lunedì, Novembre 11

Gli Usa si affermano come principali esportatori di petrolio L'effetto dirompente del fracking è destinato a durare?

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Recentemente, gli Stati Uniti hanno sorpassato l’Arabia Saudita raggiungendo il primo posto nella graduatoria dei principali Paesi esportatori di petrolio. Si tratta di un risultato notevole ma allo stesso tempo prevedibile, dal momento che la scalata dei ranghi della classifica dei maggiori fornitori mondiali di greggio da parte degli Usa andava protraendosi ormai da parecchi anni.

In particolare, da quanto l’amministrazione Obama diede il via libera all’estrazione di petrolio non convenzionale, realizzabile grazie alla messa a punto di metodi di estrazione particolarmente innovativi quali l’hydrofracking e l’horizontal drilling. I quali indussero numerosi esperti del settore a pronosticare che, nell’arco di pochi anni, il tight-oil e lo shale-gas estratti in America settentrionale sarebbero riusciti a farsi progressivamente strada nel mercato mondiale, così come altre particolari forme non convenzionali di ‘oro nero’ – tra le quali figurano anche il petrolio delle sabbie bituminose della Cina, l’extra-heavy-oil del Venezuela e il pre-salt oil del Brasile – e gas naturale. L’epicentro di questa ‘rivoluzione’ rimaneva però saldamente nel cuore degli Stati Uniti, che dal marzo 2019 sono arrivati a produrre 12 milioni di barili al giorno (1,6 milioni di barili in più rispetto all’anno precedente) e ad incrementare drasticamente (+90% rispetto al 2018) le proprie quote di mercato. Soprattutto verso l’Europa, in un’ottica di potenziamento del settore e di riduzione della dipendenza energetica del ‘vecchio continente’ da un avversario geopolitico come la Russia.

Se l’impulso originario alla crescita dell’industria dello shale venne dall’amministrazione Obama, il vero punto di svolta si è ottenuto tuttavia sotto il governo Trump, che grazie allo ‘straordinario lavoro’ del segretario all’Energia Rick Perry è riuscito a moltiplicare gli sforzi per agevolare gli investimenti necessari a massimizzare la produzione di idrocarburi non convenzionali. I migliaia di nuovi giacimenti di idrocarburi non convenzionali attivati in Pennsylvania, Texas, Kansas, Oklahoma, North Dakota e Colorado con il supporto di Washington, sostengono i cosiddetti fracker, sarebbe inesorabilmente destinato a trasformare stabilmente gli Stati Uniti nel principale fornitore mondiale di idrocarburi. «Siamo solo nei primi quindici anni di un processo che sarà lungo 150 anni», dichiarò Steve Müller, responsabile della Southwestern Energy, sorvolando sui gravissimi effetti provocati da tecniche estrattive che prevedono l’infiltrazione nel sottosuolo, e quindi nelle falde acquifere che lo attraversano, di notevoli quantità di sostanze (si parla di oltre 200 litri di una miscela contenente circa 600 agenti chimici per ciascun pozzo) che sono alla base di un pesantissimo inquinamento ambientale e dei numerosi fenomenici sismici registrati nelle aree interessate da fatturazioni idrauliche degli scisti. La scarsa attenzione generale sulla pericolosa correlazione tra estrazione di idrocarburi non convenzionali e terremoti è probabilmente dovuta alla ragguardevole incidenza della ‘rivoluzione dello shale‘sul Prodotto Interno Lordo statunitense; ‘The Economist’ stimò infatti che gli oltre 20.000 nuovi impianti costruiti in tutto il territorio nazionale avevano contribuito a far crescere l’economia nazionale di ben 76,9 miliardi di dollari dal 2010 al 2014.

I problemi sorsero nel momento in cui, in forza di motivazioni squisitamente geopolitiche (limitare le entrate di avversari del calibro di Russia e Iran), gli Usa decisero di colludere con l’Arabia Saudita per affossare il prezzo del petrolio. Per i fracker, consapevoli che lo sfruttamento dei giacimenti di idrocarburi non convenzionali, tendenti ad esaurirsi molto rapidamente, richiedeva un numero elevatissimo di trivellazioni e quindi un break-even piuttosto elevati, la situazione cominciò a farsi veramente complessa. L’amministratore delegato di Conoco-Phillips, Ryan Lance, cercò allora di fornire solide assicurazioni agli investitori, dichiarandosi convinto che «il sistema sopravviveva col barile a 100 dollari ma è in grado di sopravvivere anche a 50-60 dollari. E c’è ancora spazio per migliorare, competendo con qualsiasi altro progetto estrattivo nel mondo». Sencondo Lance, i progressi tecnologici che venivano progressivamente realizzati avrebbero permesso di spostare la soglia di remunerazione dello shale-gas verso il basso del 25% nel solo 2015, mentre «nelle aree migliori si riesce ad avere un ritorno del 10% sul capitale investito anche con il petrolio a 40 dollari».

