lunedì, Agosto 3

Gli Usa tentano di sedurre l’Africa Vertice con i Paesi africani nel tentativo di riconquistare (economicamente) il Continente

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obama debt ceiling

Il Vertice Usa-Africa, cui hanno partecipato i massimi rappresentanti degli Stati Uniti, l’immancabile Banca Mondiale e oltre 40 capi di Stato africani, ha deluso le aspettative. Per tre giorni, da lunedì a mercoledì, è andato in scena uno spettacolo visto e rivisto. Il presidente Barack Obama è apparso sotto tono e misurato. Davanti ai capi di Stato e di governo dei Paesi africani, riuniti all’hotel Mandarin Oriental di Washington, ha rivendicato, ancora una volta, le sue origini africane: «Il sangue dell’Africa scorre nelle vene della nostra famiglia, sto davanti a voi come figlio di un uomo africano». Un figlio che ha tradito le aspettative di un intero continente. «Obama non suscita lo stesso entusiasmo di qualche anno fa», ha osservato un membro di una delegazione dell’Africa Centrale, nei corridoi dell’hotel, la cui dichiarazione è stata ripresa dalla stampa africana.

Il carisma di Obama ha perso smalto. Le guerre che hanno devastato l’Africa in questi anni, in particolare quella in Libia, hanno gettato un’ombra sulla sua figura. Sono lontani i giorni in cui il presidente Usa fu accolto come un “messia” in Ghana (13 luglio del 2009), in occasione del suo primo viaggio nel continente nero. Il suo discorso suscitò il plauso della comunità africana: «Il destino dell’Africa è in mano agli africani. (…) La storia è dalla parte di questi coraggiosi africani, e non di quelli che usano i golpe o cambiano la costituzione al potere. L’Africa non ha bisogno di uomini forti, ha bisogno di istituzioni forti». Di quelle parole è rimasto solo l’eco.

Agli Usa piace dare lezioni di democrazia e non perdono occasione per farlo. Il segretario della diplomazia Usa, John Kerry, nel giorno di inaugurazione del Summit, ha infatti ricordato che «una società civile forte, il rispetto della democrazia, lo Stato di diritto e dei diritti umani, non sono solo i valori americani sono valori universali».

Dopo il primo giorno dedicato a democrazia e diritti umani, il summit si è concentrato sull’economia e il business. Gli Stati Uniti saranno «un partner del successo dell’Africa», ha annunciato il presidente statunitense, ammettendo che Washington ha scoperto tardi le potenzialità del continente nero. Le relazioni economiche tra i due non sono infatti fiorenti. «Il nostro commercio con l’Africa nel suo complesso è solo equivalente al nostro import-export con il Brasile, ovvero ad un solo Paese», ha riconosciuto il presidente americano, aggiungendo: «Di tutti i beni che esportiamo in tutto il mondo, solo l’1% va all’Africa sub-sahariana. Pertanto abbiamo un sacco di lavoro da fare. Dobbiamo fare meglio. Molto meglio».

Obama spera di capovolgere la situazione o almeno di riequilibrarla. Come? Ha annunciato investimenti per 33 miliardi di dollari, di cui 14 provenienti dal settore privato per investire nel settore dell’energia pulita, della finanza e delle costruzioni. Altri 12 miliardi, invece, saranno stanziati  nell’ambito dell’iniziativa “Power Africa”, un piano per l’elettrificazione del continente nero che coinvolgerà oltre ai partner del settore privato anche la Banca Mondiale (che fornirà 5 miliardi di dollari). Infine, altri 7 miliardi di dollari saranno destinati a promuovere ulteriormente le esportazioni delle imprese nordamericane. I particolari sui nomi delle aziende che investiranno nel continente africano non sono ancora noti, ma al vertice hanno partecipato più di 70 colossi americani, tra cui Chevron, Morgan Stanley Citigroup, Lockheed Martin, Marriott International, General Electric, Ford e Wal-Mart.

