sabato, Dicembre 7

Gli USA, la Cina e il Mar Cinese Meridionale La mossa di Pechino è indicativa di come Washington non sia intenzionata a ‘cedere il campo’ troppo facilmente

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Gli ammonimenti di Pechino a Washington perché non continui a ‘flettere i muscoli’ nel Mar Cinese Meridionale (ammonimenti giunti a margine del recente l’incontro a Bangkok dei ministri della Difesa dell’ASEAN) rappresentano l’ennesima puntata del confronto in atto fra le due capitali per il controllo politico e militare di una regione destinata, in futuro, a vedere crescere la sua già notevole importanza. Ormai da tempo, la Repubblica popolare cinese sta portando avanti una aggressiva strategia di rivendicazioni territoriali volta a consolidare la sua posizione in quello che considera, di fatto, il ‘giardino di casa’. Questa strategia – che si esprime anche nella militarizzazione delle aree contese – è fonte di tensione con vari Paesi della regione (Brunei, Indonesia, Malaysia, Filippine, Taiwan, e Vietnam) e preoccupa gli Stati Uniti sia per il suo impatto sulla posizione della RPC, sia per le possibili ricadute sulla sicurezza dei loro alleati regionali, primo fra tutti Taiwan, Giappone e Corea del Sud. Negli scorsi giorni, l’attività navale cinese e il transito di una nuova portaerei attraverso lo stretto di Taiwan hanno aggiunto allo scenario un ulteriore elemento di tensione, con il governo di Taipei che ha subito denunciato la mossa di Pechino come ‘provocatoria’.

Le tensioni nel Mar Cinese Meridionale non sono cosa recente. Esse sono tuttavia aumentate negli anni a causa della crescita economica delle aree costiere cinesi e, con maggiore forza, di quella delle ambizioni politiche del Paese. La scoperta, nella regione, di riserve energetiche accertate e probabili che la Energy Information Agency statunitense quantifica in 190 trilioni di metri cubi di gas naturale e 11 miliardi di barili di petrolio (ma lo US Geological Survey ha stimato nel 2012 che ci potrebbero essere altri 160 trilioni di piedi cubi di gas naturale e 12 miliardi di barili di petrolio non scoperti nel Mar Cinese Meridionale) ha accentuato la competizione fra i Paesi rivieraschi per il loro accaparramento; ciò anche alla luce delle imponenti necessità energetiche della regione, della sua attuale, pesante dipendenza dall’estero e di quelle che sono le proiezioni di crescita della domanda negli anni a venire. Il grado crescente di militarizzazione della regione e il potenziamento delle capacità aeronavali di pressoché tutti i Paesi rivieraschi sono indicatori significativi di questo stato di cose e rappresentano – per alcuni osservatori – un fattore di criticità a sé, date anche le difficoltà con cui si sono sinora scontrati tutti i tentativi di risolvere per via pacifica i contenziosi aperti.

Su questo sfondo, la politica di Washington si è tradizionalmente ispirata a una sorta di ‘masterly inactivity’, fondata su una schiacciante superiorità militare e sull’ampiezza dell’impegno diplomatico. Il comando USA per l’Asia-Pacifico (USINDOPACOM) ha attualmente ai suoi ordini oltre 2.000 aeroplani, 200 navi e sottomarini e più di 370.000 soldati, marinai, marines, aviatori, personale civile del Dipartimento della Difesa e appaltatori distribuiti in un ampio reticolo di basi, le cui principali si trovano in Giappone (sotto il comando del COMUSJAPAN), Corea del Sud (sotto il comando delle USFK) e nel territorio statunitense di Guam, oltre alla significativa presenza, nell’Oceano Indiano, della base di Diego Garcia. Sul piano politico-diplomatico, gli USA hanno in corso trattati di alleanza con Giappone, Corea del Sud, Filippine, Thailandia e Australia, integrati da strette relazioni di sicurezza con Nuova Zelanda e Singapore e da relazioni in evoluzione con altri Paesi della regione come India, Vietnam, Malesia e Indonesia. Gli Stati Uniti hanno, infine, un solido rapporto non ufficiale con Taiwan (che implica anche, da parte statunitense, la cessione all’alleato di importanti stock di armamenti) oltre che, in una prospettiva più ampia, con Afghanistan e Pakistan.

Difficilmente, l’attuale irrigidimento della posizione cinese potrà mettere in discussione questo stato di cose. Ai primi di ottobre, la tradizionale parata militare che accompagna la festa nazione è stata l’occasione, per Pechino, per mettere in mostra gli esisti della politica di potenziamento del suo strumento militare avviata ormai da diversi anni. D’altra parte, i timori che questa mossa ha sollevato negli altri Paesi della regione rappresenta, per questi ultimi, un incentivo in più a stringere il rapporto che li lega a Washington; un rapporto che nemmeno le polemiche sollevate dalla richiesta fatta dagli Stati Uniti al governo sudcoreano di aumentare ‘in misura significativa’ il contributo finanziario sinora offerto al dispiegamento delle forze USA di stanza sul suo territorio sembra destinato intaccare. La mossa di Pechino è indicativa di come Washington non sia intenzionata a ‘cedere il campo’ troppo facilmente in una regione che da tempo considera centrale per i suoi interessi a lungo termine. Una visione, questa, che è emersa negli anni della prima amministrazione Obama, che Donald Trump ha fatto sua — anche se con sottolineature diverse rispetto al predecessore — e che, con ogni probabilità, resterà centrale anche per il prossimo inquilino della Casa Bianca.

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