martedì, Novembre 12

Governo – Europa: sradicare l’ictus che è in noi, pensare globale per agire locale Parlare il linguaggio dell’Europa significa guardare ai problemi non con gli occhi da miope, ma con la vista lunga, globale, internazionale

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Qualche giornale, tra i quali il foglio ufficiale degli stellini, scrivono cose varie (in genere vaghe) sul nuovo Governo, del quale per lo più si legge che si tratta di un Governo sostanzialmente di persone nuove o poco conosciute, che ‘si aspetta al varco’. Che subito si presenta male, malissimo e, tanto per cambiare via twitter: Luigi Di Maio manda in giro la foto di sé stesso e dei Ministri stellini, e (ma che fate vi rendete conto?) lo stesso fa Dario Franceschini … si comincia proprio male!

Mi limito a qualche breve considerazione su quello che mi par di comprendere e poter prevedere, ma non li ‘aspetto al varco’, perché qui non si tratta di agguati, dato che un punto solo chiaro e fermo, credo, va detto e detto subito e mi stupisce che la stampa dei ‘giornaloni’ non lo faccia: ora ci si devono rimboccare le maniche tutti, ma proprio tutti, fingendo di dimenticare di essere pro o contro Di Maio, pro o contro Renzi, eccetera, perché i tempi sono stretti, strettissimi, e bisogna fare cose molto complicate, e non si tratta solo della legge finanziaria.
Voglio dire che
se questo Governo vuole essere un Governo, non può limitarsi a gestire l’esistente, ma deve darsi un progetto, una strategia, un fine.
Del resto
Nicola Zingaretti, sia pure con la mano legata dietro la schiena, lo ha detto: «deve essere un governo di svolta».
Beh, fino ad ora è stato un Governo che manco ai tempi gloriosi di Forlani e Andreotti, speriamo bene!

Non conosco queste persone così come, se non capisco male, non le conosce la gran parte della stampa, e dunque non ho idea su quello che sapranno, ma specialmente vorranno, fare, so però che ci sono almeno due temi sui quali occorre che si guardino in faccia davvero e si mettano insieme davvero per affrontare e porre in direzione di una soluzione qualche problema.
La prima cosa da fare è smetterla con la assurdità del ‘ora ci penso io e in quattro e quattr’otto risolvo tutto’. Basta, per favore, con queste buffonate da avanspettacolo: ora lavorate davvero e datevi da fare per fare cose, per usare bene la pubblica amministrazione che, di una accidiosità addirittura proverbiale, se ben stimolata e chiamata a partecipare, sa fare. Ma tutto dipende, come si suol dire, dal manico: se chi deve decidere e agire, cioè i ‘politici’ pensano a quello che devono fare e si adoperano per farlo, l’amministrazione, almeno in parte le farà, altrimenti no.

Il Governo nasce con un problema non dappoco, dato che è presieduto dalla stessa persona, Giuseppe Conte, che per oltre un anno ha fatto e difeso politiche che oggi sono il contrario di ciò che questo Governo, sembra, deve fare.
Come ben capite, non ho alcuna simpatia per il Presidente del Consiglio, ma so che è, o almeno dice di essere, un professore universitario, cioè uno che, tra l’altro (credo, nel suo caso, molto ‘tra l’altro’ visto che faceva l’avvocato alla grande) fa ricerca, cioè studia i problemi e le soluzioni inquadrate in uno schema concettuale, affida ai collaboratori i rispettivi compiti, non prima di avere ascoltato da loro nonché i loro pareri, le idee progettuali che, nella loro specifica competenza, hanno. A lui spetta la sintesi. E, infine, ognuno sa cosa fare. Questo è il metodo. Che richiede che si accettino certe regole e certi meccanismi, per cui ciascuno deve fare il suo alla luce di ciò che fanno gli altri e non c’è uno che comanda, ma uno che coordina, per cui può ben accadere che le idee guida siano di volta in volta non del ‘capo’ ma di uno dei ‘collaboratori’. Occorre, per fare tutto ciò, sforzo, generosità e competenza. Ma specialmente generosità: se ci si mette a fare le prime donne, la partita è persa in partenza.

E dunque questo Governo, a mio parere, ha due problemi grossi, grossi assai, sui quali si deve subito misurare in maniera coordinata: il tema delle migrazioni e dei rapporti con l’UE.
Direte, come non il lavoro? Certo, il lavoro, ma il lavoro è una conseguenza della soluzione, o meglio dell’avvio a soluzione, di questi due temi solo apparentemente distanti.

L’Italia è un Paese che, lo si voglia o no, è il naturale approdo dei migranti e dunque non basta e non serve maltrattarli, farli affogare, chiudere i porti o, peggio ancora, trasformare dei migranti ormai in Italia da tempo, con un permesso di soggiorno sia pure provvisorio, in sbandati senza permesso e senza documenti, e quindi ancora di più preda della criminalità, ma specialmente dello sfruttamento: sia nella campagne del sud che, inutile negarlo per favore, nelle campagne e nelle industrie del nord. Piagnucolare o sbraitare aggressivamente con i Paesi europei per affermare che se ne devono occupare loro, è assurdo, sbagliato e ridicolo: occorre, invece, innanzitutto negoziare, organizzare, coordinare seriamente uno sforzo europeo. Eccola lì l’Europa.
Ci è essenziale instaurare un rapporto disteso con l’Europa e specialmente con gli Stati europei, per negoziare, ripeto, negoziare soluzioni, e ci vuole competenza e pazienza, ma anche la dimostrazione di essere capaci e intenzionati a fare una seria politica della immigrazione, tanto più che gli immigrati ci servono, se non altro per assistere, e sono sempre di più e per fortuna più longevi, i nostri vecchi, che dagli italiani non vengono assistiti volentieri, per parlare solo di quello.
Solo così si può ottenere qualcosa.

