domenica, Febbraio 23

Gran Bretagna: il governo di Theresa May, tra alleanze,Brexit e rischi per la pace

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Sono passate poche ore dal terribile incendio che ha devastato un grattacielo di Londra. A quanto risulta, pare siano due gli italiani che sono rimasti coinvolti nella tragedia, ma il bilancio sfiora quasi le 20 vittime. Ma la City è almeno da una settimana al centro dell’attenzione internazionale anche per lo stallo politico che si è venuto a creare dopo le elezioni dell’8 giugno.

Le elezioni anticipate erano state richieste dalla leader del Partito Conservatore Theresa May che era allo stesso tempo a capo del governo con l’obiettivo, stando ai commenti di alcuni esperti di politica inglese, di consolidare e rafforzare la maggioranza in Parlamento soprattutto in vista dei negoziati per Brexit.

L’esito delle elezioni ha registrato una ‘non vittoria’ per il partito dei Tories che ha visto declinare la maggioranza conquistata nel 2015 (330 seggi), conquistando solamente 318 seggi. Questo ha messo inevitabilmente in difficoltà la Premier britannica la quale, volendo garantire al Paese «certezza» , ha iniziato ricercare possibili alleanze per la formazione di un governo tanto stabile da permetterle di «rispettare la promessa di Brexit che il popolo britannico ha deciso» .

326 sono i seggi che servono per avere la maggioranza in Parlamento. Fin dalle prime ore dopo la chiusura delle urne e l’ufficializzazione del risultato elettorale, la May si è detta pronta a trovare un’intesa con il DUP (Democratic Unionist Party), il partito protestante di estrema destra dell’Irlanda del Nord fondato da Ian Paisley il 30 settembre 1971.

Enda Kenny, primo ministro irlandese, ha telefonato, a inizio settimana, al primo ministro May per esprimere le sue preoccupazioni in merito a una eventuale alleanza con il Dup che potrebbe compromettere l’accordo del ’Venerdì Santo’ del 1998 che ha portato la pace a nord.

Questione non secondaria se si tiene a mente quanto sia stato lungo e doloroso il processo che ha condotto a questo accordo. I timori palesati dal primo ministro irlandese non sono da tralasciare soprattutto se si considera che le cicatrici, sebbene le ferite si siano rimarginate, restano.

Non bisogna dimenticare, inoltre, che l’eventuale alleanza tra il Partito di Theresa May e quello di Arlene Foster potrebbe comportare anche dei cambiamenti, sebbene non rilevanti, all’agenda di governo, ad esempio su temi sociali, come ad esempio le unioni gay.

A causa di questo caos, alcuni analisti hanno ipotizzato una possibile trasformazione della linea del governo rispetto alla questione dell’uscita dall’Unione Europea, passando da una “Hard Brexit” ad una “Soft Brexit”.

Per comprendere meglio la situazione del governo inglese e le sue prospettive future, abbiamo chiesto a David Ellwood, docente ed esperto di politica europea ed inglese della Johns Hopkins di Bologna.

Ieri è avvenuto l’incontro tra la May e la leader del Dup Arlene Foster. L’eventuale accordo, di cui ancora non si conoscono i dettagli, potrebbe garantire stabilità al governo del Paese, magari condividendo la stessa linea ad esempio sulla questione Brexit?

I contenuti di questo accordo si sarebbero dovuti conoscere già due giorni fa, ma la questione del grande incendio di Londra ha causato il rinvio dell’annuncio. Bisogna ricordare che i conservatori scozzesi chiedono una Brexit meno dura perché un terzo degli scozzesi ha votato per rimanere nell’Unione Europea. Occorre anche ricordare che il 56% dei nordirlandesi hanno votato per rimanere mentre il Dup è stato sempre su posizioni molto rigide contro la permanenza. Quindi ci sono delle contraddizioni che toccherà alla Prima Ministra gestire.

La DUP potrebbe voler giocare un ruolo più protagonista?

