mercoledì, Novembre 25

#GlobalBritain, perché Brexit dall’Europa non significa Brexit dall’Africa

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Il Department for International Development – DFID (la cooperazione internazionale inglese) ha rilanciato gli interventi nel Continente diminuendo le azioni umanitarie e privilegiando la cooperazione allo sviluppo in stretta collaborazione con la Banca Africana per lo Sviluppo. Una strategia chiarita in un meeting economico svoltosi a Lusaka, Zambia. «L’opinione pubblica nazionale rimane scettica sulla efficacia della cooperazione accusata di distogliere fondi ed energie a danno degli interessi nazionali. Il compito della DIFD é quello di provare il contrario. La cooperazione verso i Paesi africani non danneggia gli interessi nazionali, ma li rafforza, diminuendo la pressione demografica dettata dalle ondate migratorie e aumentando gli scambi economici fondati su eque e reciproche convenienze» ha sostenuto il Ministero degli Esteri.

I fondi destinati per il periodo 2016 – 2017 per la cooperazione internazionale sono ingenti: 11 miliardi di sterline ( 12,74 miliardi di Euro). Fondi che superano il 0,7% del PIL storicamente destinato dal governo inglese agli aiuti umanitari. Una decisione coraggiosa dinnanzi alla crisi economica che persiste da 10 anni e alle conseguenti politiche di austerità. «Stiamo investendo sul futuro dei nostri figli», è stato spiegato, e gli 11,1 miliardi di sterline servono per non rimanere esclusi dall’ultima frontiera economica del Pianeta.

Come verranno spesi questi miliardi? Il settore emergenza e aiuti umanitari é stato praticamente cancellato. L’84% dei fondi sarà speso per promuovere attività industriali, agricole, commerciali nei Paesi beneficiari della cooperazione DIFD, con l’obiettivo di migliorare le condizioni economiche in Africa e diminuire la pressione demografica in Gran Bretagna offrendo a milioni di persone una valida ragione per rimanere a vivere nei loro Paesi.

Il  Governo May intende risolvere la deriva di inefficacia e corruzione che la DIFD aveva dimostrato nell’ultimo decennio, monitorando i reali impatti sui Paesi beneficiari, imponendo il rispetto della trasparenza amministrativa, diminuendo i costi di supporto alle iniziative di cooperazione e finanziando esclusivamente progetti economicamente sostenibili. Una politica tesa a riconquistare la fiducia dei contribuenti inglesi che considerano la DIFD un enorme buco nero di malaffare.

Gli unici fondi destinati alle emergenze sono strettamente collegati alle potenzialità produttive del Continente. Londra ha deciso di investire per mitigare gli effetti del cambiamento climatico sulla produzione agricola africana. Saranno stanziati 150 milioni di sterline (173,73 milioni di Euro) per controbilanciare i danni causati dal El Niño nei Paesi beneficiari.

Sul fronte strettamente economico Londra ha già attivato la colossale macchina del Commonwealth con il chiaro obiettivo di entrare in competizione con l’Unione Europea ed estraniarla dal mercato africano. Un dardo avvelenato direttamente lanciato contro l’altra potenza coloniale europea e nemico numero uno della Gran Bretagna, la Francia. Il Commonwealth sta studiando proposte di partenariato commerciale più convenienti di quelle europee: l’EPA Economic Partneship Agreements e il MFN Most Favoured Nation Clause. Pur conservando le clausole di rispetto dei diritti umani e della lotta contro la corruzione, il Governo inglese ha deciso di sganciarsi dai vincoli europei per adottare politiche di intervento simili a quelle adottate dalla Cina dove ogni questione sociale del Paese africano partner viene considerata come un affare interno. Con la nuova politica di non interferenza, Londra spera di aumentare la penetrazione economica nel Continente evitando resistenze da parte dei governi africani. L’obiettivo é trasformare il Commonwealth nel principale ente sovranazionale occidentale partner dell’Africa.

«Le problematiche legate al Brexit obbligano la Gran Bretagna a creare nuove relazioni economiche che si trasformano in ottime opportunità per i Paesi africani. Il Commonwealth, a medio termine, detiene tutte le potenzialità per sostituire l’Unione Europea offrendo maggiori garanzie e migliori accordi economici. I vantaggi si sentiranno anche nei Paesi francofoni africani, alla disperata ricerca di un’alternativa concreta all’attuale stato di servitù coloniale imposto dalla Francia», ha spiegato, Elliot Kratt analista della Unità di Intelligence Economica del  Governo britannico.

Il 9 i il 10 marzo scorso i Ministri del commercio provenienti dai Paesi del Commonwealth si sono incontrati a Londra per studiare come sviluppare il commercio all’interno del Commonwealth. L’obiettivo è raggiungere accordi di libero scambio.  L‘Africa, altresì, può trarre una lezione importante da Brexit e dal fallimento della Unione Europea per il suo progetto di unione continentale.

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