«Gli Stati Uniti sono determinati a essere un buon partner, un partner alla pari e un partner a lungo termine. Noi non ci rivolgiamo all’Africa solo per le sue risorse naturali. […] Noi non vogliamo solo estrarre minerali dal terreno per la nostra crescita. Vogliamo costruire veri e propri partenariati che possano creare posti di lavoro e opportunità per i nostri popoli» ha affermato Obama, facendo riferimento alla Cina, accusata di “nuovo colonialismo”, quello che i critici chiamano “Cinafrica”. C’è frustrazione in Occidente per l’avanzata economica dell’Impero di Mezzo. La Cina fa paura. Il commercio tra Africa e la Repubblica Popolare Cinese ha superato i 200 miliardi di dollari, lo scorso anno.

L’Africa è affascinata dai cinesi, dai loro dollari, dalla rapidità con cui decide e agisce. La Repubblica popolare ammalia, confonde e convince i capi di Stato e governi. Molti criticano la strategia della Cina in quanto non aiuterebbe i Paesi poveri che, già molto indebitati, sono così costretti a privarsi delle principali ricchezze. Eppure là dove gli Usa e l’Europa impongono il loro dominio, Pechino ha scelto una strategia, chiamata “soft power”, che si è dimostrata vincente. La Cina apre le porte a massicci investimenti in diversi settori dell’economia africana, offre prestiti a tasso zero, costruisce ospedali, strade, scuole, ponti, stadi e altre infrastrutture sociali attraverso programmi di cooperazione bilaterali. Offre borse di studio in Cina a migliaia di studenti africani permettendogli di studiare gratuitamente nelle migliore università del Paese e soprattutto cancella i debiti contratti. Ad esempio, la Repubblica popolare cinese ha cancellato il debito di ben 32 Paesi africani di oltre un miliardo di dollari. 

Il successo cinese non piace agli Stati Uniti, la cui economica non brilla di salute. E Obama non lo nasconde, né lo camuffa. Immediata la risposta di Pechino. «Osserviamo che gli affari cinesi occupano un posto molto importante nella mente dell’attuale presidente degli Stati Uniti. Obama ha speso più tempo ed energia a trattare questioni cinesi di qualsiasi suo predecessore», scrive l’agenzia di stampa ‘China News’. Sulla stessa linea il ‘Global Times’ che accusa Obama di «aggrapparsi a una mentalità da guerra fredda obsoleta» che «non offre alcun contributo costruttivo ai rapporti Cina- Usa».

Al di là dell’inimicizia tra le due potenze economiche, gli Stati Uniti hanno compreso la necessità di cambiare strategia per riconquistare il terreno perso nel continente africano. «Lo dico senza giri di parole: vogliamo e lavoreremo duramente per assicurare che più aziende americane investano in Africa», ha detto il capo della diplomazia statunitense, John Kerry. «La crescita è qui, ora, e per davvero. Non c’è alcun motivo per cui le imprese  statunitensi non prendano in considerazione il continente nero» ha detto il capo della General Electric, Jeffrey Immelt, annunciando l’investimento di due miliardi dollari entro il 2018.

«Questi accordi rappresentano la prova inconfutabile che gli Usa sono aperti al commercio con l’Africa e che l’ascesa economica del Paese è solo all’inizio. È chiaro che l’Africa del 2014 non è l’Africa del 2000», ha sottolineato segretario al Commercio Usa, Penny Pritzker. Anche il segretario del Tesoro, Jacob Lew, nel suo intervento, ha sottolineato l’interesse «a favorire gli investimenti Usa nel continente, sviluppare il commercio e creare posti di lavoro».

Gli Usa cercano di sedurre l’Africa, ma le sue arti amatorie sono flebili e poco passionali. È una storia che stenta a decollare. Non solo perché gli africani preferiscono i cinesi, ma anche perché il presidente Obama deve sottostare a dei diktat che arrivano dalle lobbie americane e non solo. Lui stesso ha ammesso di avere le mani legate da una classe politica americana riluttante per il rinnovo dell’African Growth and Opportunity Act (AGOA), che scade nel 2015. «Sono fiducioso che possiamo lavorare con il Congresso per rinnovare e modernizzare l’AGOA, prima della scadenza, per un lungo termine. Dobbiamo raggiungere questo obiettivo», ha detto Obama. Intanto, la Cina avanza lasciando alle sue spalle il suo inseguitore.

 

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