Bisogna vedere se sono capaci di giocare tale ruolo anche se è difficile dirlo perché le dichiarazioni degli esponenti sono molto guardinghe e molto caute. E’ una formazione politica di cui si sa pochissimo anche perché i media tendono ad ignorare quello che avviene nell’Irlanda del Nord.

Enda Kenny, primo ministro irlandese, ha telefonato, a inizio settimana, al primo ministro May per esprimere le sue preoccupazioni in merito a una eventuale alleanza con la DUP che potrebbe compromettere l’accordo dell’“Venerdì Santo” del 1998 che ha portato la pace a nord. Sostanzialmente, ci sono rischi per la pace in Irlanda?

Già l’ex Primo Ministro John Major, che è stato protagonista dell’accordo, per il quale ci sono voluti molti anni e diversi governi, ha messo in guardia tutti, per primo il governo, contro questo rischio. Se, per esempio, la DUP vuole reprimere certi cortei, questo è accettato dalla parte più radicale della comunità cattolica. Bisogna considerare, inoltre, che quando la leader della DUP è arrivata a Downing Street, tra i vari protagonisti, c’era il figlio del fondatore del partito che ha detto «Il futuro è arancio» e questa è una colossale provocazione. Infatti, storicamente, l’arancio è il simbolo del protestantesimo militante.

Quindi ci potrebbero essere seri rischi?

Ci sono dei rischi ma non sappiamo quanto possano essere seri dato che non sappiamo il contenuto dell’accordo.

All’interno dell’accordo, vi potrebbe essere anche la richiesta da parte della DUP di una rappresentanza all’interno del governo?

Non sembrano orientati in questo senso, ma penso che sarebbe difficile rifiutare qualora la chiedessero. Quello che chiederanno sicuramente sono più fondi per i servizi pubblici in Irlanda del Nord e un maggior sostegno al rinnovamento delle infrastrutture. Queste che sono richieste più che legittime e non controverse susciteranno delle invidie con le altre zone del Regno Unito meno favorite.

Lunedì pomeriggio è avvenuto l’incontro tra la Premier e il ‘Comitato del 1922’, quello con i deputati senza incarico governativo. In questa circostanza, Theresa May ha detto: «Io vi ho cacciato nei guai, io ve ne tirerò fuori». Nell’insieme, il suo partito rimane coeso intorno a lei o iniziano ad esservi delle fratture?

Sicuramente all’interno del Partito Conservatore iniziano ad esservi delle tensioni e la prossima scadenza è proprio l’inizio del negoziato con Bruxelles. Bisognerà vedere quali sono i nodi che verranno al pettine per primi. Il modo in cui la May giocherà la partita della Brexit è fondamentale.

Quindi Brexit rimane la partita decisiva anche per la tenuta del Partito Conservatore?

Assolutamente sì. Il partito è ossessionato da Brexit molto più di quanto non lo sia l’intera Nazione. Basta vedere come è stato liquidato il partito di Farage.

Rimanendo sempre all’interno del partito dei Tories, si intravede una figura in grado di prendere il posto di Theresa May?

No. Mancano alternative convincenti. Sono tutti personaggi molto più deboli personalmente e politicamente.

L’ex ministro delle Finanze fino al 2015, il conservatore George Osborne, parlando alla Bbc, ha definito la Premier «un cadavere che cammina».  E’ condivisibile una posizione così pessimista sulla tenuta del governo britannico?

Lui ha il dente avvelenato nei suoi confronti. Lei lo ha licenziato quando ha assunto il ruolo di Prima Ministra e si sono lasciati in malo modo. Non c’è dubbio che la situazione politica della May sia molto fragile e tutto dipende dall’andamento dei negoziati con Bruxelles che dovrebbero iniziare la settimana prossima.

La rassicurazione circa l’inizio dei negoziati di Brexit per la prossima settimana vuole rimarcare una linea di continuità rispetto a quanto fatto fino all’8 giugno?

Certamente sì. La May è una donna molto rigida. Capita, però, che a volte faccia delle svolte di 180 gradi, cosa che l’ha indebolita in campagna elettorale.

Quali altri errori hanno portato la May ad una mancata vittoria, all’origine di questo stallo?

