giovedì, Agosto 13

Gli Usa puntano allo smantellamento dell’Organizzazione Mondiale del Commercio L'organismo smetterà di funzionare molto presto se gli Usa non daranno l'assenso per il ricambio dei giudici

0

Che l’amministrazione Trump non vedesse di buon occhio gli organismi sovranazionali era noto fin da prima del suo insediamento alla Casa Bianca. La cosa vale soprattutto per l’Organizzazione Mondiale del Commercio (Omc), che il tycoon newyorkese ha più volte sottolineato la necessità di riformare da cima a fondo per impedire che Paesi come Cina, Germania e Giappone continuassero ad approfittare delle sue regole lassiste per accumulare avanzi commerciali in costante aumento. Tutto a detrimento degli Stati Uniti, il cui mercato interno rappresenta uno sbocco strategicamente fondamentale per qualsiasi potenza esportatrice. All’interno del 2017 Trade Policy Agenda (vale a dire  il documento annuale mediante il quale l’Ufficio del Rappresentante per il Commercio Usa tratteggia la strategia commerciale del governo) si leggeva infatti che l’obiettivo cardine della politica commerciale dell’amministrazione Trump consisteva nell’«espandere il commercio secondo modalità più giuste ed eque per tutti i cittadini statunitensi […]. Ogni misura sarà concepita con lo scopo di incrementare la nostra crescita economica, promuovere la creazione di posti di lavoro negli Stati Uniti, promuovere il principio di reciprocità con i nostri partner, potenziare la nostra base manifatturiera e la nostra capacità di difenderci, nonché incrementare le esportazioni della nostra industria agroalimentare e dei servizi».

Il modo migliore che gli Usa individuarono per conseguire lo scopo e riaffermare allo stesso tempo «la sovranità nazionale Usa sulla politica commerciale» fu quello di bloccare la nomina dei giudici della corte d’appello dell’Omc – vero e proprio braccio armato dell’organizzazione che si compone in tutto di sette membri, delibera in panel di 3 giudici ed è titolare del potere di emettere sentenze operative (come ad esempio la condanna all’Unione Europea per i sussidi ad Airbus) – che sarebbero dovuti andare a coprire i ruoli lasciati scoperti in conseguenza della scadenza del mandato dei loro predecessori. Come risultato, la corte d’appello si ritrovò ben presto sovraccarica di dispute da esaminare e pertanto in forte difficoltà nel garantire il corretto funzionamento dell’arbitrato. La situazione andò poi aggravandosi con il pensionamento di altri due giudici membri della corte, cosa che lasciò di fatto l’organo nelle condizioni appena sufficienti per costituire un panel di delibera, ma comunque del tutto inadeguate a gestire l’enorme massa di lavoro in tempi accettabili.

Il vero punto critico per l’Omc si presenterà tuttavia il prossimo 11 dicembre, quando scadrà il mandato di altri due giudici. Ne resterà soltanto uno, di nazionalità cinese. Il che comporterà inesorabilmente la paralisi totale dell’organismo, qualora Washington non si decidesse a concedere il nulla osta per la nomina di funzionari sostitutivi. Ipotesi alquanto improbabile, visto e considerato che Trump ha più volte ribadito l’intenzione di far sì che le trattative focalizzate (non solo) sul commercio tornino a svilupparsi secondo una prospettiva bilaterale, perché ritenuta – a differenza di quella multilaterale su cui si basa l’esistenza stessa dell’Omc – in grado di rispecchiare i reali rapporti di forza.

L’Unione Europea, consapevole di tutto ciò, è corsa ai ripari cercando di mettere in piedi, di concerto con Canada e Norvegia, un organismo alternativo che, facendo perno sul principio di adesione su base volontaria, riesca ad acquisire la massa critica sufficiente a far valere concretamente le proprie decisioni. L’iniziativa europea ha tuttavia suscitato lo sdegno del governo statunitense, che ha reagito minacciando l’immediata imposizione del veto sul bilancio biennale dell’Omc qualora l’Unione Europea non avesse innestato la retromarcia. Nel qual caso, l’Organizzazione Mondiale del Commercio si vedrebbe costretta a chiudere definitivamente i battenti.

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Commenti

Condividi.

Sull'autore