sabato, Ottobre 24

Global Compact: molto rumore per nulla? Emilio Santoro (Università di Firenze) ci parla del conflitto, fondamentalmente ideologico,sul Global Compact

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Il 10 e 11 dicembre, a Marrakech, in Marocco, si terrà una conferenza dell’Organizzazione delle Nazioni Unite con lo scopo di discutere ed approvare il Global Compact for Safe, Regular and Orderly Migrartion (Patto Globale per la Migrazione Sicura, Regolare ed Ordinata). Si tratta di un documento articolato in ventitré punti che dovrebbe coinvolgere centosessantuno Paesi al fine di arrivare ad una gestione comune del fenomeno migratorio. Come affermato sin dalle prime righe, il patto non costituisce un trattato internazionale e, di conseguenza non è vincolante per gli Stati firmatari: rappresenta piuttosto una dichiarazioni d’intenti.

Nonostante ciò, da più parti si sono levate critiche contro un patto accusato di favorire l’immigrazione e di praticare illecite ingerenze sulle politiche nazionali degli Stati. Il primo a sfilarsi, come era prevedibile, è stato il Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, che da tempo si è impegnato per portare gli USA fuori dalla maggior parte degli accordi internazionali firmati in precedenza. A seguito degli USA si sono chiaramente posizionati tutti quei Paesi europei di ispirazione ‘sovranista’: Ungheria, Polonia e Slovacchia (facenti parte del cosiddetto Gruppo di Visegrád), ma anche Austria, Bulgaria, Croazia, Estonia, Danimarca e Paesi Bassi; fuori dall’Unione Europea, sono contrari alla firma del patto anche Svizzera, Serbia, Repubblica Domenicana ed Australia. I Governi di Repubblica Ceca (quarto Stato membro del Gruppo di Visegrád) e Belgio, invece, hanno dichiarato di essere ancora indecisi sull’adesione al patto. I Paesi che hanno già confermato la propria adesione, sono Canada e Francia, oltre che alle istituzioni della UE; è inoltre probabile che saranno favorevoli anche la Germania e la Cina, che ha interesse a contrastare il monolateralismo statunitense. In Italia il dibattito è ancora aperto sia all’interno del Governo, con la Lega tendenzialmente contraria e i grillini più possibilisti, sia nelle opposizioni, con Giorgia Meloni (Fratelli d’Italia) che annuncia battaglia su di un provvedimento che, a suo dire, porrebbe il Governo italiano sotto il controllo di organismi internazionali, in primo luogo dell’ONU, su questioni fondamentali come il contrasto all’immigrazione; una posizione molto simile, è stata adottata in Francia dal movimento di protesta dei Gilets Jaunes (Gilet Gialli), che sta mettendo a dura prova il Paese.

Ma in che cosa consiste, effettivamente, e come funziona nei fatti il Global Compact? Il Professor Emilio Santoro, docente di Filosofia del Diritto al Dipartimento di Scienze Giuridiche dell’Università di Firenze, ci spiega che “il Global Compact è un accordo non vincolante, una sorta di base programmatica per il governo delle migrazioni; su questa base generale gli Stati e le Autorità locali fanno patti tra loro e si possono muovere. Si tratta, insomma, di una sorta di programma a lunga scadenza fatto per dare una piattaforma comune al governo delle migrazioni”. Nei fatti dunque, continua, il patto in questione “non è nulla di particolare” anzi, “in realtà proprio chi è a favore della libertà di movimento considera il Global Compact molto deludente perché non contiene impegni vincolanti per gli Stati, perché è molto generico e perché, se anche fosse ratificato da tutti gli Stati, questi potrebbero poi non prendere alcuna decisione concreta a riguardo”. Si tratta di uno dei tanti documenti ONU che, non essendo vincolanti, non implicano necessariamente delle azioni da parte dei Governi. Santoro ci spiega che “a livello internazionale ci sono tanti strumenti come il Global Compact che rimangono lettera morta, l’espressione di quello che ci piacerebbe avere nel mondo. È soltanto una base a cui si è arrivati ragionando insieme: nella parte finale del documento, infatti, c’è l’auspicio che le Autorità locali, gli Stati e gli organismi internazionali aderiscano e diano attuazione alle linee indicate nel documento”.

