sabato, Dicembre 14

Governo giallorosso? questione (più che) di feeling … di potere Possibile che alla fine si mettano d’accordo, perché il potere fa premio su tutto, fino a quando non litigheranno; altrimenti, finiremo alle elezioni, e tra un anno saremo tutti in orbace

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Tra le cose che maggiormente colpiscono in questa ‘crisi’, tanto assurda quanto inconsistente, è la assenza totale, ma davvero totale, di quella cosa che tutti, indistintamente tutti, i partecipanti a questa crisi, fatta eccezione per Sergio Matteralla e, forse, Nicola Zingaretti, richiamano a gran voce ma solo a parole: il senso di responsabilità, gli interessi del Paese.
Aggravato ciò, dal fatto che la crisi, lungi dall’essere condotta e gestita in maniera trasparente, è, però, platealmente e volgarmente condotta sui cosiddetti social, attraverso i quali ciascuno aizza i suoi ‘fedeli’, o meglio tifosi (perché di ciò si tratta), per sostenere questa o quella posizione, al solo scopo di utilizzare quel vociare violento e astioso e totalmente privo di analisi, in uno strumento, in un’arma per fare trionfare le proprie tesi, o meglio per dirla tutta, i propri interessi, per lo più nascosti, molto ben nascosti, spesso perfino (ne sono profondamente convinto) ai latori di quegli interessi: farli trionfare nei salotti, nei conciliaboli, o addirittura nell’appartamento ‘privato’ (pagato da noi) dell’ex Presidente del Consiglio, sedicente ‘premier’, desideroso di tornare al suo lavoro (qualunque esso sia), ma preso da improvvisa frenesia di protagonismo politico. Solo il “Fatto” finge di creder che si parli dei “dieci punti”, peraltro infantili, anzi, ridicoli, parole vuote … almeno Zingaretti ne ha proposti cinque, ma con un minimo di peso.

Perché Mattarella e Zingaretti? Ma a me pare evidente, guardiamo.

Mattarella vive, giustamente, questa crisi come una follia estrema, che giunge, peraltro, dopo un anno di strampalerie incredibili, che hanno portato l’Italia fuori dal consesso civile e da quello economico, il che lo ha costretto ad intervenire più volte e duramente (ai limiti dei propri poteri) per cercare di evitare guai peggiori.
Non so se si augurasse la crisi, ma credo che la abbia vista con favore, pensando che, almeno, si sarebbe giunti ad una sorta di chiarimento definitivo: o sarebbe stato, Mattarella, l’ultimo Presidente della Repubblica di una Italia democratica, o il primo di una Italia rinnovata. E invece si è trovato alle prese con una crisi a base sostanzialmente isterica, tutta fatta di stop and go dai quali non si comprendeva minimamente dove si potesse e volesse andare a parare, al di là del ridicolo tentativo 
dell’autore della crisi di riappacificarsi con la fidanzata tradita, peraltro non esattamente illibata. E, quindi, ha tentato l’unica carta che aveva in mano: costringere i partiti a decidere in fretta. Qualunque cosa, purché decidessero … credo che se li sogni la notte quegli 89 giorni folli, alle prese con le pazzie di Di Maio, di Grillo, di Salvini … e di Renzi!  

