sabato, Agosto 24

Golpe ’64: la dittatura che divide ancora il Brasile Ecco cosa ha rappresentato in Brasile la dittatura militare e quali sono le analogie col presente targato Bolsonaro, ne parliamo con Roberto Vecchi

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Il Presidente del Brasile, Jair Bolsonaro, ha chiesto al Ministero della Difesa di «organizzare le dovute commemorazioni» per il 55° anniversario dallinizio della dittatura militare che durò fino al 1985.

La richiesta, in realtà, non sorprende più di tanto dato che lo stesso Bolsonaro, ex capitano dell’Esercito in pensione, già durante la campagna elettorale si era fatto notare per le sue idee di estrema destra e per le simpatie nutrite verso il regime militare, il quale, secondo il Presidente brasiliano, non prese il potere tramite un colpo di Stato e non va etichettato come dittatura, bensì come ‘governo militare’. Inoltre, una volta eletto, Bolsonaro ha concesso ad ex generali dellEsercito delle posizioni chiave all’interno dell’Esecutivo, fra questi Hamilton Mourão (vice Presidente), Fernando Azevedo e Silva (Ministro della Difesa) e  Carlos Alberto dos Santos Cruz (Segretario del Governo).

La decisione di Bolsonaro, però, ha attirato molte critiche come quelle del parlamentare federale Chico Alencar, il quale ha postato questo chiaro messaggio via Twitter: «Chi elogia il golpe del 64 applaude tortura, esilio, censura, morte! Disprezza la Costituzione, non è degno della posizione che occupa!».

La dittatura militare è stato un progetto autoritario di modernizzazione del Brasile di lunga durata avvenuto all’interno di un contesto, quale quello latinoamericano che era dominato da una forte egemonia di regimi militari anche per la congiuntura storica internazionale e geopolitica del tempo”, spiega Roberto Vecchi, professore di Letteratura Portoghese e Brasiliana presso l’Università di Bologna, “ha significato un progetto di accentuazione delle esclusioni sociali e ha creato condizioni di minore uguaglianza dopo un periodo, dal dopoguerra sino all’inizio degli anni ’60, di forte apertura sociale”.

La dittatura militare brasiliana affonda le sue radici nello scenario politico caratterizzante la Guerra Fredda, quando la geografia del globo terrestre era divisa in zone d’influenza contese da Stati Uniti e URSS. Per evitare che i Paesi dell’America Latina – storicamente fragili a livello democratico – cadessero sotto l’egemonia comunista, dopo la Seconda Guerra Mondiale, gli USA iniziarono ad intrecciare gli interessi politico-strategici a quelli economici che già avevano nella regione.

Negli anni successivi al conflitto mondiale, alcuni Stati dellAmerica Latina – lontani fisicamente dall’Unione Sovietica e ideologicamente dagli Stati Uniti – sperimentarono una serie di governi populisti con forti accenti nazionalisti. Tra questi Paesi desiderosi di intraprendere un cammino differente rispetto a quello promosso dalle due superpotenze, vi fu il Brasile del Presidente João Goulart (Partido Trabalhista Brasileiro), fautore di politiche populiste che portarono alla radicalizzazione dei ceti popolari. Proprio per scongiurare un radicamento delle masse in senso comunista, il 31 marzo 1964, i militari presero il potere – nominando Presidente Humberto de Alencar Castelo Branco (ARENAAliança Renovadora Nacional) –  sotto l’egida silenziosa di Washington, attuando misure restrittive di controllo sociale e internazionalizzando l’economia aprendo il mercato all’afflusso di capitali esteri e puntando sulla diversificazione produttiva: ciò portò negli anni ad una crescita eccezionale del PIL e al boom economico. Questo benessere garantì al regime il consenso dei ceti medi, oltre al benestare dell’élite brasiliane. Il tutto, però, a scapito della repressione delle libertà: gli scioperi vennero proibiti, l’analfabetismo era diffuso, i salari bassi. E se nel 1965 i partiti vennero sciolti, a differenza di ARENA e MDB (Movimento Democrático Brasilero), dal ’69 prese piede un clima di terrore e sospetto che portò alla reintroduzione della pena di morte e ad esecuzioni sommarie. Come riportano gli studiosi Raffaele Nocera e Angelo Trento nel libro ‘America latina, un secolo di storia’, si calcola che nel periodo della dittatura ci furono 50.000 arresti, 1012.000 esuli e qualche centinaia tra assassinati e scomparsi.