Le cose sono andate in maniera ben differente. La forte riduzione dei margini di profitto legati alla produzione di tight-oil e shale-gas si rivelò infatti un colpo durissimo per le piccole e medie compagnie Usa che avevano investito nel settore, e finì per produrre sensibili contraccolpi anche sull’andamento in Borsa dei giganti di Big Oil, i quali si videro costretti sia a ‘tosare’ i propri azionisti che a rinunciare a numerosi investimenti già predisposti.  Secondo ‘Bloomberg‘, il debito accumulato da metà delle compagnie coinvolte nel campo della ‘rivoluzione dello shale‘ inserite nel suo indice era arrivato a toccare il 40% del loro intero valore. Un’altra analisi realizzata sui bilanci di 60 società petrolifere quotate negli Stati Uniti certificò che alla fine del giugno 2014 i debiti ammontavano a 190,2 miliardi di dollari, in crescita di 50 miliardi dalla fine del 2011. Dal 2010 al 2014 la massa debitoria raddoppiò, mentre le entrate aumentarono di appena il 5,6%. Il  trend negativo si è protratto regolarmente fino ad oggi, come rilevato dallo stesso ‘Wall Street Journal’. Va inoltre sottolineato che una quota non irrilevante di queste società spende almeno il 10% del fatturato solo per pagare gli interessi sul debito, che nella maggior parte dei casi viene stato classificato dalle principali agenzie di rating a livello junk, (‘spazzatura’), a causa degli alti rischi di insolvenza e dell’incapacità della stragrande maggioranza delle aziende di settore a generare profitti, come illustrato nel dettaglio dalla specialista Bethany McLean. La quale non ha mancato di rilevare che il tracollo rovinoso e generalizzato del settore è stato evitato soltanto a causa della sovrabbondante offerta di liquidità a costo nullo presente sui mercati del credito grazie alla politica monetaria iper-accomodante portata avanti dalla Federal Reserve. È in virtù di questo sostegno finanziario garantito dalla Banca Centrale Usa che il comparto del fracking è riuscito a sopravvivere al periodo di prezzi molto bassi protrattosi dal 2014 al 2015, e a rilanciare su larga scala la produzione attraverso una riduzione progressiva dei costi e il miglioramento delle rese estrattive.

Nel novembre del 2015, lo ‘Houston Chronicle‘ rivelò tuttavia che ben 37 società statunitensi operanti nel settore degli idrocarburi non convenzionali erano finite in bancarotta tra l’agosto e l’ottobre precedenti, con un debito complessivo che superava i 13 miliardi di dollari. Nel mesi successivi si registrò il medesimo andamento, per effetto della revisione in negativo delle aspettative di Goldman Sachs sulla quotazione del petrolio, del rialzo dei tassi di interesse da parte della Federal Reserve e dell’ingresso sul mercato dell’Iranian Light conseguente alla revoca delle sanzioni a Teheran, che affossò il prezzo del Brent e del West Texas Intermediate al di sotto dei 30 dollari per barile; un livello che era stato raggiunto l’ultima volta nel lontano 2003.

Ma i problemi non si riducevano certamente alla sola industria operante nel settore dell’estrazione di petrolio non convenzionale; nel corso degli anni, le banche statunitensi hanno infatti cartolarizzato sistematicamente i debiti contratti dai fracker, emettendo Credit Defalut Swap per i quali tali debiti fungono da collaterali. Qualora il prezzo del petrolio dovesse stabilizzarsi su quotazioni troppo basse, le compagnie petrolifere più esposte finirebbero sull’orlo del baratro e si profilerebbe quindi il rischio concreto di una nuova crisi finanziaria nel sistema bancario degli Stati Uniti, visto il volume più che ragguardevole raggiunto dalla “bolla dello scisto”. Inoltre, come notava l’economista Jacques Sapir in un articolo del gennaio 2015, «in maniera diretta e indiretta, per gli Stati Uniti l’economia del petrolio e del gas di scisto rappresenta, anche per via dell’influenza su consumi e redditi delle famiglie che vi lavorano, circa la metà dei posti di lavoro creati negli ultimi tre anni. Se ci sarà, come previsto, un’ondata di fallimenti, si tradurrà in licenziamenti in massa che genereranno un effetto moltiplicatore sui servizi. Data la grande flessibilità del mercato del lavoro negli Stati Uniti, una parte dei lavoratori licenziati troverebbe lavoro 6-9 mesi dopo il licenziamento a stipendio ridotto. I salari nell’industria dello scisto sono infatti superiori, a pari qualifica, del 15-25% a quelli che caratterizzano gli altri settori dell’economia. Tra disoccupati ‘netti’ e personale costretto ad accettare un posto di lavoro dalla retribuzione più bassa, si potrebbe verificare un calo dell’1-2% della massa salariale totale negli Stati Uniti, e un più basso (2-3%) consumo delle famiglie, a causa della mutazione nel risparmio che accade regolarmente in presenza di significative difficoltà economiche. E, naturalmente, quando il prezzo del petrolio risalirà, assisteremo ad un’ulteriore contrazione dei consumi».

Non a caso, le aziende operanti nel settore dei servizi petroliferi come Halliburton e Schlumberger annunciarono tagli al personale, così come fornitori di prodotti chimici e attrezzature necessarie al fracking, imprese siderurgiche ed edili, nonché strutture ricettive che beneficiavano della ‘rivoluzione dello shale‘. Eventuali ristrutturazioni del debito delle società attive in questo campo sono suscettibili di travolgere i comparti ad alto rendimento del mercato Usa, specialmente alla luce dell’ulteriore crollo del prezzo del petrolio registrato nelle ultime settimane che rende ancor più complicata l’attività dei fracker, che per limitare il più possibile l’impatto del rapido esaurimento dei giacimenti e mantenere stabile la produzione sono obbligati a profondere un flusso costante di investimenti in ricerca e trivellazioni. Il che implica necessariamente la contrazione di debiti. Un meccanismo talmente pericoloso che già nel 2009 aveva indotto, come testimoniano numerosi documenti scovati e pubblicati dal ‘New York Times, alcuni esperti e dipendenti delle aziende di punta di Big Oil a ravvisare nella ‘rivoluzione dello shale’  un nuovo, gigantesco schema Ponzi. Tra di essi spicca l’autorevole International Energy Agency, che all’interno del suo World Energy Investment Outlook del 2014 vaticinò un crollo verticale della ‘rivoluzione dello shale‘ negli Stati Uniti e lo scoppio della relativa bolla.

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