mercoledì, Agosto 5

Gli Stati Uniti non mollano la presa sul Venezuela Un documento Usa indica la via per ottenere un cambio di regime a Caracas

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Il Venezuela continua a rimanere nel mirino di Washington. Lo conferma un documento di undici pagine firmato dall’ammiraglio Kurt W. Tidd, comandante del Southern Command (SouthCom), in cui si dichiara che gli Usa hanno già predisposto un piano operativo finalizzato al rovesciamento del presidente Nicolas Maduro.

In esso si sostiene che «la tenuta della dittatura chavista è fortemente minata da problemi interni, a partire dalla scarsità di cibo, dalla caduta dei proventi derivanti dall’esportazione petrolifera e dalla corruzione dilagante. L’appoggio internazionale, ‘comprato’ a suon di petrodollari, di cui il Paese ha goduto nel corso degli anni tende ora a venir meno in parallelo alla svalutazione della moneta nazionale, con conseguente contrazione del potere d’acquisto per la popolazione». Il problema è che «le forze d’opposizione che combattono per la democrazia e il ripristino di livelli di vita accettabili per la popolazione non sono in grado di porre fine all’incubo in cui il Paese è sprofondato, «in ragione di] una corruzione comparabile a quella dei loro nemici […] che impedisce loro di prendere le decisioni necessarie a ribaltare la situazione di disagio causata dalla dittatura socialista».

In tale contesto, l’entrata in scena negli Sati Uniti assume un’importanza fondamentale per ‘recuperare’ il Venezuela e reinserirlo nel novero dei Paesi latino-americani alleati di Washington in cui sono già tornati Paesi di grande rilevanza quali Brasile e Argentina a seguito dell’ascesa al potere di leader politici quali Temer e Macrì: «la democrazia si sta diffondendo in America, dopo un periodo nero in cui sembrava che il continente stesse cadendo sotto il controllo del populismo radicale». Nello specifico, occorre indebolire le strutture politiche su cui si basa il movimento bolivariano collegandole al narcotraffico, lavorando ai fianchi il regime per favorire la diserzione dei tecnici più qualificati, «fomentando discordia e insoddisfazione popolare, minando l’ordine pubblico, lavorando per aggravare la penuria di cibo, esacerbando le divisioni interne alla struttura di potere chavista […] [nonché] screditando il presidente Maduro presentandolo come un leader incapace degradato al grado di fantoccio di Cuba». È necessario anche «causare vittime stando attenti a far ricadere la responsabilità sul governo e ingigantire agli occhi del mondo le proporzioni della crisi in atto», oltre a indurre l’aumento dell’inflazione attraverso l’intensificazione delle sanzioni, così da incoraggiare una fuga di capitali dal Paese, scoraggiare eventuali investitori stranieri e far colare a picco la quotazione della moneta nazionale. Occorre inoltre avvalersi di «tutte le competenze acquisite dagli Usa in materia di guerra psicologica» per orchestrare una campagna di disinformazione mirata a screditare le iniziative finalizzate all’integrazione continentale – quali l’Alba e il Petrocaribe – promosse da Caracas nel corso degli ultimi anni.

Tutto il necessario, insomma, per scatenare lo sdegno della popolazione e indirizzarlo contro le autorità, secondo uno schema già palesatosi con le ‘rivoluzioni colorate’ in Georgia, Ucraina e anche nello stesso Venezuela. Analogamente a quanto accaduto durante il fallito tentativo di cambio di regime del 2002, si suggerisce di mettere in crisi il rapporto di fedeltà che lega le forze armate al governo e di far riferimento «agli alleati interni [incoraggiandoli]a organizzare manifestazioni e fomentare disordini e insicurezza, mediante saccheggi, furti, attentati e sequestro di mezzi di trasporto, in modo da mettere a repentaglio la sicurezza dei Paesi limitrofi».

Dal punto di vista statunitense, esacerbare le tensioni tra il Venezuela e i suoi vicini rappresenta un fattore determinante a garantire il conseguimento del cambio di regime nel caso in cui la rivolta interna fomentata dall’estero non si rivelasse sufficiente a scalzare Maduro dal potere. Nel documento si sottolinea infatti l’importanza di approfittare del crescente attivismo dell’Esercito di Liberazione Nazionale colombiano – che sta rapidamente colmando il vuoto lasciato dalla cessazione delle attività da parte delle Farc – e dei narcos del Cartello del Golfo per alimentare senza sosta la tensione lungo il confine con la Colombia, «così da provocare incidenti con le forze di sicurezza schierate lungo il confine venezuelano». Occorrerebbe inoltre favorire «la moltiplicazione delle incursioni armate da parte di gruppi paramilitari, i cui ranghi dovrebbero essere rinfoltiti attraverso «reclutamenti presso i campi che ospitano i rifugiati della Cúcuta, della Huajira e nel nord della provincia di Santander; vaste aree abitate da cittadini colombiani che emigrarono in Venezuela e ora intendono rientrare nel loro Paese per sfuggire a un regime responsabile dell’incremento delle attività destabilizzanti alla frontiera fra i due Paesi». Il tutto con l’obiettivo finale di «gettare le basi per il coinvolgimento delle forze alleate in appoggio agli ufficiali [disertori]venezuelani o per gestire la crisi interna, qualora essi si mostrino riluttanti ad assumere l’iniziativa».

Fondamentale, a questo riguardo, risulta ingraziarsi «il supporto e la cooperazione delle autorità dei Paesi amici (Brasile, Argentina, Colombia, Panama e Guyana); organizzare l’approvvigionamento delle truppe e l’appoggio logistico di concerto con Panama […]; predisporre il posizionamento di aerei di combattimento, elicotteri e blindati, oltre a installare centri d’intelligence destinati ad ospitare anche unità militari specializzate nell’ambito della logistica». Per dare una parvenza di legalità all’intervento, si suggerisce di ottenere l’avallo dell’Organizzazione degli Stati Americani e adoperarsi affinché si stabilisca una «unità di intenti da parte di Brasile, Argentina, Colombia e Panama, Paesi la cui posizione geografica e la cui collaudata capacità ad operare in scenari non convenzionali come la giungla assumono un’importanza capitale. La dimensione internazionale dell’operazione verrà rafforzata dalla presenza di forze speciali Usa, che andranno ad affiancarsi alle unità da combattimento degli Stati summenzionati […]. È bene, a questo proposito, far sì che le operazioni scattino prima che il dittatore abbia il tempo di consolidare il proprio consenso e il controllo sullo scacchiere interno. Se necessario, si potrebbe agire prima delle elezioni», in calendario il prossimo 20 maggio.

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