giovedì, Maggio 23

Globalizzazione fa bene, ma Italia solo 17°

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Nel 2015 l’Irlanda era il Paese più globalizzato tra gli Stati membri dell’Unione Europea e del G20, mentre l’Italia occupava la 17° posizione. Sono i risultati dello studio dell’Istituto Bruno Leoni L’Indice della Globalizzazione. La partecipazione degli Stati membri del G20 e dell’UE ai mercati globali (1994-2015)’, diffuso ieri in occasione del convegno ‘#ItalyMatters. Investire nel Sistema Paese: sfide, opportunità e prospettive’, organizzato da Whirlpool Emea in occasione dell’inaugurazione del nuovo Headquarter a Milano dell’azienda, un Indice sintetico relativo al grado di permeabilità delle Nazioni alla globalizzazione. L’Italia con il cartellino 17°, appare, sostengono gli autori – Rosamaria Bitetti, Ornella Darova e Carlo Stagnaro -, «come un Paese estremamente globalizzato se si guarda agli scambi commerciali, mentre sembra un’economia relativamente chiusa se ci si concentra sugli investimenti diretti esteri. Questo lascia intendere che vi siano enormi spazi di miglioramento e di crescita, se solo il nostro paese saprà adottare quelle riforme in grado di rimuovere gli ostacoli agli investimenti (fisco, giustizia, lavoro, liberalizzazioni, e così via)».

Lo studio, elabora un Indice della Globalizzazione che tiene conto di tre macro indicatori: uno legato alla partecipazione dei Paesi esaminati al commercio internazionale, uno relativo agli investimenti diretti esteri, e uno sulla connettività. Il rapporto, che analizza l’andamento di 39 economie nel periodo 1994-2015, propone anche una serie di analisi statistiche, che mostrano come i Paesi più aperti si distinguano anche per un minor livello di disoccupazione (con particolare riferimento alla disoccupazione giovanile e femminile), disuguaglianza e inquinamento, mentre tendono ad avere un Pil pro capite più elevato e un punteggio migliore nell’indice della parità di genere nell’alfabetizzazione.

Il punteggio dell’Indice può essere interpretato come una “distanza dalla frontiera”, avendo assunto come frontiera un paese virtuale che abbia, in ciascun indicatore, il valore massimo osservato negli Stati esaminati nell’intero periodo. Nel 2015, l’Irlanda è il Paese più globalizzato con un punteggio pari a 57, seguito da Malta (50) e Danimarca (45). L’Italia, con 40 punti, occupa la diciassettesima posizione, mentre la classifica è chiusa da Arabia Saudita (34), Indonesia (32) e India (31). Inoltre, va sottolineato che gli Stati membri dell’Unione europea occupano quasi tutti posizioni avanzate nella classifica.

«Misurare il grado di apertura alla globalizzazione», scrivono Bitetti, Darova e Stagnaro, «è importante perché l’internazionalizzazione degli scambi è oggetto di una divaricazione tra percezione e realtà. Infatti, sebbene l’opinione pubblica in molti paesi si sia orientata in senso ostile alla globalizzazione, l’evidenza suggerisce che la partecipazione ai mercati globali sia un fattore di crescita, occupazione ed equità». Una delle conclusioni dell’Indice, proseguono gli autori, è che «con le loro scelte di policy, i paesi possono indirizzarsi verso una maggiore o minore apertura. Da queste scelte può dunque dipendere molto della loro crescita futura. Speriamo che l’Indice della globalizzazione possa rappresentare uno strumento per acquisirne maggiore consapevolezza».

Aggiunge Serena Sileoni, vicedirettore dell’Istituto Bruno Leoni, che «la posizione occupata dall’Italia nell’Indice di misurazione agli scambi da un lato sottolinea la fiducia che si ha all’estero verso i prodotti italiani, dall’altro, tuttavia, conferma la difficoltà del nostro paese ad attirare investimenti. Per questo attuare con determinazione le riforme strutturali, tagliare la spesa pubblica e ridurre le tasse deve essere la massima priorità della politica».

