domenica, Dicembre 8

Gli stretti legami tra Kurdistan, Stati Uniti e Israele Collaborazione tra Erbil, Washington e Tel Aviv è sempre stata intensa

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SlideIl successo schiacciante riscosso dal referendum sull’indipendenza del Kurdistan aveva indotto  Massud Barzani, leader del Partito Democratico curdo (Pdk) e fervente sostenitore della causa indipendentista, si era persuaso di aver posto le basi per un irreversibile processo di ridefinizione dei confini mediorientali. A ridimensionare le sue intenzioni sono intervenuti, come era assai prevedibile, i governi di Iraq, Siria, Iran, Turchia e Russia, tutti schierati rigorosamente contro il referendum e qualsiasi modifica degli assetti geopolitici regionali. Poche settimane fa, l’esercito iracheno ha sottratto ai peshmerga l’importantissima città petrolifera di Kirkuk, su cui il Pdk di Barzani aveva allungato le mani approfittando della situazione di caos venutasi a creare per effetto del dilagare del cosiddetto ‘Stato Islamico’.

Qui, de decenni, sono molto attive le società energetiche Usa Chevron e, soprattutto, ExxonMobil, la compagnia che annoverava come amministratore delegato quel da Rex Tillerson che attualmente ricopre l’incarico di segretario di Stato sotto l’amministrazione Trump. Non a caso, ExxonMobil aveva svolto un ruolo dominante in occasione della Kurdistan-Iraq oil and gas Conference and Exibition, tenutasi a Londra tra il novembre e il dicembre del 2015. Alla riunione presero parte il primo ministro della regione autonoma del Kurdistan Nechervan Barzani (nipote di Massud Barzani) e vari suoi collaboratori, ma non c’era nemmeno un rappresentante dell’esecutivo iracheno. Ciò era dovuto all’aspro contenzioso riguardo ai proventi della vendita del petrolio curdo che Erbil rifiuta da anni di versare a Baghdad.

Nel 2013, Barzani si era rifiutato di appoggiare la proposta del premier Nouri al-Maliki relativa alla costruzione di un oleodotto volto a collegare Basra al porto turco di Ceyhan, preferendo puntare sulla realizzazione di un condotto autonomo da Kirkuk a Ceyhan. Tutto è poi letteralmente saltato per aria con l’infuriare del cosiddetto Stato Islamico tra Iraq e Siria, che ha visto gli eserciti di tutte e tre le entità impegnarsi per contenere le forze islamiste agli ordini del ‘califfo’ Abu Bakr al-Baghdadi, mentre le ‘brigate islamiche internazionali’ penetravano in Siria attraverso la cosiddetta ‘autostrada del Jihad’ aperta dalla Turchia.

Fin da subito, l’Isis si dedicò alla rapina del petrolio iracheno, mettendosi più o meno implicitamente in affari con alcune fazioni curde. Da alcune inchieste rivolte a far luce sulle fonti di finanziamento dello ‘Stato Islamico’ sono infatti emerse connessioni non solo con la Turchia, ma anche con Israele, in una triangolazione focalizzata sul contrabbando del petrolio siriano e iracheno alquanto redditizia per tutte le parti in causa. Nella fase di massima espansione, l’Isis esportava grosso modo 45.000 barili di petrolio – rubato dai campi già sviluppati – al giorno, per un controvalore di poco meno di 2 milioni di dollari, che su scala annuale si traducono in 600 milioni di dollari di introiti. Per conferire a questo traffico – che si dirige regolarmente verso la Turchia – una patina di legalità, Ankara e Tel Aviv hanno allestito una rotta di trasporto sicura che collega gli impianti estrattivi situati nei territori controllati dall’Isis al porto turco di Ceyhan sul Mediterraneo, dove il greggio acquistato dal gruppo islamista e caricato sulle centinaia di autobotti che fanno quotidianamente la spola veniva mischiato con quello curdo – esportato altrettanto illegalmente – e trasportato via mare al porto israeliano di Ashkelon da numerosi e ben selezionati cargo petroliferi.

In Israele, che secondo il ‘Financial Times’ soddisfa il 75% circa del proprio fabbisogno petrolifero con le importazioni di greggio curdo, il petrolio veniva parzialmente raffinato, epurato di qualsiasi traccia che potesse dimostrare la sua origine e inviato in Europa meridionale, dove si completava il ciclo della lavorazione.

Contatti di questo genere non devono suscitare stupore, visto e considerato che i legami tra Israele e i rappresentanti curdi risalgono agli anni ’50, quando il Mossad avvicinò il potente Mustafà Barzani (padre di Massud) per minare le aspirazioni nazionalistiche del Baath iracheno che era salito al potere a Baghdad, identificato fin da allora come il più temibile nemico regionale dello Stato ebraico. L’intesa ha spalancato progressivamente le porte per l’addestramento dei peshmerga curdi da parte di istruttori militari inviati da Tel Aviv e a una serie di investimenti strategici israeliani, cresciuti in maniera esponenziale in seguito alla guerra contro l’Iraq sferrata dagli Usa nel 2003.

