martedì, Settembre 29

Governo: inquietanti scricchiolii

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Valgono relativamente, perchè i risultati dei sondaggi spesso sono condizionati dalle domande che vengono fatte: è ovvio che se si chiede: siete soddisfatti dell’aumento delle tasse, la risposta è negativa. Se si domanda: per cosa siete disposti a pagare, ecco che magari oltre a ‘niente’ si ottiene un catalogo di risposte che se davvero venissero esaudite potrebbero far ritenere che il cittadino le tasse non le odia in quanto tali; non sempre i ‘campioni’ scelti sono attendibili e curati, le modalità (brevi interviste  telefoniche) ‘scientifiche’; inoltre ormai i sondaggi più che per testare gli umori della pubblica opinione, sono diventate uno strumento di competizione politica, da rinfacciare all’avversario: guarda quanto sono ‘popolare’. Nel caso, per esempio, di Matteo Renzi, si ostenta come un totem il 40 e passa per cento raggranellato dal Partito Democratico, che è una percentuale mai raggiunta, è vero. Si dimentica sempre di dire che però è in relazione ad elezioni europee, cioè un voto da sempre, più libero; e che il bacino dei votanti era privo di un buon 50 per cento di elettorato che aveva scelto di disertare il voto. Dunque, il 40 e passa per cento ‘renziano’ è relativo a un 100 per cento di votanti che a sua volta è un 50 per cento degli elettori. Ecco dunque che le cose mutano.
 
Per tornare alla popolarità del Presidente del Consiglio: scricchiolii della popolarità del  governo emergono da qualche sondaggio: quello di Ipsos  annuncia «fiducia in calo» per il Premier: dal 61 per cento di settembre al 54 per cento di oggi
Al di là delle cifre il dato che emerge è che Renzi può dormire ancora sonni (relativamente) tranquilli: rimane senza rivali, e il più gettonato dopo di lui, il leader della Lega Nord, Matteo Salvini, ha la metà delle  sue preferenze. Ad ogni modo, una perdita di ben sette punti di consenso, ma sette punti in un mese, hanno procurato un bel mal di pancia a Renzi che  ha sfogato, durante il fine settimana, tutto il suo disappunto sui suoi più stretti collaboratori, e poi cercato di predisporre un piano B. 
 
Quello che preoccupa Renzi è l’affondo deIl Sole 24Ore‘, il quotidiano della Confindustria, che ha messo il dito su una dolorosissima piaga:  le riforme già approvate, anche dai precedenti Governi, arrancano per le lentezze 
burocratiche: «Mancano 429 decreti attuativi, per 189 provvedimenti è già scaduto il termine: in stand by voucher, Pmi e piano  export». Un colpo pesantissimo alla tanto vantata efficenza evelocitàrenziana, anche se indubbiamente  l’attuale Governo ha fatto un discreto «balzo» in avanti per quel che riguarda la messa in opera dei provvedimenti. Resta il fatto che si è a metà del cosiddetto guado: con lo smaltimento de 153 per cento dell’arretrato.
Renzi, è vero, snobba Confindustria; e tuttavia, Confindustria, al pari del Sindacato su un altro versante, c’è; influisce e pesa.
 
Dalle parti del Sindacato rullano tamburi di guerra: «L’unico modo per far cambiare l’idea al Governo è di convincerlo che noi abbiamo la maggioranza dei consensi. Bisogna convincere Renzi che contro il lavoro non va da nessuna parte», dice il Segretario generale della Fiom, Maurizio Landini, che sottolinea che il sindacato non si fermerà: «Il Governo può mettere le fiducie che vuole…», ha aggiunto, «La fiducia che il Governo ha in Parlamento, nel Paese non ce l’ha».
 
Se poi si tiene conto che sempre ‘Il Sole 24Ore‘, questa volta affiancato da ‘Il Corriere della Sera‘ parlano di legge elettorale che «rischia di bloccarsi nel porto delle nebbie» del Parlamento, ecco che il quadro comincia a comporsi in una trama niente affatto positiva: Italicum, varato a marzo dalla Camera, è «da sette mesi chiuso nei cassetti del Senato»; riforma del Senato, approvata ad agosto a Palazzo Madama tra mille convulsioni anche interne al Pd, « ferma al palo» a Montecitorio, dove sono in lista di attesa sia la legge di Stabilità che il contestatissimo Jobs Act. 
 
Formalmente Palazzo Chigi ostenta sicurezza e indifferenza per le stilettate che arrivano dai «giornali dei cosiddetti poteri forti».  Sulla leggeelettorale si dice che è in cima alla lista delle priorità, e si capisce: è l’arma che il Governo vuole al più presto avere in mano anche per tenere a bada la sua maggioranza. Per questo Renzi è tornato a smuovere le acque 
proponendo il premio di lista: un modo per alzare il tiro e riaprire la trattativa con Silvio Berlusconi, accelerando il cammino dell’Italicum, che il Premier è deciso a far varare entro l’anno. Poi si vedrà, elezioni anticipate comprese.

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