sabato, Luglio 4

Google: Page e Brin escono di scena I due fondatori del colosso del web lasciano la guida dell'azienda dopo ben 21 anni

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A poco più di 21 anni di distanza da quel fatidico 4 settembre 1998, data della fondazione di Google, i due fondatori Larry Page e Sergej Brin hanno deciso di lasciare il timone della società per assumere un ruolo maggiormente defilato all’interno del consiglio di amministrazione, molto più vicino a quello che adempiono «genitori orgogliosi che garantiscono consigli e affetto, ma non raccomandazioni su scala quotidiana». Si tratta di un passo cruciale sia per quanto concerne la carriera professionale dei due manager, sia, soprattutto, per il futuro di una delle più potenti ed influenti compagnie hi-tech al mondo. Per comprenderne a fondo le ragioni, occorre ripercorrere le tappe fondamentali che hanno portato Google a diventare il mega-colosso che oggi tutti conoscono

Nella tarda estate del 1998, gli studenti di Stanford Larry Page e Sergej Brin misero a punto una promettente start-up dopo aver lavorato per mesi – come nella migliore tradizione della Silicon Valley – in un garage di Menlo Park di proprietà di Susan Wojcicki, attuale amministratrice delegata di YouTube e all’epoca semplice cognata di Brin. I due riuscirono a ottenere un brevetto sui motori di ricerca per internet che, in quei mesi frenetici in cui la bolla della New Economy andava gonfiandosi a dismisura alimentata dalla fiducia sfrenata degli investitori più sprovveduti, attirò rapidamente l’attenzione di Yahoo!, che allora incarnava il ruolo di regina indiscussa del web. I rappresentanti dell’azienda di Sunntyvale misero inizialmente sul piatto una cifra vicina al milione di dollari per rilevare per intero Google, salvo poi cominciare a tirare sul prezzo nella speranza di riuscire ad aggiudicarsi l’azienda a fronte di un esborso economico più contenuto. La decisione di Page e Brin di declinare l’offerta e abbandonare definitivamente il tavolo delle trattative costituì indubbiamente una delle scelte più azzeccate della loro pur brillantissima carriera, visto e considerato che, attualmente, Google si pone al vertice di un impero aziendale che fattura qualcosa come 136 miliardi di dollari, impiega quasi 100.000 dipendenti e vanta una capitalizzazione di Borsa pari a 890 miliardi di dollari. Un vero e proprio gigante, insomma, capace di monopolizzare il comparto delle ricerche in rete e di conquistare, tramite Android, l’80% circa del mercato dei sistemi operativi per smartphone.

Durante il lungo e impervio processo evolutivo che ha portato Google a tagliare simili traguardi, Page e Brin hanno sempre tenuto saldamente in mano le redini dell’azienda anche allo scopo di manifestare agli occhi degli operatori di mercato chi fossero i suoi reali manovratori. Quantomeno fino all’agosto 2015, data in cui nacque Alphabet, holding che andava a riunire tutte le aziende gravitanti a Google che, da quel momento in poi, sarebbero state suddivise a seconda dei comparti in cui operavano. Nel comunicato in cui si annunciava la costituzione di Alphabet, Page spiegò che lo scorporo delle società controllate dall’azienda principale rappresentava il culmine di un grande sforzo riorganizzativo profuso in nome della necessità di permettere a Google di concentrarsi sul suo tradizionale core business (che include il motore di ricerca e altri dici prodotti di vertice).

In realtà, però, la ristrutturazione aziendale imperniata su Alphabet era funzionale anche ad un altro obiettivo, come avrebbero rilevato ben presto alcuni dei più attenti osservatori: permettere a Page e Brin di farsi progressivamente da parte per lasciare spazio al nuovo astro nascente a cui si intendeva lasciare la guida dell’azienda, vale a dire l’ex amministratore delegato Sundar Pichai. Non a caso, a partire da quell’agosto 2015, il duo Page-Brin cominciò a comparire sempre più raramente in eventi pubblici – come le conferenze annuali degli sviluppatori – a cui, in passato, non aveva mai fatto mancare la propria presenza. Ragion per cui non è improbabile che la fondazione di Alphabet abbia rappresentato non solo il punto d’arrivo di un vasto programma di riorganizzazione dell’azienda, ma anche una sorta di ‘exit strategy’ per garantire ai due fondatori di Google una graduale uscita di scena non troppo differente rispetto a quella assicurata dal consiglio d’amministrazione Microsoft a Bill Gates, che nel 2008 abbandonò il timone della società dopo averla guidata per oltre trent’anni.

Sono molti a interrogarsi su cosa faranno nei prossimi anni Page e Brin. Ultimamente, il primo ha dedicato gran parte del tempo a sua disposizione allo sviluppo di innovazioni legate agli aeromobili, mentre il secondo è apparso molto più sfuggente e attento a centellinare le sue apparizioni pubbliche – la più clamorosa delle quali è stata la partecipazione a una manifestazione di protesta del 2017 contro le politiche sull’immigrazione portate avanti dall’amministrazione Trump. Quel che è certo è che, con un patrimonio quantificabile in circa 50 miliardi di dollari a testa, Page e Brin avranno tempo e modo per pianificare con cura il proprio futuro.

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