lunedì, Ottobre 26

Gli uppercut di Confindustria, la paralisi del PD Zingaretti non sa più che pesci prendere. Una classe politica priva di visione in balia di Bettini e alla sindrome da Titanic

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Sarà previsione scontata un autunno molto caldo. Benzina su un fuoco che cova da quando sulla scena politico-sociale è apparso un ‘attore’ imprevisto e imprevedibile (il Covid-19), in queste ore viene gettata dal Presidente di Confindustria Carlo Bonomi. Mai stato tenero con l’attuale esecutivo, Bonomi sceglie la ‘platea’ offertagli da ‘La Stampa’, e intervistato dal direttore Massimo Giannini sferra una quantità di uppercut tali da stordire un toro de Lidia, quelli usati nelle corride. «Mi aspettavo un agosto completamente diverso: il governo ha varato le misure anti-crisi ma mancano oltre 400 decreti attuativi: tutto fermo. Ci avevano detto che ad agosto avrebbero lavorato alla stesura del piano di riforme da presentare alla UE per ottenere i contributi del Recovery Fund: tutto fermo. Si profila di nuovo un’emergenza sanitaria e anche su quel fronte ci avevano detto che avrebbero presentato progetti per attivare i prestiti del MES: tutto fermo. Il 14 settembre dovrebbero ricominciare le scuole, ma ancora non si è capito se e come riapriranno: tutto fermo. Da settimane siamo inchiodati a discutere sui banchi a rotelle, non riusciamo neanche a sapere quali sono le undici imprese che li starebbero fabbricando, siamo al paradosso che c’è una sorta di segreto di stato su una gara pubblica…».

Torrentizio e implacabile, Bonomi dipinge scenari da brivido: «Un milione di posti di lavoro bruciati resta un numero purtroppo molto credibile. E ora vedo che anche Banca d’Italia e Istat si stanno avvicinando alla nostra previsione. Il governo non ha una visione suldopo’, la riorganizzazione delle filiere del valore non c’è stata, il mercato è pietrificato. Il rischio di un’emorragia è serio».

Infine, l’accorato appello: «L’Italia sta attraversando uno dei momenti più difficili dal dopoguerra. Noi chiediamo alla politica, a tutta la politica, di mettersi in fase con la drammaticità del momento, di ricollegarsi ai bisogni del Paese. Chiediamo di smetterla con il cinema degli ultimi mesi. Avremmo dovuto usare l’estate per fare i compiti a casa, cogliendo la grande occasione del Recovery Fund, e non l’abbiamo fatto. Il piano Colao è un lontano ricordo, gli Stati generali pure. Quindi ora che facciamo? Rimettiamo su un’altra task force? Ripartiamo con un altro giro di audizioni?».

A questo punto, si può usare l’abusata metafora dell’orchestra del ‘Titanic’ che continua a suonare mentre il transatlantico affonda; o quella de ‘Le Radeau de la Méduse’, il celebre dipinto di Théodore Géricault, i naufraghi che per salvarsi si danno al cannibalismo.

I più sbandati, in un anfiteatro politico dove tutti si agitano senza costrutto e logica, sembrano essere i dirigenti del Partito Democratico? Qual è, per esempio, la posizione sull’ormai imminente referendum confermativo sul taglio dei parlamentari? Sì. No. Boh… Si capisce. Per tre volte il PD in Parlamento vota NO. Poi vira sul SI, in cambio di una legge elettorale che nessuno al momento si sogna di fare. In realtà timoroso di pregiudicare il precario rapporto con il Movimento 5 Stelle che tiene in vita in governo di Giuseppe Conte. Cambi di linea che non sono frutto di riflessione, dibattito, confronto all’interno del Partito; piuttosto sono il risultato di calcoli miopi e piccolo cabotaggio di un gruppo dirigente che difetta di visione e strategia; coltiva tattiche che lasciano il tempo che trovano.
Facile previsione: alto tasso di astensione; tra i votanti alta percentuale dei SI, che premierà la demagogia spicciola del M5S: potrà, dopo un lungo rosario di sconfitte, esibire un trofeo.

