precedenti se va bene (in Irlanda nel 2012 emigrava uno ogni 6 minuti d’orologio, ed il governo stesso incentiva l’emigrazione, dal Portogallo partono addirittura verso Angola e Mozambico), e record di partecipazioni alle “mense dei poveri” o addirittura suicidi se va male (qualsiasi dato sulla Grecia è superfluo).

Disoccupazione diminuita con gente che si è ammazzata dalla disperazione, con gente che è emigrata e con gente magari pluri-laureata che si è messa a zappare la terra (nulla di cui vergognarsi, per carità). Ma davvero è diminuita sensibilmente la disoccupazione? In Spagna resta spaventosa, sopra il 23%. E’ vero che ha toccato anche il 27%, ma ora la tendenza al recupero si è già esaurita, dato che nell’ultimo trimestre la disoccupazione è già tornata a salire. In Grecia idem, ha toccato quota 29% ed ora siamo al 27%, ma la tendenza alla discesa è tutt’altro che rapida, ed il PIL, a differenza della Spagna, continua a crollare.

In Portogallo la situazione è assolutamente stazionaria, un 14% circa che sembra ormai quasi strutturale. In Irlanda, come detto, la tendenza al ribasso sembra più corposa e siamo all’11% circa dopo aver toccato il 15%, ma va ricordato che l’Irlanda è uno di quei classici Paesi che campano dei famosi IDE (Investimenti diretti esteri), e con un debito privato estero al 300% del PIL, appena viene un raffreddore all’UK, agli USA o alla Germania saltano di nuovo come Hiroshima, senza considerare il fatto che nessuno come l’Irlanda ha potuto rivolgersi alla tanto schifata spesa pubblica, arrivando a sforare addirittura del 30% nel 2010, e non a caso ora ha anche un debito/PIL quasi come il nostro (120%), mentre prima della crisi era al 23%.

Intanto andiamo da una media del 25% in Grecia e del 10% in Spagna, in Irlanda un po meno, ma quelli che hanno perso il lavoro dal 2008 o sono, come detto, emigrati, o si sono messi a fare i contadini, e quindi a guadagnare per forza meno.

Non penso che la Grecia sotto questa drammatica situazione rimarrà ancora, se vuole sopravvivere, nell’area Euro. Potrebbe essere il suicidio di un Paese felice trasformato in esperimento economico di una nuova terza guerra Mondiale che è in atto. Unica salvezza per ora secondo economisti e politici la creazione di una FED Europea, una Banca Europea forte che aiuta i Paesi in difficoltà….se non sara cosi, chi sara il prossimo?

 

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