mercoledì, Maggio 22

Gli Uffizi, la storia e il territorio Acquisiti i bozzetti di Luca Giordano e Taddeo Mazzi, ora in Mostra nella celebre Galleria fino al 15 ottobre

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Dal 5 settembre al 15 ottobre è visibile nella Sala del Camino della Galleria degli Uffizi una piccola ma interessante mostra dedicata a Luca Giordano, seicentesco pittore napoletano che fu operoso anche a Firenze, e a Taddeo Mazzi, artista del Canton Ticino, che lasciò nella città del Fiore un segno della sua presenza. Tra le opere esposte vi sono due bozzetti che sono le più importanti nuove acquisizioni operate nell’ultimo biennio, uno  di Luca Giordano,  del tardo Seicento, l’altra  di  Taddeo Mazzi,  primo Settecento,  opere preparatorie di ben più ampie decorazioni ad affresco o su tela che si trovano in  complessi monastici di Firenze e del contado. Il bozzetto  di  Luca Giordano anticipa gli affreschi della cappella Corsini nella basilica fiorentina di Santa Maria del Carmine (1682), quello di  Taddeo Mazzi rimanda ad una pala realizzata per la cappella dell’Antella presso il santuario di Monte Senario (1725-1726). “La loro importanza – sottolinea Eike D. Schmidt, Direttore delle Gallerie degli Uffizirisiede innanzitutto nel fatto che le due opere evidenziano lo stretto rapporto che unisce il museo fiorentino al territorio: le due piccole tele infatti richiamano grandi cicli decorativi che fanno parte del tessuto storico e artistico della città e dei suoi dintorni e rappresentano, inoltre, un invito a visitare luoghi di grande fascino ma meno noti al grande pubblico”.

Luca Giordano è noto ai  fiorentini  in quanto è colui che ha affrescato, ottenendo particolari effetti ottici,  la volta della Sala degli Specchi, nel luogo  più rappresentativo di Palazzo Medici Riccardi,  con una serie di figure allegoriche mostranti le Virtù cardinali (accompagnate dai Vizi), episodi mitologici mentre nella parte centrale del soffitto, fulcro dell’intero ciclo, vi è l’affresco su Giove e l’Apoteosi dei Medici, nel quale si mostrano alcuni membri della grande dinastia toscana che circondano, come i satelliti scoperti da Galileo (e dedicati appunto  ai Medici) il pianeta. L’artista era arrivato  a Firenze nel 1682 per il suo secondo soggiorno in città.  I cugini Bartolomeo e Neri Corsini, membri di una delle più eminenti famiglie fiorentine, gli avevano commissionato un’imponente opera ad affresco per decorare la grande cupola della cappella di famiglia nella basilica di Santa Maria del Carmine. Le pitture dovevano celebrare l’antenato Andrea Corsini, carmelitano e vescovo di Fiesole, che nel 1629 era stato canonizzato. Il soggetto scelto dal titolo  Sant’ Andrea Corsini viene accolto nella gloria celeste dalla santissima Trinità fu sviluppato da Luca Giordano con piena sensibilità barocca dilatando pittoricamente lo spazio della cupola e popolandolo di una folla di personaggi raffigurati in una straordinaria varietà di pose e volti.

Le fonti antiche ricordano che tre accurati bozzetti furono realizzati nei primi mesi del 1682 da Giordano come elaborazioni o ‘pensieri’ relativi agli affreschi della cupola. Uno di essi, proprio quello raffigurante la scena principale con il Santo Corsini che ascende al cielo, da molti decenni era considerato disperso. Ricomparso sul mercato antiquario in occasione della Biennale dell’Antiquariato del 2015, il bozzetto di Luca è stato acquistato nel 2016 dalle Gallerie degli Uffizi per conservare al patrimonio pubblico questa preziosa testimonianza legata alla maggior impresa barocca degli ultimi decenni del Seicento a Firenze. Proprio durante quel soggiorno Francesco Riccardi, nipote del marchese Gabriello Riccardi, che aveva acquistato pochi anni prima, nel ’59, da Ferdinando II il celebre palazzo un tempo residenza della famiglia Medici, chiese all’artista napoletano di affrescare la volta della sala di rappresentanza. L’artista cominciò il lavoro, poi lo dovette interrompere per tornarsene a Napoli, solo nel 1665 potè riprenderlo e portarlo a termine.