Lo stesso giorno del voto referendario, quello amministrativo, per decidere il Presidente di sei importanti regioni. Scontato il trionfo del presidente leghista della regione Veneto Luca Zaia: si annuncia un plebiscito (per inciso: quanto sarà contento Matteo Salvini di avere un ingombrante potenziale rivale?). Nell’unica regione dove PD e M5S hanno trovato un accordo, la Liguria, è data per scontata la riconferma dell’uscente Giovanni Toti, e la sconfitta secca del candidato giallo-rosso.
Probabilmente passeranno al centro-destra anche Puglia e Marche; in serio pericolo la Toscana: il candidato del PD Eugenio Giani non ha lo spessore dell’emiliano Stefano Bonaccini; e, al momento, non è neppure segnalata la spinta propulsiva del movimento delle “sardine” che a suo tempo si mobilitò in favore di Bonaccini. L’unica roccaforte del centro-sinistra ‘sicura’, è la Campania del poco ortodosso Vincenzo De Luca. Il centro-destra ovunque si presenta compatto; la coalizione di governo divisa. Al punto che Nicola Zingaretti si dichiara fin da ora soddisfatto che la ‘partita’ possa finire 4 a 2 per il centro-destra.

Il futuro per il PD non si annuncia per nulla roseo; per questo uno dei ‘consiglieri’ di Zingaretti, Goffredo Bettini, si avventura in scenari prossimi venturi? In sostanza ipotizza una coalizione a tre: PD (che dovrebbe recuperare un’“anima” di sinistra); grillini (quantomeno la componente che, dato il morso alla mela ‘palazzo’, vuole continuare a gustarla); e un terzo polo, un fritto misto sommatoria di ‘moderati’: renziani, sostenitori di Carlo Calenda e Più Europa di Emma Bonino. In matematica la somma di tre unità fa tre. In politica non è mai accaduto. Già questo mostra quanto sia zoppicante l’ipotesi Bettini, che peraltro solleva più di un dissenso all’interno del suo stesso Partito.
Al di là di calcoli e vagheggiate fusioni, è proprio l’impianto che non che non regge.
Con tutti i suoi errori politici (ne ha fatti parecchi), e con tutte le magagne giudiziarie (molte in attesa che siano provate), Salvini e la sua Lega continuano a essere accreditati come il maggior partito tra gli elettori (quando perde, lo fa a beneficio di Fratelli d’Italia, i voti restano nel canestro del centro destra).
Il PD e gli altri partiti dovrebbero chiedersi perché Salvini ancoratiene’, e più di loro. Forse perché, per esempio su temi come immigrazione o fisco, Salvini assume posizioni chiare e comprensibili. Le si può detestare; possono dispiacere. Hanno comunque il pregio della nettezza. Gli altri partiti si perdono in distinguo e si avvitano in arabeschi da addetti ai lavori.

C’è una classe politica che in generale fa del suo meglio per mostrare il peggio di sé. Oggettivamente difficile da difendere. Per questo nel Paese è diffuso un sentimento che più propriamente è risentimento; si è assetati di vendetta.
Il PD e la sinistra hanno l’ambizione di rappresentare i ceti popolari, gli abitanti delle periferie, gli esclusi. Dovrebbero cercare di comprendere perché proprio quei ceti, quelle porzioni di elettorato si rivolgono a M5S e Lega.
Pensano di scandagliare questi umori e queste tensioni con le fantasmagorie alla Bettini? Meglio farebbero a chiedere ai vecchi sindacalisti di trent’anni fa, quando avvertivano, inascoltati, che nelle fabbriche e nelle imprese del Nord si consumava lo ‘strano’ fenomeno di operai iscritti alla CGIL che votavano per la Lega di Umberto Bossi.

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