La dittatura terminò ufficialmente nel 1985, ma il Brasile non hai mai fatto veramente i conti col suo passato e ciò è evidente dal revisionismo storico che ruota intorno ai fatti del ventennio militare. Tra le persone che subirono atti di violenza durante la dittatura militare c’è l’ex Presidente del Brasile, Dilma Rousseff, messa in stato d’accusa dal Congresso nel 2016. Fra i parlamentari che votarono a favore dell’impeachment vi era anche Jair Bolsonaro, il quale dedicò il suo voto a Carlos Alberto Brilhante Ustra, il colonnello che guidava l’unità di tortura negli anni ’70.

Ivan Seixas, invece, è un giornalista brasiliano che nel 1971, all’età di 16 anni, venne arrestato insieme al padre, Joaquim Alencar, per essere entrambi attivisti del Movimento Revolucionário Tiradentes, un organismo paramilitare di stampo marxista-leninista che si opponeva alla dittatura. Arrestati, vennero poi condotti al Departamento de Operações de Informações – Centro de Operações de Defesa Interna (DOI-CODI), il centro operativo dell’intelligence del regime militare, nonché agenzia di repressione. Seixas ha rilasciato una testimonianza sulle torture cui è stato sottoposto durante la prigionia al DOI-CODI in un’intervista per l’organizzazione International Center for Transitional Justice (ICTJ): «siamo stati torturati insieme, nella stessa stanza. Hanno usato strumenti di tortura molto comuni su di noi: hanno usato quello che si chiama pau-de-arara su di me, o ‘pertica del pappagallo’, e la sedia del drago su mio padre. Dopo due giorni di continue torture mio ​​padre è stato assassinato, ma la sua morte è stata annunciata sui giornali dalla Polizia 24 ore prima che si verificasse effettivamente. Anche mia madre e le mie sorelle sono state arrestate e una di loro ha subito violenza sessuale per mano della Polizia. Mia madre e le mie sorelle furono detenute per un anno e mezzo, finché vennero processate e prosciolte per mancanza di prove. Ho passato sei anni in prigione senza mai essere processato».

Una testimonianza toccante che fa apparire paradossale e anacronistica la commemorazione dell’anniversario voluta da Bolsonaro, il quale è contemporaneamente uno dei principali oppositori dei regimi militari come quello chavista di Nicolás Maduro in Venezuela. Come il Presidente brasiliano riesca a coniugare la sua linea di politica interna con gli affari esteri rimane, dunque, un mistero.

Per comprendere meglio l’eredità che ha lasciato la dittatura militare e quali analogie intercorrono tra il Brasile del 1964 e quello contemporaneo, abbiamo continuato ad approfondire l’analisi con il professor Vecchi.

 

Quali gli effetti sociali della dittatura militare che sono visibili nel Brasile contemporaneo?

Si tratta di un regime che ha sicuramente segnato la storia del Brasile contemporaneo ed ha portato ad una struttura fortemente ingiusta. Il Brasile è un Paese che ha ancora condizioni sociali di fortissima ingiustizia, risultato di una modernizzazione escludente che è stata assunta come modello di sviluppo dei militari. La dittatura militare era basata soprattutto sull’idea di una forte modernizzazione tecnocratica che permettesse ad una porzione di Brasile, ad un’élite, di essere estremamente ricca e concorrenziale anche rispetto ai Paesi del primo mondo, ma prevedendo una forte massa di esclusi a sostegno di questo modello. L’apertura a forbice dell’ingiustizia brasiliana accentua quell’aspetto di ‘colonialità’ che il Brasile ha ereditato sin dall’inizio dell’800.

Nel ’64, quando i militari presero il potere, il Brasile arrivava da governi socio-populisti come quelli di Vargas e Goulart. Nel 2018, Bolsonaro, ex militare, prende – democraticamente – in mano il Brasile dopo governi di stampo socialista. Quali, dunque, le analogie tra ‘ieri’ e oggi?