Il forte dibattito sulle tra favorevoli e contrari al Global Compact, quindi “è un problema retorico. Sicuramente non piace che si parli di una migrazione che, se gestita in maniera regolare, potrebbe costituire un vantaggio per l’Europa; non piace che non ci sia un’associazione tra migrazione e problemi di sicurezza”. Nel testo, però, si afferma la necessità aiutare le popolazioni nei propri territori, ‘aiutarli a casa loro’; inoltre il testo mantiene saldo il principio secondo cui gli Stati sono assolutamente liberi di regolare l’ingresso dei migranti sul proprio territorio e, quindi, debbano agire per contrastare le organizzazioni criminali che si arricchiscono tramite la gestione dei flussi migratori irregolari, esattamente quello che Matteo Salvini, a capo della Lega, ha ripetuto per anni: insomma, continua Santoro “non c’è nulla che, al di là della retorica, possa far paura”.

Dunque perché da alcune parti si è parlato di ‘legittimazione dell’immigrazione’? Secondo il Professor Santoro, si tratta di “un atteggiamento molto ideologico”. Uno dei punti che ha maggiormente infastidito i cosiddetti sovranisti sta nel fatto che “nella retorica del Global Compact sicuramente non c’è la connessione migrazione – problemi di sicurezza; al contrario il concetto di sicurezza è declinato nell’ottica di garantire spostamenti sicuri a coloro che sono costretti a partire: sicuramente questo è ciò che infastidisce molti a livello retorico”. Al di là dell’ideologia, però, “se si analizza il contenuto del documento, però, si vedrà come uno dei punti più importanti è quello che punta ad eliminare le migrazioni forzate, ovvero ‘aiutarli a casa loro’; questo è scritto esplicitamente, quindi le critiche sono puramente retoriche”. C’è poi un riferimento al fatto che le migrazioni, se gestite in maniera appropriata, possano divenire delle risorse per gli Stati, un concetto che gli ambienti più nazionalisti e xenofobi degli ambienti sovranisti considerano assolutamente inaccettabile.

Se guardiamo all’Italia”, afferma Santoro, “devo dire che tutto questo rispecchia una visione un po’ miope”. La grande battaglia della Meloni e di FdI contro il Global Compact, oltre a basarsi su affermazioni inesatte, vede il fenomeno migratorio da un’unica prospettiva. Emilio Santoro spiega che, “per esempio, nel 2016 sono più gli italiani che sono andati a lavorare in Albania che gli albanesi che sono venuto a lavorare in Italia (si tratta di dati ministeriali): si pensi a quanti giovani italiani sognano e hanno potuto andare a lavorare a Londra e forse, tra sei mesi o due anni, non potranno più farlo; quando si pensa alla migrazione esclusivamente come un danno, si pensa solo alle persone che arrivano da noi, ma non si pensa assolutamente al gran numero di nostri ragazzi, soprattutto tra i venti e i trent’anni, che non se ne va per necessità, ma che se ne va perché questo è il proprio progetto di vita”.

L’atteggiamento ostile al documento in discussione a Marrakech, inoltre, appare tanto più ideologico in quanto gli impatti effettivi del Global Compact sullo scenario internazionale sarebbero alquanto limitati sia in caso di ratifica da parte della maggioranza dei Paesi, sia in caso di rigetto. Santoro sostiene che “l’impatto non sarebbe tanto sul piano pratico, quanto su quello dell’immagine dell’ONU”. Sul piano pratico, infatti, il patto potrebbe essere ratificato da tutti i Paesi senza che nessuno di questi, poi, metta in atto le politiche auspicate dal documento. Il problema, quindi, continua Santoro, “è che immagine dell’ONU uscirà dalla Conferenza di Marrakech”.

