sabato, Settembre 21

Gli Stati Uniti puntano alla riforma dell’Organizzazione Mondiale del Commercio Per Trump, la tutela degli interessi Usa passa per la ristrutturazione dell'Omc

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Verso la metà degli anni ’90, la dinamica degli scambi internazionali subì un vero e proprio shock per effetto della fondazione dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (Omc). Nel corso della conferenza di Singapore del 1996, in cui si celebrò la nascita di tale organismo, Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale emisero un comunicato in cui si sottolineava l’importanza di avviare una stretta collaborazione tra l’Omc e le istituzioni scaturite da Bretton Woods nel 1944, al fine di condurre una linea politica che imprimesse la spinta decisiva al processo di interconnessione economica planetaria meglio noto come globalizzazione.

Il più solerte promotore dell’integrazione economica su scala globale fu indubbiamente il presidente Bill Clinton, che durante i suoi otto anni di mandato condusse una linea politica completamente rivolta a imporre gli Stati Uniti come centro irradiante della globalizzazione, che sottovalutava palesemente le pesanti implicazioni strategiche della vicenda. Come si legge in un documento del National Security Council: «gli Stati uniti possono trarre immensi vantaggi da questo cambiamento, perché ci troviamo in un’ottima posizione per prosperare in una politica economica globalizzata. Una società globalizzata di Stati-mercato fa buon gioco a quelli che sono già i punti di forza dell’America, e li accresce i misura tale da far temere ad alcuni Stati che gli Usa acquisteranno un predominio così grande che nessun altro soggetto statale sarà più in grado di concorrere alla pari con loro».

Il punto nodale di questa linea operativa consisteva nell’integrare la Cina nell’Organizzazione Mondiale del Commercio, così da offrire alle imprese multinazionali e ai grandi capitali un validissimo sbocco di mercato in cui investire. L’adesione di Pechino, fortemente sponsorizzata dall’amministrazione Clinton, fu ufficializzata l’11 dicembre 2001; da quel momento in poi, il programma di industrializzazione delle quattro modernizzazioniche era stato lanciato da Deng Xiaoping sul finire degli anni ’70 è letteralmente decollato trasformando radicalmente il volto della Cina da Paese arretrato e ancora sofferente per i colpi devastanti ricevuti durante il ‘secolo delle umiliazioni’, a nazione in forte ascesa ben indirizzata sulla via della modernizzazione.

Per gli Usa, di converso, l’effetto fu letteralmente devastante, perché accelerò il processo di trasferimento degli impianti produttivi presso l’ex Celeste Impero che era già stato avviato verso la regione dell’Asia meridionale e del Sud America sotto l’amministrazione Reagan. Il cui colossale piano di riarmo, finanziato con i capitali richiamati dal un forsennato rialzo dei tassi varato dalla Federal Reserve sotto la guida di Paul Volcker, aveva consentito al complesso militar-industriale e a tutte le imprese ad esso collegate di occupare circa 600.000 lavoratori in più, mentre la manifattura civile aveva perduto qualcosa come 1,6 milioni di posti di lavoro. Gran parte di essi erano ‘ricomparsi’ proprio in quei Paesi del terzo mondo caratterizzati da cambi depressi (grazie anche all’impatto della crisi debitoria), bassa remunerazione salariale, scarse tutele lavorative e fiscalità ‘allegra’ presso i quali le industrie statunitensi spostarono gli stabilimenti produttivi per sfuggire alle condizioni proibitive che si erano venute a creare in patria a causa della stretta creditizia varata dalla Fed e della politica del ‘dollaro forte’. Il fenomeno, che nella sua fase iniziale si manifestò sotto forma di subappalto da parte della grande distribuzione, si allargò tuttavia in maniera assai rapida a una serie di settori producendo risultati nefasti per l’occupazione e il tessuto manifatturiero statunitense, sia in termini di deindustrializzazione che di perdita delle competenze strategicamente fondamentali.

Di qui la necessità, fortemente sostenuta da Donald Trump, di rimpatriare i complessi industriali, attraverso una radicale riforma fiscale accompagnata dal ripristino di una serie di dazi contro i principali partner commerciali degli Stati Uniti. Il presidente non ha tuttavia mancato di sottolineare la necessità di ridisegnare radicalmente la struttura portante dell’Organizzazione Mondiale del Commercio, rendendola maggiormente equilibrata, meno accondiscendente nei confronti della Cina e più sensibile alle necessità delle economie mature riunite nel G-7. Ed è stato proprio in occasione del vertice di quest’ultimo organismo tenutosi a Biarritz che il tycoon newyorkese ha ribadito il concetto, esortando i Paesi membri a impegnarsi maggiormente per la creazione di «un paradigma commerciale aperto e giusto» che miri alla «stabilità dell’economia mondiale». In forza di ciò, come si legge all’interno della nota diramata al termine del summit, i sette grandi hanno accolto la presa di posizione di Trump, concordando sulla necessità di «modificare profondamente il Wto» e di trovare entro il 2020 un’intesa volta a riformare la fiscalità internazionale nel quadro dell’Ocse.

Trump, in particolare, ha posto l’accento sull’importanza di «sostenere la crescita economica mondiale attraverso un commercio equo e libero, la riduzione di barriere commerciali su scala globale e la riforma dell’Organizzazione Mondiale del Commercio».

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