Certamente il bel Conte col suo sorriso accattivante può ottenere delle dichiarazioni di principio, ma poi sono gli ‘sherpa’ quelli che devono lavorare a realizzare in concreto certe cose: si tratta di trattare, organizzare, e anche metterci dei soldi, ahimè.
E non basta, perché il problema non si risolve solo così, ma anche attraverso accordi con i Paesi dai quali quei migranti per lo più provengono, non tanto per negoziarne il ritorno a casa, quanto per creare, appunto come centri europei, e non solo nazionali, centri dove gli aspiranti migranti possano, per così dire, mettersi in fila per venire da noi in Europa, ordinatamente.

Il che poi, alla lunga, significa anche risparmiare: quanto ci sono costate le ‘chiusure ridicole’ dei porti alle navi delle ONG o presunte tali, mentre centinaia di migranti arrivavano tranquillamente senza essere fermati da nessuno e centinaia, forse migliaia, ne affogavano senza che nessuno nemmeno vedesse.
Compito difficile per la nuova Ministra dell’Interno, ma che la Ministra non potrà fare da sola: avrà bisogno dell’aiuto del Ministero degli Esteri, di quello dell’Europa, del Ministro del Lavoro, ecc. Insomma, come dico, un coordinamento.

Per non parlare della situazione in Libia, dove noi permettiamo, pagandole, torture e ricatti a migliaia di persone (chiudendo gli occhi e fingendo di non vedere) secondo la politica sciagurata inaugurata da Marco Minniti: con la Libia si deve parlare chiaro e fare cose concrete, fino al punto di prendere iniziative militari tese alla protezione di quella gente. Volendo, abbiamo la forza per farlo, specie se in accordo con l’Europa. Il che, ovviamente, richiede che si risolva il conflitto folle con la Francia e ci vuole altro che un Ministro degli Esteri

Quel tema se impostato (non risolto, non sono cose che si risolvono con un gesto) ci aiuterebbe a presentarci con maggiore decenza in Europa a negoziare, di nuovo, in materia economica.
Qui, mi pare, si è fatta una scelta corretta indicando Roberto Gualtieri come Ministro. E’ una persona eletta e non un ‘burocrate’, come dicono Salvini e Di Maio, e ‘parla la lingua dell’Europa’. Attenti, questo non significa affatto che sta lì a prendere ordini da Angela Merkel o da Christine Lagarde, le cose sono molto più complesse e sofisticate.
Certo la Lagarde avrebbe fatto meglio a tacere, ma il passo falso lo ha fatto e questo … dà un punto a nostro favore! Ma parlare il linguaggio dell’Europa significa guardare ai problemi non con gli occhi da miope, ma con la vista lunga, globale, internazionale. Non si può parlare con l’Europa, che poi siamo noi, con in mente solo il problemino, che so, della Lunigiana o della Terra di lavoro, si devono guardare e i problemi e parlarne in termini globali, ma veramente e consapevolmente. Cioè non pensando che la globalizzazione è la operazione delle grandi imprese di Soros per sfruttare i Paesi meno forti, queste sono sciocchezze. Bisognerà (e questo confesso mi dà i brividi) farlo capire a Di Maio, ma sarà opportuno che lo capisca, o almeno che affidi ad altri il compito di occuparsene. Certo, da uno che va a Strasburgo in gita di piacere con amici a sbeffeggiare le Istituzioni europee ‘marchetta’ a Macron, non c’è molto di buono da aspettarsi, ma insomma …

Bisogna, in altre parole, modernizzare anche il nostro modo di pensare, magari non alla Mario Monti, ma certamente alla Mario Draghi, senza dimenticare che, finito il suo ottimo lavoro alla BCE, Draghi diventerebbe una risorsa per l’Italia: ma per una Italia seria, impegnata, colta, attiva, priva di qualunquismo e sovranismo.

E, badate, il tempo è poco, pochissimo. Le Istituzioni europee, cioè noi, sia chiaro, noi e solo noi, sono disposte a darci una mano se vedranno voglia di darne ad essa, per riprendere il posto che ci spetta e che negli ultimi anni -molti non solo gli ultimi quindici mesi- abbiamo perso. Aver candidato Paolo Gentiloni come Commissario è certamente un ottimo segnale, ma, per il momento, solo un segnale. In Europa, sia le Istituzioni che gli Stati membri, sanno anche fare i conti e fare politica: non è scritto da nessuna parte che l’‘Europa’ non possa finire alle Alpi.

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Sull'autore

Giancarlo Guarino, ordinario, fuori ruolo, di diritto internazionale nell’Università degli Studi di Napoli Federico II, è autore di numerose pubblicazioni su diverse tematiche chiave del diritto internazionale contemporaneo (autodeterminazione, terrorismo, diritti umani, ecc.) indagate partendo dal presupposto che l’Ordinamento internazionale sia un sistema normativo complesso e non una mera sovrastruttura di regimi giuridici gli uni scollegati dagli altri.