Questa è un po’ la sfida che assume il Presidente Bolsonaro, secondo il quale le analogie col passato sono molteplici. Dal punto di vista dei dati storici e sociologici, invece, si può dire che il Brasile è molto cambiato, soprattutto perché ha attivato, nel corso degli ultimi 15 anni, forti processi di inclusione sociale: la democrazia ripristinata nel 1985 e la conseguente Costituzione sancita nell’88 hanno creato un tessuto democratico. La vittoria di Bolsonaro ha moltissime spiegazioni ed è complessissimo risalire alle cause vere della sua affermazione politica. Quello che si può dire, però, che il Brasile è molto cambiato rispetto a quello dell’inizio degli anni ’60 che fa poi da scenario al golpe militare: è un’altra democrazia ed un altro Paese, non sono oggetti comparabili. Quello che, invece, si avverte è l’esistenza attuale, nel Presidente eletto ad ottobre, di una retorica molto vicina ed esaltatrice della dittatura militare per finalità che sono evidentemente revisionistiche.

All’epoca i militari legarono lo sviluppo economico all’afflusso di capitali stranieri e si affidarono molto agli Stati Uniti. Pare che anche oggi si stia creando questo forte legame, soprattutto a livello ideologico, con Washington.

Sì, ci sono delle affinità che si potrebbero cogliere. In verità, il Brasile è un Paese molto nazionalista e l’Esercito, nonostante negli anni ’70 sia stato fautore di un’apertura economica che aveva creato le condizioni del cosiddetto ‘miracolo economico’ verso l’internazionalizzazione, è un corpo molto composito ed eterogeneo. In questo momento la componente dell’Esercito che fa da spalla al Presidente Bolsonaro non è contraria ad un’internazionalizzazione finanziaria del Brasile, che, però, va in una direzione contraria rispetto a quella che ha avuto il Paese sino all’incirca al 2016 per oltre una decina d’anni. Quindi, c’è questa analogia apparente, ma si tratta di vedere se questa analogia dell’internazionalizzazione avrà poi un seguito o meno. Quello che è opportuno constatare è che il Paese è veramente cambiato. Questi 55 anni dalla dittatura militare che vengono celebrati non sono solo mezzo secolo, ma rappresentano veramente dei cambiamenti molto profondi  avvenuti sul piano economico e sociale. Giocare sulle analogie di superficie, come fa l’attuale Presidente brasiliano, può essere un gioco interessante sul piano retorico, ma molto difficile sul piano sostanziale. Credo che il Brasile abbia una serie di anticorpi che respingono un’assimilazione troppo stretta tra il Brasile del passato e quello contemporaneo.

Quanto marca la presidenza di Bolsonaro la commemorazione per l’anniversario della dittatura?

Si tratta di un tentativo retorico e, soprattutto, identitario che serve a costruire una base più omogenea di consenso in una fase di fortissima turbolenza e di fortissima crisi, nonostante siano passati solo pochi mesi dall’insediamento del Presidente. È più un esercizio di stile che sostanziale.

C’è il rischio che in Brasile si arrivi ad una dittatura moderna di stampo populista?

C’è probabilmente un progetto di costruzione di forme non scopertamente autoritarie, ma che di fatto riflettono un orientamento autoritario del regime. Credo ci sia stato, però, nei quasi 40 anni di democrazia brasiliana, un capillare approfondimento dei valori democratici che rendono molto difficile realizzare un tipo di regime senza l’uso della forza come accadde 55 anni fa. Oggi c’è una struttura così complessa dal punto di vista delle comunicazioni, delle relazioni politiche e della permanenza di vecchi rapporti di potere con nuove forme politiche di alleanza che rendono molto difficile la configurazione – specie per un Paese così grande e complesso come il Brasile – di una dittatura ‘soft’ e tenuta in piedi solamente con gli strumenti propri della democrazia. È un tipo di ambiguità che è molto complesso e, infatti, è con questo tema che si misurerà la Presidenza Bolsonaro nei prossimi mesi.

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