Dal punto di vista pratico, però, è improbabile che il Global Compact possa avere un impatto significativo. Per fare un esempio, spiega Snatoro, “si pensi ad un documento vincolante come il 16° Protocollo aggiunto alla Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo entra in vigore dopo essere stato ratificato da dieci Stati: il Protocollo è stato scritto quattro anni fa ed è entrato in vigore da pochi mesi, dopo la firma della Francia, ovvero del decimo Stato; l’Italia non lo ha ancora formato e, finché non lo farà, non avrà alcun vincolo. Il Global Compact non è nemmeno un documento vincolante: non fa altro che auspicare un modello di gestione”.

Sembrerebbe dunque sensato supporre che il rifiuto del Global Compact da parte di quei Paesi attualmente governati da forze cosiddette sovraniste sia, in realtà, una battaglia contro delle istituzioni sovranazionali percepite come nemiche. In altre parole, il bersaglio di chi contesta il Global Compact  non sarebbe nel contenuto dell’accordo quanto, piuttosto, nel principio di gestione condivisa dei problemi globali regolata da organismi di Diritto Internazionale, tanto più che, come si è visto, l’accordo non è vincolante e, anche se fosse firmato da tutti, non imporrebbe di fare nulla. Nell’opporsi al Global Compact, quindi, si vuole semplicemente fare uno smacco all’ONU, ovvero, con le parole di Santoro, “se nessuno Stato importante firma il Global Compact, l’ONU ci fa una figuraccia; detto questo, però, poi sostanzialmente non cambia niente: è una piattaforma che contiene cose piuttosto ovvie, ma non c’è niente che costringa uno Stato a fare alcuni passi anziché altri”.

In ogni caso, la posizione di molti Stati contrari alla ratifica dell’accordo, tra cui l’Italia, risulta abbastanza cotnraddittoria. Secondo Emilio Santoro, “la contraddizione sta nel fatto che chi contesta il Global Compact sta contemporaneamente chiedendo una gestione a livello più alto del fenomeno migratorio, a livello europeo o mondiale, e che i singoli Paesi non siano lasciati soli: il Governo italiano, che sembra intenzionato a non firmare il Global Compact, è il primo che chiede una gestione delle migrazioni non più a livello nazionale ma a livello internazionale o quanto meno europeo”. Gli accordi siglati a varie riprese tra i Governi italiani e quelli libici vanno proprio nella direzione indicata dal Global Compact, come quelli firmati dalla UE con molti Paesi africani per una gestione condivisa dei flussi migratori. Se la posizione statunitense appare in qualche modo coerente con una politica, isolazionista e improntata al bilateralismo, da sempre sposata da Trump (sul clima, sul nucleare iraniano, sui dazi, solo per fare qualche esempio), il caso dei Paesi europei appare più problematico. Il Governo italiano, ad esempio, accusa da sempre la UE e gli altri organismi internazionali, primo tra tutti l’ONU, di non fare abbastanza per aiutare Roma nella gestione della crisi migratoria; dopodiché di dichiara contrario ad una dichiarazione di principio che andrebbe proprio  in quella direzione. Secondo Santoro, “il problema è che in questo momento parlare di migrazioni è come agitare un panno rosso di fronte agli occhi del toro: se non si propone un’equazione ‘migrazioni – problemi per la sicurezza’ non va bene”. Mentre appare chiaro a chiunque abbia buon senso che, in un’epoca globalizzata, i grandi fenomeni non possano che essere gestiti a livello globale, la propaganda e la retorica dei Governi sovranisti tende ad opporsi a qualsiasi forma di collaborazione internazionale. Emilio Santoro conclude affermando che “da un lato, si rifiutano le ingerenze europee, dall’altro, però, si chiede l’organizzazione di una Polizia di Frontiera europea, che tutta l’Unione Europea si prenda carico dei migranti e che si chieda all’Unione Africana di governare le migrazioni all’interno del Continente: è una posizione molto strana ed è tutta sul piano retorico perché si sa benissimo che nessun fenomeno si può gestire senza accordi internazionali”.

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