martedì, Settembre 29

Gli Usa corteggiano l’Europa in vista del confronto con la Cina Per Trump, i dazi sono un'arma economica impiegabile a fini politici

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La linea operativa ondivaga e spesso contraddittoria seguita da Trump, con improvvise fughe in avanti seguite da brusche retromarce, ha messo a dura prova le capacità interpretative degli analisti economici, abituati a misurare la realtà usando come metro il rapporto costi-benefici. A quasi tutti è sfuggita la peculiarissima ‘geometria’ dei dazi applicati da Washington, che nonostante i reiterati proclami contro la Cina sono andati a colpire in primo luogo gli alleati strategici degli Stati Uniti.

Ciò suggerisce che i dazi rappresentino in realtà uno strumento valido sia a fidelizzare una base elettorale sempre più insofferente verso il dogma liberoscambista e fiduciosa che le protezioni possano rinfoltire i ranghi della middle-class, e allo stesso tempo una leva di cui il governo conta di servirsi per strappare concessioni in altri ambiti. Le misure economiche adempiono in ultima analisi la funzione di mettere in riga gli alleati o incrementare i costi di partecipazione dell’Impero Usa per gli Stati satellite. I maggiori esportatori di acciaio e alluminio negli Stati Uniti sono infatti Francia e Germania, cioè gli stessi che gli Usa avevano denunciato all’Organizzazione Mondiale del Commercio (Omc) per gli aiuti di Stato concessi all’Airbus a danno della statunitense Boeing e che, più recentemente, hanno messo in cantiere un graduale aumento delle spese militari in vista della costituzione di un esercito comune europeo percepito da Washington come un pericolo per la sopravvivenza della Nato.

Nella fattispecie, la minaccia dei dazi è quindi strumentale a costringere gli alleati a stanziare maggiori fondi all’Alleanza Atlantica a scapito del progetto di difesa comune europea. Non è un caso, del resto, che Trump abbia concesso un’esenzione a Francia e Germania, in attesa di vedere come questi due Paesi reagiranno alle pressioni di Washington. Stesso discorso vale per la Corea del Sud, colpita da dazi su pannelli solari e lavatrici dopo che il premier Moon Jae-in aveva inaugurato una fase di dialogo con Pyongyang in un’ottica di diminuzione della dipendenza dagli Stati Uniti dopo aver bloccato il dispiegamento del sistema missilistico Usa Thaad per ragioni che secondo la versione ufficiale sono legate alla tutela dell’ambiente, ma in realtà sembrano palesemente dettate dall’esigenza del governo di venire incontro alle istanze che erano state portate avanti in questo senso da vaste porzioni della popolazione.

Tutto ciò suggerisce che il gioco al massacro condotto da Trump, caratterizzato da minacce di portata sempre maggiore (come quella di applicare nei confronti dell’Unione Europea dazi a una vasta gamma di settori) accompagnate da continui mutamenti di rotta, miri a serrare i ranghi dello schieramento atlantista in funzione anti-cinese. Nell’ambito di tale sforzo rientra indubbiamente la decisione di intensificare l’offensiva contro l’Omc, accusata di non adoperarsi a sufficienza per combattere il sovvenzionamento statale alle imprese cinesi e a impedire il ‘furto di proprietà intellettuali’ da parte della Cina, che si configura come il vero ‘bersaglio’ della strategia neo-protezionista statunitense.

Sotto la spinta del suo consigliere economico Peter Navarro (un fervente anti-cinese), Trump ha quindi messo in cantiere una serie di dazi per un valore di 60 miliardi di dollari contro Pechino e il potenziamento del Committee on Foreign Invertment in the United States (Cfius), l’agenzia incaricata di esaminare e bloccare gli investimenti stranieri nel caso in cui attentassero alla sicurezza nazionale Usa. Germania, Francia e Italia hanno promosso un’iniziativa analoga che ha suscitato il plauso di Washington.

Per gli Usa, il vero pericolo è tuttavia dato dalle affilatissime armi finanziarie di cui Pechino dispone per replicare alla ‘guerra tariffaria’ dichiarata da Trump, a partire dalla svendita di centinaia di miliardi di dollari di Treasury Bond che la Cina ha in portafoglio. Qualcosa del genere sarebbe potuto accadere nel 2008, quando, nel pieno della crisi dei mutui, Mosca propose a Pechino di riversare senza preavviso sul mercato centinaia di miliardi di dollari di bond della Freddie Mac e della Fannnie Mae; se le autorità cinesi avessero accettato, si sarebbe sprigionato un caos tale da far seriamente vacillare la tenuta del sistema finanziario Usa. La dirigenza cinese declinò la proposta riservandosi tuttavia la possibilità di farvi ricorso in futuro nel caso in cui le circostanze lo avessero richiesto.

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