domenica, Novembre 29

Golfo: il conflitto che nessuno vuole, mai così vicino Robert Malley, Presidente di Crisis Group, avvisa il Consiglio di Sicurezza ONU: la regione deve avviare un dialogo sulla sicurezza collettiva e inclusiva che includa i sei membri del Consiglio di cooperazione del Golfo, Iran e Iraq. Irresponsabile non provarci

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La guerra che nessuno vuole è dietro l’angolo, anzi, mai è stata così vicina. A sostenerlo non è un politico, né un osservatore qualunque, è Robert Malley, Presidente e amministratore delegato di Crisis Group, la prestigiosa organizzazione dedicata alla prevenzione e risoluzione di conflitti.

La guerra in oggetto è quella che potrebbe interessare l’area del Golfo e oltre, tutto il Medio Oriente, ovvero quella tra Stati Uniti e Iran che inevitabilmente coinvolgerebbe quelli che Malley definisce alleati e proxies regionali, una lista di Paesi sterminata.

L’allerta Malley lo ha lanciato ieri 20 ottobre 2020, parlando al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Il «conflitto a livello regionale che ora si profila più grande in tutto il mondo è un conflitto che nessuno apparentemente vuole – un conflitto innescato dalle tensioni nella regione del Golfo», ha esordito il Presidente di Crisis Group. Le condizioni per un tale conflitto «sono probabilmente più mature che in qualsiasi momento nella memoria recente e potrebbero scoppiare in molti luoghi: nello stretto di Hormuz, in Iraq o nello Yemen». E però, precisa subito Malley, il conflitto «è tutt’altro che inevitabile; nessuna delle parti lo vuole, e finora tutti hanno mostrato per la maggior parte la capacità di calibrare le proprie azioni per evitare un’escalation. Ma anche azioni ben calibrate possono avere ripercussioni involontarie». E questo perché anche un «singolo attacco con missili, droni o mine potrebbe innescare un’escalation militare tra gli Stati Uniti e l’Iran e i loro rispettivi alleati e proxies regionali che potrebbe rivelarsi impossibile da contenere».

La principale minaccia che la regione deve affrontare oggi, spiega Malley, «non è tanto una guerra per scelta, ma una guerra involontaria che deriva da errori di calcolo, interpretazioni errate o mancanza di comunicazione tempestiva. Gli attori chiave nel Golfo hanno perfezionato il gioco del rischio al punto da giocarlo fino al limite. Il risultato è stato lo sfilacciamento del filo che divide la guerra dalla nonguerra».

Una situazione che a nessuno dei protagonisti torna utile. Non è funzionale agli interessi dei «Paesi del GCC come il Regno dell’Arabia Saudita o gli Emirati Arabi Uniti, che hanno visto navi mercantili e il loro territorio bersagliati da attacchi che loro e altri hanno sospettato provenissero dall’Iran». Non è funzionale agli interessi «della Repubblica Islamica dell’Iran, che si è trovata vittima di una feroce campagna di pressioni che ha recato evidenti danni alla sua economia e al benessere dei suoi cittadini, e che è costata loro uno dei loro leader più importanti a causa di un attaccoUsa». Nè è funzionale agli interessi degli Stati Uniti, che non hanno raggiunto alcuno degli obiettivi dichiarati «e il cui personale in Iraq è ora minacciato». Nè può essere utile agli interessi dei «terzi che desiderano una regione del Golfo stabile per ragioni strategiche o economiche».

Una situazione, dunque, grave, pericolosissima, che non fa bene a nessuno, e che è stata determinata un po’ da tutti, e dove tutti svolgono al contempo il ruolo di vittime e carnefici. «Molte ragioni stanno dietro l’intensa polarizzazione che ha infettato la regione del Golfo e spiegano perché le sue numerose spaccature -tra Stati Uniti e Iran, Iran e Arabia Saudita, nonché tra gli stati del GCC- si intersecano in modi pericolosi e potenzialmente esplosivi».
«L’Arabia Saudita e i suoi alleati vedono nelle politiche dell’Iran – in Siria, Iraq, Libano o Yemen – le ambizioni di un aspirante egemone; vedono la Repubblica islamica come una minaccia crescente le cui aspirazioni regionali devono essere frenate per non circondarle con i suoi partner e delegati.
Teheran, dal canto suo, vede una regione dominata da potenze sostenute dagli Stati Uniti con capacità militari superiori intente a isolarla e indebolirla; inoltre, considera l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti in accordo con gli Stati Uniti per strangolarla economicamente e, infine, sostituire la sua leadership. Con una visione del mondo formata nel traumatizzante crogiolo della guerra Iran-Iraq di otto anni, e di fronte ad avversari armati più pesantemente, i leader iraniani sottoscrivono la dottrina strategica del Paese, che si basa sulle sue capacità militari asimmetriche e sul sostegno agli alleati regionali».

A peggiorare le cose c’è l’assenza di qualsiasi meccanismo istituzionale in grado di farsi cuscinetto tra le parti e provare a farle dialogare.