Molti sono stati infatti gli appalti ottenuti da società israeliane per la ricostruzione e l’ammodernamento delle infrastrutture nelle regioni settentrionali dell’Iraq, tra cui anche quello, ottenuto grazie anche all’intercessione del ministro per le Infrastrutture Yosef Paritzky, per la rimessa in sesto dell’importantissimo oleodotto Kirkuk-Haifa, rimasto chiuso fin dal 1948. «Non passerà molto prima che il greggio iracheno fluisca verso Haifa. È solo una questione di tempo e il petrolio iracheno inonderà il Mediterraneo», disse un raggiante Benjamin Netanyahu (allora ministro degli Esteri) sottovalutando la capacità della resistenza di sabotare gli oleodotti del Paese da cui si sarebbero potute rifornire le forze nemiche.

Sempre nell’area curda, imprese israeliane hanno acquistato notevoli quantità di terreni per costruire case, fabbriche e capannoni, alimentando una notevole crescita economica della regione, e consolidando la profondità strategica israeliana nel nord dell’Iraq, come spiega Seymour Hersh: «in una serie di interviste in Europa, in Medio Oriente e negli Stati Uniti, svariati funzionari mi hanno confidato che alla fine dello scorso anno Israele era giunto alla conclusione che l’amministrazione Bush non sarebbe stata in grado di stabilizzare l’Iraq, e che Israele aveva bisogno di altre opzioni. Il governo di Ariel Sharon aveva quindi deciso di rafforzare la posizione strategica di Israele intensificando i legami stretti molto tempo prima con i curdi iracheni e stabilendo una presenza significativa sul terreno della regione semi-autonoma del Kurdistan. Molti funzionari hanno descritto la decisione di Sharon – che prevede un notevole impegno finanziario – come una mossa potenzialmente spregiudicata che potrà creare persino più caos e violenza, mentre la ribellione in Iraq continua ad allargarsi […]. L’intelligence di Tel Aviv è silenziosamente al lavoro nella regione nord-irachena, fornendo addestramento ad unità curde e, cosa più importante per Israele, guidando covert-operation all’interno del Kurdistan siriano ed iraniano. Israele si sente particolarmente minacciato dall’Iran, la cui posizione nell’area è stata rafforzata dalla guerra».

Gli Stati Uniti sono sempre stati al corrente di tutto ciò, dal momento che sono hanno sempre collaborato con Israele nella strumentalizzazione della vocazione indipendentista dei kurdi per conseguire i propri obiettivi geopolitici. Quando, nel 1958, il governo filo-statunitense guidato da Nouri al-Said fu rovesciato da un golpe militare propedeutico all’ascesa di una serie di governi nazionalisti, «lo Shah di Persia cominciò ad armare i ribelli del Pdk di Barzani per conto di Stati Uniti ed Israele. L’Iraq raggiunse un accordo di pace con i curdi nel 1970, ma nel 1972 Henry Kissinger e John Connelly si rivolsero a Teheran per arruolare lo Shah nella distruzione della tregua. Il colonnello Richard Kennedy, stretto collaboratore di Kissinger, incontrò il figlio di Mustafa Barzani, Masud, per consegnargli 16 milioni di dollari di aiuti militari della Cia […]. Armando i curdi, gli Stati Uniti ebbero modo aprire un secondo fronte nella guerra segreta contro il governo di sinistra di al-Baqr, a Baghdad, che aveva proposto con forza l’unità araba come unica soluzione praticabile per imporre un prezzo equo nella vendita del petrolio ad Exxon Mobil, Royal Dutch Shell, Chevron-Texaco e British Petroleum».

Attualmente, la strategia israelo-statunitense consistente nell’usare i curdi come leva è messa in crisi dalla politica di ampio respiro condotta dal premier iracheno Haydar al-Abadi, il quale ha riequilibrato i poteri tra le varie comunità etno-religiose arrivando a nominare come ministro della Difesa il rispettato esponente sunnita Khalid al-Ubaidi. Alimentando il senso di appartenenza allo Stato unitario iracheno da parte dei sunniti, al-Abadi è riuscito a porsi in un posizione di forza da cui trattare con il Pdk di Barzani per ridimensionare le sue ambizioni indipendentiste – non è probabilmente privo di significato che ExxonMobil abbia allentato la sua presa sul Kurdistan nel momento in cui ciò cominciava a divenire palese. Ragion per cui gran parte degli analisi sono concordi nel ritenere che il referendum curdo non avrà alcun seguito pratico.

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