sabato, Luglio 4

Governo Conte: una maionese impazzita Con una classe politica che appare sempre più scollata dal Paese, torna per l’autunno lo spettro delle elezioni anticipate.

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Si può cominciare con una storia ‘minima’; ma è nelle storie ‘minime’ che si annida spesso il senso della vita. Non a caso un grande storico come Jacques Le Goff più che ripiegato a compulsar carte, date, documenti, preferiva narrare micro-storie, ‘disegnare’ ritratti, ricercare nessi e concatenazioni.

La storia ‘minima’ e tuttavia paradigmatica è quella ha per teatro una rivendita di giornali che dista non più di cinquanta metri dall’abitazione di chi scrive. Rivendita frequentata ogni giorno, da anni. Il precedente gestore, per sue ragioni, l’ha ceduta a un paio di ragazzi. La vendita dei giornali non basta a compensare i costi di gestione e garantire margini di guadagno; neppure la vendita di ‘allegati’ come biglietti di ogni sorta di lotteria, o caramelle e giochini sono sufficienti.
I due ragazzi (che nel frattempo sono un po’ meno ragazzi), non si perdono d’animo. Hanno la possibilità di allargare il locale, ora c’è anche un bar che serve ottime colazioni. La logica è: prendi un caffè e sei tentato di prendere un giornale; acquisti un giornale e forse ordini anche un caffè. Funziona. Nella stessa strada ci sono altri bar, ma quello della rivendita dei giornali è il più frequentato. Comunicante con il locale si libera uno spazio adibito a officina; lo trasformano in un piccolo ristorante: senza spennarti, per il pranzo ti offre tre o quattro primi e un paio di secondi. Con il bel tempo c’è anche una pedana esterna, dove puoi lasciare che il tempo scorra e prendere il sole, una birra e un libro… Funziona: sono in molti che lavorano in zona e risolvono così il pranzo. Poi la pandemia. Bar chiuso, ristorante chiuso. I due tirano avanti solo con i giornali e gli ‘allegati’. C’erano un paio di ragazze, entrambe straniere; ci sono ancora, non le hanno licenziate, sono riuscite a conservare il posto. Nei mesi della pandemia si ‘inventano’ la possibilità di portare a casa pranzi da loro confezionati.
Da qualche giorno il bar ha ripreso a funzionare. Non è come prima: il caffè è dentro un bicchierino di plastica, per mantenere le distanze lo consumi sul marciapiede. Per il ristorante chissà, dipende da un mare di regole del Governo, dei comitati ministeriali, della Regione, del comune…
Chi scrive acquista i giornali ogni mattina, e anche un caffè, anche se ogni volta è buffo, con quel bicchierino di plastica, sul marciapiede. Non costa granché: un euro; un modo per dare una mano a quei due e alle loro impiegate per tirare avanti. Però quei due ragazzi che ormai sono uomini fatti, con mogli e figli, sono imprenditori di loro stessi: non hanno stipendio fisso, tanto più lavorano, tanto più incassano.
In questi anni hanno dimostrato spirito di iniziativa, ogni giorno si rimboccano le maniche e ci danno dentro. Andrebbero incoraggiati e aiutati, vero
Presidente del Consiglio, signori Ministri, e signori parlamentari, consiglieri regionali, sindaco e consiglieri comunali? Si troveranno invece a dover far i conti con una burocrazia più asfissiante e paralizzante di sempre; per dire: la ‘pedana’ potranno allargarla di qualche metro, per un tavolo in più. Hanno presentato regolare domanda. Sanno già che avranno risposta fra tre mesi. Tre mesi per dire: sì, allargatevi di un metro, questo è il pezzo di carta timbrato che vi autorizza. Devono fare i conti con regole strane: qualcuno spieghi loro perché posso bere in caffè in piedi, sul marciapiede, ma non seduto nella pedana vicina, sempre all’aperto. Perché le distanze variano, se sono in ristorante (al chiuso) o in spiaggia (all’aperto). Perché per bere quel caffè devono fissare una fascia oraria, tipo 7-16; ma i giornali vengono portati alle 5 del mattino, e allora la fascia si anticipa di due ore, ma termina anche due ore prima, quindi alle 14 il bar non può più servire caffè…
Ecco, sono queste storie
minime’ che non trovano spazio nei lunghi conciliaboli del Presidente Conte, dei leader e leaderini che ogni giorno si agitano e annunciano quello che sarà fatto, e mai dicono quello che si è invece messo in essere…

C’è una classe politica che appare, giorno dopo giorno, sempre più scollata dal Paese. Anche chi, solo sei mesi fa, sembrava procedere con fare invincibile, deve fare i conti con una palpabile sfiducia che minaccia di sfociare in incontrollabile rabbia.
Si prenda l’
opposizione, che in questo momento avrebbe tutto da guadagnare dalla crisi che si vive, e raccogliere facilmente consenso semplicemente senza far nulla. Il centro-destra appare diviso, lacerato. La Lega di Matteo Salvini e i Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni vistosamente marciano separati, senza riuscire a colpire uniti.
Anche una cosa ‘semplice’ come la manifestazione di protesta contro i provvedimenti dell’esecutivo Conte, convocata per il 2 giugno li vede divergenti. Come si spiega?
Si dia un’occhiata ai risultati degli
ultimi sondaggi demoscopici: sono concordi nel certificare che alla domanda su chi ispira più fiducia tra i tre leader del centro-destra, in testa compare Meloni; fatica a tenere il passo Salvini; arranca vistosamente Silvio Berlusconi. Cinque punti sopra il leader della Lega, che dall’agosto passato è in lento ma costante declino, è qualcosa destinato a ‘pesare’. Il sovranismo parolaio non paga più; e è non solo un sorpasso, per quanto bruciante. All’interno stesso della Lega si manifestano, sia pur timidissime, altre leadership. Muto come un pesce muto Giancarlo Giorgetti; e proprio questo suo mutismo ‘urla’; impegnato a quasi neppure respirare, il presidente della regione Veneto Luca Zaia, che esce più che bene dall’emergenza pandemia, a differenza del cuginolombardo, Attilio Fontana.
Prematuro indicarli come leader alternativi. Ma intanto
Salvini non è più ilcapitanoincontrastato.
La pandemia, comunque, è diventato il terreno di contesa per l’egemonia del centro-destra. Meloni ha compreso che le conveniva smarcandosi dalla pletora di politici grilli parlanti’ con l’indice puntato. Si è dotata di un diverso profilo, non era gravata dalla difesa d’ufficio di presidenti di regione imbarazzanti, non ha rivali all’interno del partito che le possano far ombra. In più, nella pur discutibile logica delle quote ‘rosa’, è l’unica donna del bigoncio. Nessuno di questi ‘ingredienti’ di per sé costituisce una politica; ma paga ugualmente. Anzi, forse proprio per questo.