Non gli è andata bene, perché Di Maio ha ricominciato a fare le uniche cose che sa fare: traccheggiare e minacciare, proponendoideepolitiche da ridere, a cominciare dalla castroneria della riduzione dei parlamentari, venduta come la soluzione dei problemi economici italiani (e non so quanti italiani realmente ci credano, ma certo moltissimi) e di quelli politici, ma in realtà solo intesa a sistemarsi ben comodo sulle prime pagine dei giornali, specie di quelli di destra, sempre interessati a riduzioni degli spazi di democrazia e di libertà.
Non gli è andata bene a Mattarella perché si trova di nuovo di fronte ai soliti giochetti, alla interrogazione della Pizia di Rousseau e a banalità del genere. In un partito, quello degli stellini, che si mostra diviso ai limiti dell’esplosione (peraltro preparata da tempo) tra gli amici di Salvini (come Dibba e, a quanto pare, Grillo, gli altri non contano, sono nomi su un foglio, nulla di più) e quelli di un improbabile PD, che, peraltro, quanto a coscienza di ciò che fanno e che dicono mica ci scherzano. Ma, siccome gli stellini hanno una paura blu, fanno anche capire che sono ‘amici’ del PD, ma non al punto di dirlo esplicitamente. Tanto che arriva come un falco, o forse altro, il solito Davide Casaleggio, che è il vero padrone della baracca.
E, come se non bastasse tutto ciò, Mattarella si trova improvvisamente di fronte ad un ex premier’, forse perciò senza pochette, che crede di essere diventato un grande politico e il pivot della politica italiana … e si incolla alla sedia. I problemi sarebbero di rimettere l’Italia in carreggiata e fare una finanziaria che non ci mandi a sbattere, ma di ciò nessuno parla.
E il 25 agosto Mattarella lo dice chiarissimo, sia pure parlando apparentemente d’altro, ma con una frase terribile nella sua icasticità: «Sarebbe ingannevole pensare che quegli episodi siano avvenuti perché si trattava di un’altra, ben diversa epoca … Quelle vicende non sono un passato doloroso ma archiviato, anzi, da dimenticare! Al contrario, quei morti ci impongono di guardare con consapevolezza mai attenuata quei fatti»! Da brividi. Ma nessuno, temo, lo ha capito … troppo poco scolarizzati, ‘sti politicanti!
Povero Matterella … chi sa se al Quirinale c’è un ufficio per il massaggio delle tempie del Presidente, deve averne un bisogno struggente.

Zingaretti non è che abbia meno guai.
Eletto alla segreteria del PD dopo una battaglia furibonda, non certo contro Martina, un uomo simpaticamente inutile, quanto contro Renzi, sotto mentite spoglie, e un Franceschini da incubo doroteo, sempre lì, ma anche là e per di più con un Giachetti che minaccia lo sciopero della fame ad ogni piè sospinto e quindi devi sempre criticarlo con cautela, che se esageri ti sviene all’improvviso davanti e che comunque, dopo mangiato, si dichiara l’interprete più puro del Renzi-pensiero. Solo lui, Giachetti, sa quale sia il menzionato pensiero, anzi, che sia un pensiero, ma certo ciò che appare evidente è la prassi.
Renzi, infatti, ha perso la segreteria, dopo, non prima badate bene, dopo, avere perso, o meglio distrutto, il partito, averlo allontanato dalla sua base ‘naturale’, anzi, dalla sua base, distruggendo sistematicamente la sua organizzazione, vendendone il giornale, ecc., epperò non ha perso i parlamentari del suo seguito, i suoi yes-men, che ha mandato in Parlamento come suo ultimo atto prima di ‘perdere’.
Per cui Zingaretti, che invece ha stravinto le primarie, stracciando gli avversari e che quindi (siamo in democrazia, o no?) si potrebbe aspettare di potere controllare il partito e la sua politica come gli compete, si trova invece con un partito che lo sostiene (sempre Franceschini permettendo e Gentiloni gemendo) negli organi di partito, che infatti decidono all’unanimità, ma che in Parlamento rischia di contare come il due di briscola: l’unanimità nel PD ha un significato che solo uno psichiatra molto esperto saprebbe sondare. Qui, a mio parere, Zingaretti sbaglia (in parte) perché io sono certo che se forzasse la mano, i parlamentari non avrebbero il coraggio di agire in maniera difforme da come chiede il Segretario, almeno fin tanto che Renzi non abbia completato le operazioni, che attualmente conduce in cantina, per riprendersi il partito (cosa credo ormai difficile) o farne uno nuovo, per prendersi l’eredità di Berlusconi, che non a caso continua a ostacolare Salvini -vai a vedere che alla fine, sarà stato Berlusconi a salvare la democrazia in Italia!
E siccome Renzi è uno leale e in buona fede (come attesta la Boschi), vista l’unanimità della direzione, fa il contrario di quanto ivi deciso e di quanto vuole il Segretario, anzi, lo fa già da prima che la Direzione si riunisca e decida di andare alle elezioni, e, fregandosene degli organi del partito, delle maggioranze, delle regole ecc., rovescia la sua precedente politica del pop-corn (lasciando Giachetti col sacchetto pieno in mano perché impegnato in uno sciopero della fame anche del pop-corn) e afferma che non c’è nulla di meglio al mondo che un Governo con Di Maio, anzi, anche con Conte e che se per caso qualcuno dovesse essere contrario a Conte, e già che c’è, anche alla riduzione dei parlamentari (qui c’è un fatto psicologico del povero Renzi: lui se sente modifica della Costituzione, reagisce come un cavallo allo squillo della carica, parte, non sa dove va, ma parte) ‘se ne assume la responsabilità’, che non significa nulla perché è ovvio. Già, ma significa che si riserva di fare campagna elettorale contro il … proprio partito, anche perché nel frattempo conta di averne uno tutto suo. Fateci caso: si tratta di tirare in lungo fino a metà Ottobre, quando deciderà il nome del nuovo partito, sempre che nel frattempo non abbia fatto fuori Zingaretti.