Tanti. In primo luogo, l’aver insistito sulla sua persona, enfatizzando la sua posizione. In secondo luogo, impostare tutto su Brexit, quando l’elettorato ha altre preoccupazioni. Tutti i sondaggi hanno evidenziato che tra le priorità, per l’elettorato, vi sono i servizi pubblici. Ci sono delle situazioni critiche negli ospedali, nelle scuole, nell’assistenza agli anziani, nelle forze armate. Tutto viene dai tagli in nome del risanamento delle finanze pubbliche.

 

Non c’è alcun collegamento tra il fatto che lei abbia tagliato 19000 posti dalle forze di polizia e gli attacchi terroristici, ma non si può non riconoscere che questo può aver compromesso il buon funzionamento delle forze dell’ordine. A causa degli attentati sono venuti fuori le conseguenze di questi tagli. Poi gli esperti hanno confutato questa tesi, affermando che i fondi per l’antiterrorismo sono aumentati. Ma è ovvio che la gente si sente più insicura sapendo che ci sono meno poliziotti. A differenza della Thatcher che veniva fuori da un periodo di scontro di classe molto violento, la May è molto più flessibile sul piano ideologico: nel suo programma dice che il mercato non risolve tutto, i governi hanno i loro ruoli e che bisogna rilanciare l’azione dello Stato. Theresa May però non è stata brava a comunicare perché è molto poco dialettica.

Da questo punto di vista, Corbyn ha avuto molto più successo.

Certamente. Si trova a suo agio in mezzo alla folla. E’ stato molto disteso nel confronto con i media.

In questa fase, che ruolo potrebbe avere il Partito Labourista? Potrebbe esercitare una forte opposizione al governo?

Occorre vedere come vanno i negoziati. Non va dimenticato che anche il Partito Laburista ha sostenuto che bisogna uscire dall’Unione Europea in senso totale e completo. E quindi sarà necessario vedere come si muoverà Theresa May. E’ doveroso ribadire, inoltre, che sebbene il governo conservatore non sia molto apprezzato per la partita della Brexit, i Labouristi sono ancora più inesperti su questo terreno che rimane cruciale per i prossimi mesi.

Secondo alcuni analisti, la linea del governo britannico potrebbe passare da una “Hard”ad una “Soft Brexit”, magari con accordi anche segreti con il Labour Party. Qual è la sua opinione a riguardo?

È necessario capire cosa si intende per Hard e per Soft Brexit. C’è il mercato unico che comprende beni,servizi e persone. Poi c’è l’unione doganale che guarda al rapporto tra Unione Europea e il resto del mondo ed infine tutte le varie opzioni di visione di libero commercio. Quindi bisogna vedere le varie combinazioni tra queste alternative. Ci sono quelli che sostengono che bisogna rimanere all’interno del mercato unico a tutti i costi però questo implica libertà di movimento per le persone. Invece si sono alzate tante voci dall’industria, dal commercio, dei servizi pubblici, perfino del settore agro-alimentare che insistono sulla necessità degli immigrati per funzionare. E’ evidente, dunque, che dopo questa batosta, dovrà prendere in considerazione queste realtà.

Il ministro per la Brexit David Davis ha dicharato: «I Tory hanno avuto delle indicazioni dal popolo britannico che non possono essere ignorate. Alcune parti del programma saranno tagliate». Secondo lei quali parti potrebbero essere escluse?

Penso soprattutto certi tagli come quello all’assistenza agli anziani oppure alle scuole, a proposito delle quali la May aveva proposto la reintroduzione di scuole più selettive. A livello di strategia industriale sarà più indebolita. Sarà costretta a vivere giorno per giorno. Il programma di governo, che sarà oggetto del discorso della Regina, sarà un programma sicuramente molto leggero.

L’indebolimento del governo può avere ripercussioni su Brexit?

Dipenderà dalla capacità della May e del suo governo di giocarsi la partita.

Dovendo fare una previsione, quale destino attende il governo May?

Un destino molto fragile e molto provvisorio. Salterà fuori nei prossimi giorni qualche questione. È più che probabile che possa provenire dalla questione dei negoziati per Brexit.

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