Ebbene, questa non è l’unica grande testimonianza della sua arte, lasciata Firenze,  città che conta pochissimi esempi di barocco, in tutti i campi. L’altro suo lavoro,  indicato ora al grande pubblico,  è l’affresco in S.Maria del Carmine, celebrativo di S. Andrea Corsini. L’altro bozzetto acquisito e ora  esposto è di Taddeo Mazzi, artista assai meno noto,  nativo di Palagnedra (nel Canton Ticino), il quale venne accolto nel 1694, appena diciottenne, nella compagnia di San Carlo Borromeo di via dei Calzaioli, naturale riferimento per la cospicua comunità lombarda che a Firenze vedeva presenti altri artisti ticinesi, specialmente stuccatori. Con loro il pittore lavorò all’impresa decorativa della cappella dedicata a Manetto dell’Antella, presso il santuario servita di Monte Senario, dove realizzò gli affreschi della cupola e la pala d’altare il cui bozzetto è esposto in mostra. Per il piglio esecutivo della pittura raggrumata e veloce la piccola tela rivela il Mazzi come  un efficace rappresentante della cultura figurativa fiorentina del primo Settecento, attento inoltre alla tradizione del secolo precedente.  Databile al 1726 l’opera si pone a chiusura di un’attività del Mazzi dedita in esclusiva a soggetti di argomento religioso, che lo documenta in contatto anche con l’ambiente del granduca Cosimo III e della figlia Anna Maria Luisa, Elettrice Palatina. Di quest’ultima, presso la villa della Quiete, si conserva un ritratto di mano dell’artista che la raffigura in veste di Sant’Anna: un omaggio al nome proprio della principessa e alle doti di devozione dell’ultima Medici, che volle legare a Firenze il patrimonio artistico della famiglia tutt’ora proprietà dei nostri musei.

A seguito dell’assegnazione del Granducato di Toscana ai Lorena, scomparso da tre mesi  Gian Gastone, l’ultimo Granduca mediceo, la sorella Anna Maria Luisa, ormai 71 enne, volle intervenire personalmente alla stipula del Patto di famiglia da lei preteso e firmato a Vienna il 31 ottobre del 1737 con i rappresentanti della casata imperiale austriaca, impuntandosi su ogni punto dell’accordo e  ottenendo che i Lorena  usufruissero delle residenze dei Medici ma senza toccare alcunché di quei beni che esse contenevano. Insomma lei restava padrona di un patrimonio immenso comprendente palazzi, ville di campagna e tutti i tesori d’arte collezionati attraverso i secoli, nonché contee varie in varie parti del mondo, le rendite parigine provenienti da sua madre, Margherita d’Orleans, una vasta tenuta in Abruzzo, ereditata dalla nonna Vittoria della Rovere. Con la sua morte (18 febbraio 1743), molti di quei beni furono venduti e svenduti. Ma  l’articolo III  indicava la sua volontà di farne dono dei beni artistici alla Toscana:   i Lorena non potevano trasportare “O levare fuori della Capitale e dello Stato del Granducato … Gallerie, Quadri, Statue, Biblioteche, Gioje ed altre cose preziose… affinché esse rimanessero per ornamento dello Stato, per utilità del Pubblico e per attirare la curiosità dei Forestieri”.

Lungimirante la Principessa che con quel Patto  permise che Firenze non perdesse nessuna opera d’arte e che non subisse la sorte di Ferrara, di Urbino, di Mantova o di Parma, che all’estinzione o all’allontanarsi delle loro casate regnanti erano state letteralmente svuotate dei tesori artistici e culturali.  L’ Elettrice Palatina  morì all’età di 75 anni il 18 febbraio del 1743 per un’oppressione sul petto’ ( più verosimilmente  si trattò di un tumore al seno),  secondo la testimonianza di Ser Horace Mann, durante un breve fortunale che durò per oltre due ore per poi lasciare il cielo al sole splendente. Con la sua morte si estinse il ramo granducale della famiglia Medici. Ma un patrimonio immenso di tesori d’arte fu lasciato – grazie a  questa bellissima ( in gioventù) e pugnace Principessa – al godimento di  Firenze e dei forestieri, secondo le sue volontà.

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