In questo bailamme, il povero Zingaretti dovrebbe condurre la trattativa con Di Maio, che agisce come uno scugnizzello del Cavone e, indirettamente, con un comicoelevatoe una ditta preoccupata di non affondare, che potrebbe a questo punto, diventare l’unico soggetto in grado di ‘ragionare’, o no? E, quindi, spalle al muro, Zingaretti cerca di farlo solo aspettando il prossimo colpo basso dai leali renzisti in buona fede, sempre sorvolando su Franceschini. E lo fa, devo dire, da eroe, da vero grande eroe, anche se, temo, ne celebreremo l’eroismo alla memoria.

Perché da eroe? Perché prende sul serio il compito (appunto è l’altra delle due sole persone serie del gruppo come ho detto all’inizio) pur sapendo che è folle, -operazione da brividi, potenzialmente grandiosa, avevo detto e confermo-  e lo fa aprendo una analisi approfondita dei temi politici da affrontare, studiando (sì, studiando, cosa ignota ai più) i temi e le soluzioni, convocando esperti e addetti ai lavori. Insomma, lo fa sul serio e con rigore, sapendo benissimo che quel che fa sarà probabilmente inutile, tanto più che i suoi sforzi sono rivolti a persone incapaci di capire alcunché.
Non so se al Nazzareno ci sia qualcuno addetto al massaggio delle tempie, spero di no che magari arriva la Boschi e Zingaretti per sbaglio in buona fede lo strozza, ma certo non dubito che anche Zingaretti ne avrebbe bisogno.

Ma poi, alla fine si metteranno d’accordo, perché il potere fa premio su tutto, fino a quando non litigheranno, perché, d’accordo o no, gli stellini hanno mine interne mostruose, e il PD, se non bastasse Renzi, ne ha di notevoli, basti pensare a Franceschini.
Se l’accordo funzionerà, sarà l’accordo tutto di potere tra partiti in grande difficoltà; solo che, forse, e sottolineo il forse 10 volte, se Zingaretti riuscirà a tenere lontani Renzi, da una parte, e Calenda dall’altra, potrebbe fare di fatto, quasi di nascosto, un pochino (poca non illudetevi) di politica di sinistra e … chi sa, qualche elettore se ne accorgerà! Ma, più probabilmente è la fine di Zingaretti, che sarà preda di un Renzi vincente, con o senza l’aiuto del solito doroteo: Franceschini e dell’ineffabile Gentiloni.

Certamente se ne accorgerà l’Europa e la signora Ursula von der Leyen, che ha bisogno di una Italia trattabile per cercare di riportarla in riga con delicatezza, in un momento difficile per la Germania (e una volta di più lo ‘stellone’ dell’Italia funzionerà, i tedeschi avranno pochi motivi di pressione, sono sotto stress) e per l’Europa in genere, per di più con una Brexit devastante.
Anche qui, le cose non saranno semplici, perché la riforma delle politiche di bilancio europee di cui si vocifera, pare che permetterebbe qualche elasticità in più … oppure permetterà quella Europa a due velocità (anche tre magari) che vedrà l’Italia non nella prima velocità. Ma i prossimi tre mesi saranno terribili, temo!

Altrimenti, coraggio, ragazzi, finiremo alle elezioni, e tra un anno saremo tutti in orbace … ma con la pochette, pur nella certezza di avere in questo Paese un ceto politico da quarto mondo, da Repubblica delle banane!

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Sull'autore

Giancarlo Guarino, ordinario, fuori ruolo, di diritto internazionale nell’Università degli Studi di Napoli Federico II, è autore di numerose pubblicazioni su diverse tematiche chiave del diritto internazionale contemporaneo (autodeterminazione, terrorismo, diritti umani, ecc.) indagate partendo dal presupposto che l’Ordinamento internazionale sia un sistema normativo complesso e non una mera sovrastruttura di regimi giuridici gli uni scollegati dagli altri.