sabato, Maggio 25

Gli Stati Uniti e gli equilibri dell’Asia-Pacifico La scelta di scollegare la dimensione politica da quella economica pone Washington di fronte a un dilemma di non facile soluzione

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Dopo l’apparente convergenza che ha caratterizzato il 2017, il 2018 è stato (almeno sino a oggi) un anno di crescenti tensioni fra Stati Uniti e Cina. Aperto dai venti della guerra commerciale scoppiata apertamente fra la tarda primavera e l’inizio dell’estate, con il trascorrere dei mesi ha visto emergere nuovi problemi anche in campo politico. Pechino, in particolare, guarda con preoccupazione all’attivismo di Washington in Asia orientale, culminato nell’incontro di giugno con Kim Jung-un, e in una presenza militare sempre più esplicita. Nei mesi passati, poi, la posizione di Washington verso le rivendicazioni territoriali cinesi sembra essersi irrigidita, cosa che ha alimentato i timori della RPC. Il fatto che questo aumento della tensione coinvolga direttamente Taiwan (che con la Cina ha una lunga serie di contenziosi aperti, a partire da quello sul suo status internazionale) costituisce un ulteriore elemento problematico. Anche se il Presidente Trump ha ribadito in diverse occasioni di considerare ancora in vigore la ‘one China policy’ inaugurata da Richard Nixon nel 1972, ogni evoluzione nei rapporti fra Washington e Taipei è seguita, a Pechino, con attenzione e non di rado con timore.

Non sono, però soltanto i rapporti fra Washington e Taipei a essere, oggi, in discussione. Dopo gli alti e bassi degli anni di Barack Obama e le incertezze che hanno caratterizzato i primi mesi di Trump alla Casa Bianca, gli Stati Uniti sembrano volere, oggi, dare una sterzata alla loro politica verso il Pacifico. Da qualche tempo, i loro alleati tradizionali hanno messo in mostra un crescente disagio. Se l’‘offensiva del sorriso’ lanciata dal Presidente Moon Jae-in rispecchia posizioni che incontrano un certo favore fra le élite sudcoreane, essa esprime anche un fondo diffidenza verso la capacità di Washington di continuare a essere il garante della stabilità della penisola e una certa rinnovata volontà di protagonismo della classe dirigente di Seoul. Allo stesso modo, le voci ricorrenti sulla volontà del Giappone di ampliare le capacità delle proprie forze armate sono indicative della volontà di ‘smarcamento’ del Primo Ministro Shinzo Abe da Washington, volontà che sembra avere preso quota soprattutto dopo l’arrivo di Donald Trump alla presidenza e i risultati poco soddisfacenti raggiunti nel corso dei diversi incontri avuti con il nuovo inquilino della Casa Bianca.

L’amministrazione statunitense ha, quindi, scelto la via del ritorno al passato? Non è del tutto così. Il teatro dell’Asia-Pacifico è cambiato molto non solo rispetto ai tempi della guerra fredda, ma anche a una decina di anni fa. Le sempre più chiare ambizioni della Cina impediscono il rilancio ‘sic et simpliciter’ di una politica di puro contenimento. Al contempo, le crescenti rivalità economiche (enfatizzate dalla retorica trumpiana e dalla sua volontà di riequilibrare gli ‘iniqui’ termini di scambio fra gli USA e i loro partner) impediscono un altrettanto semplice rilancio del tradizionale rapporto di ‘do ut des’ fra Washington e i suoi partner. L’accordo con Seoul sulle importazioni di autovetture dal Paese asiatico rappresenta un buon esempio del modo dell’amministrazione Trump di intendere le relazioni fra gli Stati Uniti e i loro alleati e della sua volontà di tenere bene scisse la sfera economica e quella politica. Buona parte delle attuali incomprensioni fra USA e Giappone si lega a questa volontà e anche le relazioni con Taiwan risentono del ruolo di questa come partner di Washington anche se, qui, l’aspetto politico del rapporto contribuisce a bilanciare molto le valutazioni economiche.

La futura equazione regionale appare, quindi, particolarmente complessa. La scelta di scollegare la dimensione politica da quella economica pone Washington di fronte a un dilemma di non facile soluzione. La disponibilità a farsi carico degli oneri della ripresa dei Paesi del Sudest Asiatico è stata, in passato, un elemento importante a sostegno della sua egemonia regionale. Rinunciare a tale elemento implica ripiegare su una egemonia meramente politico-militare, la cui sostenibilità appare oggi, quanto meno problematica. Si tratta di un dilemma per vari aspetti simile a quello posto dall’Europa. La possibilità, per Washington, di realizzare i suoi obiettivi a lungo termine (in questo caso, assicurare un’efficace politica di contenimento della Cina) si lega alla sua capacità di aggregare un blocco regionale, la difesa della cui compattezza implica costi abbastanza importanti sul breve periodo; un fatto, questo, in netto contrasto con l’enfasi data dell’amministrazione Trump ai costi che il sistema di sicurezza collettiva pone direttamente o indirettamente a carico degli Stati Uniti. Ancora una volta, l’impressione è che il Presidente si trovi preso fra necessità contrastanti, la cui composizione rischia a complicare più di quanto non sia già l’azione USA nell’Asia-Pacifico.

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