Per capire che fare per uscire da questo impellente rischio di guerra, secondo Crisis Group, serve guarda precedenti crisi risolte con lo strumento della diplomazia. Malley invita a rivolgere lo sguardo all’esempio rappresentato dal JCPOA. La regione del Golfo, dunque, «deve avviare un dialogo sulla sicurezza collettiva e inclusiva che includa i sei membri del Consiglio di cooperazione del Golfo, Iran e Iraq, con l’obiettivo di diminuire le tensioni. Una progetto che Crisis Group aveva delineato nei mesi scorsi in ‘Il Medio Oriente tra sicurezza collettiva e collasso collettivo’.

Per un piano del genere, molti gli attori in campo. «I governi del Golfo che sono meno coinvolti nelle ostilità ma che potrebbero essere maggiormente danneggiati se scoppiassero i combattimenti – penso al Kuwait e all’Omanpotrebbero cercare insieme di portare i loro vicini più potenti e più direttamente coinvolti Iran, Emirati Arabi Uniti e Arabia Sauditain un meccanismo informale.

I governi europei e altri governi interessati potrebbero facilitare il processo, aiutando a trasmettere alcuni messaggi nella fase iniziale del contatto e offrendo consulenza tecnica e silenzioso incoraggiamento man mano che il processo si sviluppa.

Anche l’ONU potrebbe svolgere un ruolo importante. La risoluzione 598 (1987) del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, che ha posto fine alla guerra Iran-Iraq, prevede il mandato per il Segretario generale di convocare un dialogo sulla sicurezza regionale per gettare le basi per un’architettura di sicurezza tollerabile per tutte le parti».

«Le discussioni all’interno di un meccanismo di sicurezza del Golfo, ispirato al processo di Helsinki, potrebbero iniziare cercando di raggiungere un accordo sui principi condivisi che governano le relazioni interstatali, come la noninterferenza (direttamente o tramite delega locale) e il rispetto dell’integrità territoriale di ogni Stato, e cercare di identificare le motivazioni di ciascuna parte, le preoccupazioni principali e le percezioni delle minacce. Potrebbero quindi evolversi verso misure concrete di rafforzamento della fiducia».

Costruite le basi, poi il dialogo potrebbe iniziare essere sui contenuti, quelli meno divisivi e di interesse comune: dal cambiamento climatico, aldeterioramento della qualità dell’acqua, fino al COVID-19 piuttosto che la sicurezza marittima.

Se e quando le discussioni iniziali cominceranno a produrre risultati, allora «potrebbero essere ampliate per concentrarsi sui modi per allentare le tensioni attraverso meccanismi di sicurezza condivisi come la notifica preventiva dei movimenti delle truppe e delle esercitazioni militari o consentire agli avversari di inviare esperti militari per osservare tali manovre. Alla fine, le parti del Golfo potrebbero esplorare modi per promuovere un quadro di sicurezza regionale cooperativo e durevole che includa tutte le principali parti interessate».

Malley ha ben presente che questo non risolverà la crisi del Golfo, «la miriade di conflitti, dalla Siria alla Libia allo Yemen, che sono stati alimentati sia dalle tensioni tra Arabia Saudita e Iran, sia da quelle che coinvolgono Emirati Arabi Uniti, Egitto, Turchia e Qatar, che hanno causato indicibili sofferenze umane, rimangono potenziali punti critici per una più ampia conflagrazione». Per tanto non ci si potrà esimere dal mettere mani a questi incendi, e però la riuscita di una operazione di spegnimento dipenderà dalla capacità dei protagonisti della crisi di stare ad un tavolo comune.

Per generare la volontà politica di agire, afferma Malley, «i tempi peggiori possono offrire la migliore opportunità e le condizioni nel Golfo probabilmente hanno raggiunto quel punto. Un dialogo inclusivo e collettivo sulla sicurezza regionale volto ad allentare le tensioni può avere solo poche possibilità di materializzarsi e una possibilità di successo ancora minore. Ma nelle circostanze attuali sarebbe irresponsabile non provarci».

Le probabilità che i protagonisti della crisi decidano di ‘provarci’ potrebbero non essere così basse come si tenderebbe a credere se si ascoltassero solo le dichiarazioni ufficiali delle parti in gioco. Secondo alcuni attenti osservatori dell’area «Le porte diplomatiche si stanno aprendo, non chiudendo, nella regione, e la prossima Amministrazione statunitense può cogliere l’opportunità creata da questo nuovo clima». Indipendentemente da chi sarà l’inquilino della Casa Bianca nei prossimi quattro anni, si tende a considerare che comunque un nuovo accordo sul nucleare iraniano si dovrà provare a mettere in piedi, accordo che potrebbe essere la base per un accordo più ampio che coinvolga anche altri soggetti, a partire proprio da Arabia Saudita e Emirati Arabi -le cui ambizioni nucleari preoccupano-, in questo quadro un tavolo che lavori sulla sicurezza regionale potrebbe non essere solo una pia speranza, potrebbe essere sia necessario che implicito.

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