Gli Autori sottolineano: «Si ha spesso la tentazione di rappresentare la globalizzazione come un fenomeno inevitabile. Non è così». Il nostro Paese è lontano dalle prime posizioni nella classifica, pur collocandosi nella prima metà, e si osserva un relativo miglioramento nel tempo. L’Italia si caratterizza quindi come un Paese relativamente aperto alla globalizzazione, che tuttavia presenta ancora notevoli margini di miglioramento.

In particolare, il punto di forza dell’Italia è la sua forte permeabilità al commercio internazionale di beni: l’interscambio è cresciuto da circa il 41 per cento del Pil nel 1994 al 57 per cento nel 2015, addirittura superando il picco pre-crisi del 2006 (55 per cento). Dove l’Italia appare invece ancora indietro è sul fronte degli investimenti diretti esteri (Fdi): con rare eccezioni, il flusso di Fdi in ingresso nel Paese ha raramente superato l’1 per cento del Pil (a titolo di esempio, gli Fdi in ingresso in Italia nel 2015 erano pari allo 0,7 per cento del Pil, contro l’1,37 per cento tedesco, il 2,1 per cento spagnolo e l’1,8 per cento britannico). Anche in relazione alla connettività, il nostro Paese ottiene buoni risultati ma è suscettibile di grandi miglioramenti, in questo caso legati principalmente al digital divide tra il Nord e il Sud.

Il tema degli investimenti esteri è cruciale anche perché è ben noto in letteratura che si tratta di uno dei più efficaci driver di crescita e sviluppo tecnologico (si veda, per esempio, Borensztein et al. 1998). L’attrazione degli investimenti esteri è legata all’ambiente economico del Paese e, ancora più in generale, alla dinamica della produttività totale dei fattori. In altre parole, un Paese è tanto più attrattivo quanto più riesce a dotarsi di un’infrastruttura normativa e regolatoria, ma anche materiale, che sia aperta e business friendly. Questo tema investe un ampio spettro di questioni, tra l’altro: la fiscalità, il diritto del lavoro, la concorrenza, la giustizia, le infrastrutture e il sistema educativo. Se negli ultimi anni sono stati fatti alcuni progressi (in particolare per quanto riguarda le imposte sui redditi d’impresa e il diritto del lavoro) la strada da compiere è ancora molto lunga. L’Italia possiede alcuni oggettivi vantaggi comparati rispetto ad altre Nazioni: per citarne alcuni, la posizione geografica, le professionalità e la tradizione manifatturiera, un tessuto imprenditoriale dinamico anche se caratterizzato da una dimensione media d’impresa probabilmente troppo piccola. Per valorizzare questi vantaggi comparati, però, occorre rimuovere i tanti ostacoli che rallentano l’attività d’impresa e rendono l’Italia una realtà relativamente meno attrattiva rispetto ad altre.

La posizione mediana che l’Italia mantiene durante l’intero periodo esaminato (1994-2015), con modeste oscillazioni, cattura bene questa contraddizione: un Paese fortemente vocato al commercio internazionale, ma ancora non capace di sfruttare appieno la sua potenzialità di diventare piattaforma produttiva globale. Negli ultimi anni, diverse imprese multinazionali hanno deciso di scommettere sull’Italia e questo è senza dubbio un aspetto positivo che dice molto anche sulle aspettative che esse nutrono nelle potenzialità del prossimo ciclo di riforme. Contemporaneamente, i rapporti periodici delle organizzazioni internazionali (Oecd 2017, EC 2017) evidenziano come l’Italia si trovi proprio in mezzo al guado e abbia bisogno non solo di completare il percorso avviato, ma anche e soprattutto di confermare con chiarezza che questo percorso non viene messo in discussione.

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