Salvini parla molto, e le sue parole scivolano. Meloni, il 28 aprile scorso, dopo una iniziale diffidenza, ha portato i suoi parlamentari per la prima visiva contestazione alle assurde regole che hanno accompagnato il ‘lockdown’; si è insomma fatta paladina delle richieste che vengono dalla piccola e media impresa, quel mondo che costituisce la spina dorsale del Paese. Il mondo di quei due ex ragazzi con cui s’è cominciata questa nota: le partite IVA, le professioni e i ‘mestieri’ che possono contare solo sulle loro forze, fantasie e capacità di tenuta e spirito di iniziativa.
Salvini non è più (se mai è stato) il punto di riferimento della grande impresa; il neo-Presidente di Confindustria Carlo Bonomi è prudente e silente. Sa bene che il grosso delle risorse e degli aiuti vengono da quel che si decide a palazzo Chigi, non da quello che si ‘ulula’ a via Bellerio. La Lombardia, il Veneto, il Friuli continueranno a essere le ‘ridotte’ della Lega; ma Meloni e soci puntano al centro-sud: lì è il loro serbatoio di voti e consenso; o almeno quello che sperano sia in un futuro non troppo lontano. La tattica imporrà ancora contingenti alleanze e sostegno reciproco. Ma le strategie, ormai, vistosamente divergono. Sarà interessante osservare come evolverà la situazione. In un pollaio, sia pure un pollaio politico, due galli non convivono a lungo.

Dilaniato il centro-destra, con le pezze la maggioranza. Del Movimento 5 Stelle c’è solo da chiedersiquandoe non piùse avverrà lo schianto. Del resto la loro classe politica si chiama Vito Crimi, Luigi Di Maio, i Alessandro Di Battista. Basta la parola, insomma.
E’ piuttosto
il Partito Democratico che non riesce a trovare un suo baricentro. Sostiene un governo che ogni giorno appare preda di crescenti difficoltà e che si barcamena goffamente.
Già oggi il Paese è attraversato da una crisi economica e sociale che in autunno si acuirà in modo devastante.
Occorrerebbe polso fermo evisioneper fronteggiare i nuovi problemi posti dalla pandemia che si sovrapporranno a quelli di sempre, lasciati incancrenire. Una situazione che impone un governo con una base politica unitaria e convinta delle decisioni assunte. L’attuale Esecutivo in realtà tirasemplicementea campare: la sua forza è nella sua debolezza, ma come tutte le corde anche quella di Conte prima o poi è destinata a spezzarsi.
Il Presidente della Repubblica dice senza perifrasi che dopo il Governo Conte ci sono le elezioni; in autunno, dunque? Per dare, finalmente, al Paese un Parlamento e un Governo che siano l’espressione reale della volontà degli italiani?

Sembrerebbe logico. Ma spesso la logica e politica confliggono.
Le elezioni in autunno cadono in un momento delicatissimo; la crisi economica e sociale di cui si è detto, e che richiederà un pesante tributo di sangue, sudore e lacrime. Ancora: si voterà con questa legge elettorale, voluta da Matteo Renzi, per ‘bastonare’ i suoi avversari politici (e ne è stato invece bastonato)? U
guale maggioranza sortirà grazie a questa legge elettorale? Quasi sicuramente il cartello vincitore sarà quello litigioso costituito da Salvini e Meloni; e Berlusconi in appendice. Non è detto che il potere non possa costituire l’efficace collante capace di sanare contrasti e rivalità. Ad ogni questo terzetto (ma meglio sarebbe chiamarlo 2 più uno), tra le molte cose, potrà comodamente eleggere il successore di Sergio Mattarella al Quirinale.

Uno scenario che mette i brividi sia a Nicola Zingaretti che a Di Maio; e inquieta lo stesso Sergio Mattarella. In questo contesto, il ruolo dei gustatorilo assume Renzi con la sua Italia viva: utilizza in modo spregiudicato una disponibile Emma Bonino, prima firmataria di una insidiosa mozione di sfiducia che potrebbe mettere in difficoltà l’Esecutivo, colpendo al cuore il Ministro della Giustizia Alfonso Bonafede: sempre più indifendibile, ma che il M5S non può abbandonare. Una maionese impazzita, insomma. Come si dice a Napoli: le sciabole sono a terra, e combattono le fodere. I risultati che potrebbero sortire effetti micidiali: con le elezioni anticipate in autunno si avrebbe un Parlamento e un Governo che rispecchiano più genuinamente la volontà del popolo italiano. Al tempo stesso come ignorare che il rimedio ottenuto sarebbe ben peggiore del male che intende curare?

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