sabato, Ottobre 24

Google rinsalderà il legame tra Washington e Riad? Il gigante hi-tech potrebbe compartecipare alla creazione di una 'Silicon Valley saudita'

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Uno degli aspetti caratterizzanti gli ultimi anni di mandato di Barack Obama è stato il netto deterioramento della relazione con un partner strategicamente fondamentale degli Stati Uniti come l’Arabia Saudita. L’accordo sul nucleare iraniano che ha permesso a Teheran di rilanciarsi sui a livello internazionale, la riluttanza di Washington ad adottare un approccio più aggressivo nei confronti del presidente siriano Bashar al-Assad e il pericolo concreto, derivante da un pronunciamento del Congresso, che cittadini sauditi venissero trascinati di fronte a tribunali statunitensi nelle cause legate all’11 settembre 2001 (a seguito del rapporto sugli eventi cruciali di quel fatidico giorno redatto dopo ben 15 anni di silenzio ininterrotto dalla commissione congressuale incaricata) avevano destato forte irritazione in seno alla famiglia reale degli al-Saud. A ciò ha concorso anche  la posizione maggiormente indipendente dai tradizionali alleati assunta dagli Usa a seguito dell’ormai comprovata autosufficienza energetica. Il che ha indotto i sauditi a sviluppare a loro volta ambizioni autonome non coincidenti con gli interessi di Washington; basti ricordare la decisione di Riad di porre le basi per escludere il dollaro negli scambi bilaterali con la Cina e il viaggio di re Salman al Cremlino per discutere con il presidente russo Vladimir Putin la possibilità di istituire un’alleanza energetica finalizzata a fronteggiare l’ascesa del petrolio non convenzionale (tight oil) statunitense.

Eppure, né il disimpegno dal Medio Oriente né una rottura con Riad rappresentano opzioni praticabili per Washington, dal momento che la revoca dell’accordo verbale stretto il 14 febbraio del 1945 tra Franklin Delano Roosevelt e Abd el-Aziz al-Saud a bordo dell’incrociatore Quincy manderebbe in pezzi il sistema finanziario mondiale incardinato sul dollaro. Come ha efficacemente sintetizzato l’autorevole economista Paul Craig Roberts, ex funzionario del Dipartimento del Tesoro sotto l’amministrazione Reagan, «l’Arabia Saudita è un partner di lunga data degli Stati Uniti, la quale, in cambio del proprio petrolio, accetta pezzi di carta stampati dalla Federal Reserve che poi riutilizza per finanziare il debito del Dipartimento del Tesoro Usa e per acquistare sistemi d’arma americani; acquisti che spianano il terreno per commesse belliche sempre più imponenti permettendo così a Washington di spalmare i costi della ricerca e sviluppo su un volume maggiore».

E infatti, una delle prime mosse compiute da Donald Trump in qualità di presidente è stata quella di recarsi a Riad per rilanciare l’alleanza con l’Arabia Saudita, alla quale ha concordato la fornitura di qualcosa come 110 miliardi di dollari di armi (missili, munizioni, fucili, aerei e attrezzature varie), da portare a circa 350 miliardi entro un decennio. Ma anche lo stesso Obama era consapevole che non esistevano le condizioni per spingere nell’angolo i sauditi, ed è a ciò che si deve la sua decisione di accogliere con tutti gli onori il giovane principe Mohammad bin-Salman, ministro della Difesa, vice-erede al trono, figlio prediletto del debole re Salman e grande sovvenzionatore della campagna elettorale di Hillary Clinton. Il principe Mohammad è inoltre l’ideatore della tanto ambiziosa quanto difficilmente realizzabile riforma economica Vision 2030, orientata a ridurre progressivamente la dipendenza del regno dal petrolio attraverso un processo di finanziarizzazione nell’ambito del quale rientrano l’apertura del Tadawul Saudi Stock Exchange a investitori istituzionali stranieri, il collocamento sul mercato di diversi miliardi di dollari di titoli di Stato sauditi e, soprattutto, la cessione di alcune quote della potentissima compagnia petrolifera statale Saudi Aramco; una mossa dagli effetti potenzialmente dirompenti che manifesta la disperata necessità saudita di mitigare l’impatto disastroso del crollo del prezzo del petrolio. Durante la visita, verificatasi nel giugno 2016, Salman ha avuto modo di incontrare tutti i principali ‘decisori’ di Washington (dal direttore della Cia John O. Brennan al segretario di Stato John Kerry, fino segretario al Tesoro Jack Lew), quasi che, come rilevava allora il giornalista Alberto Negri, gli Stati Uniti «volessero indicare che hanno nel regno un nuovo cavallo su cui puntare, un principe giovane, dinamico che potrebbe scalare in classifica l’erede designato Mohammed bin-Nayef». Lo ‘scavalcamento’ si è puntualmente realizzato a pochi mesi di distanza, con il principe bin-Salman che, non appena ottenuta l’investitura da suo padre, ha lanciato una gigantesca campagna anti-corruzione mirata a blindare la sua posizione di forza ed estorcere ai suoi fratelli e cugini miliardi e miliardi di dollari con cui mitigare il pesantissimo deficit nazionale.

L’ascesa di bin-Salman ha significato anche il consolidamento del progetto Vision 2030, in conformità al quale sono state intavolate trattative di altissimo livello tra il principe stesso e Larry Page, amministratore delegato e cofondatore di Alphabet, per la costituzione di una joint-venture Saudi Aramco-Google (divisione di Alphabet) che realizzi un polo saudita dell’alta tecnologia da quotare sul Tadawul Saudi Stock Exchange. Benché non siano ancora stati concordati i dettagli finanziari e logistici, gli esperti ritengono comunque che l’intesa abbia buone possibilità di andare in porto, perché offre notevoli vantaggi ad entrambe le parti in causa. Nell’ottica di bin-Salman, Google è lo strumento perfetto per consentire alla Saudi Aramco di acquisire credibilità e collocare con maggiore facilità le proprie azioni, e successivamente di imporsi come motore della diversificazione economica del regno, tuttora fortissimamente dipendente dal petrolio. Lo sviluppo tecnologico dell’Arabia Saudita è uno degli obiettivi cardine di Vision 2030, e il principe ereditario è per di più un grande ammiratore del polo ingegneristico della Silicon Valley. Dal punto di vista di Alphabet, invece, l’accordo con Riad tramite la sussidiaria Google offrirebbe ottime garanzie di espansione aziendale nella cruciale regione del Golfo Persico, dove, come spiega ‘Il Sole 24 Ore’, «ad oggi nessuno dei gruppi statunitensi vanta centri dati […], per le loro stesse dimensioni e importanza battezzati regions – regioni – e che richiedono una spesa di centinaia di milioni di dollari ciascuno […]. La nascita di una rete locale di strutture, per tutta l’area interessata, ovvierebbe a una gestione dati finora a distanza, che ricorre a cavi sottomarini e ‘passaggi’ dall’Europa causando rallentamenti e scarsa innovazione digitale per le imprese».

In prospettiva, l’intesa con i sauditi potrebbe quindi assicurare ad Alphabet la possibilità di accreditarsi come società di riferimento per tutte le compagnie energetiche interessate a diversificare il proprio business: un settore in cui colossi del calibro di Microsoft e Amazon stanno già lanciandosi con un’allettante offerta di servizi all’avanguardia per quanto concerne l’immagazzinamento dei dati e la potenza di calcolo.

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