sabato, Ottobre 24

Gli Stati Uniti diverranno protezionisti?

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Le tre ambiziose finalità stabilite rispettivamente per il primo, il centesimo e il duecentesimo giorno di governo dalla cerchia di stretti collaboratori di Donald Trump ricalcano le intenzioni espresse in campagna elettorale. Il primo punto riguarda l’apertura di trattative intese a rinegoziare da cima a fondo del Nafta, il trattato di libero scambio con Canada e Messico che il nuovo presidente ritiene uno dei principali responsabili del trasferimento dagli Stati Uniti all’estero di milioni di posti di lavoro.

A poco più tre mesi di distanza, l’obiettivo prefissato è quello di definire in maniera precisa l’atteggiamento che gli Stati Uniti dovranno tenere nei confronti della Cina, dopo aver stabilito se sussistono o meno i presupposti per accusare formalmente l’ex Impero Celeste di manipolare sistematicamente la propria valuta in violazione delle norme previste dall’Organizzazione Mondiale del Commercio (Omc). L’applicazione delle sanzioni contro Pechino dipende da questa disamina. Entro la scadenza dei duecento giorni, Trump si è invece imposto di giungere alle conclusioni finali riguardo al Nafta, a seguito di un attento a approfondito studio atto a valutarne la riformabilità secondo le esigenze statunitensi. In caso contrario, il tyocoon newyorkese ha annunciato che non esiterà a porre unilateralmente fine al trattato.

I tre obiettivi fissati dal documento preparato dal transition team di Trump sono quindi perfettamente in linea con la sua politica rivolta a invertire la tendenza promossa dalla globalizzazione e a concentrare gli sforzi degli Stati Uniti alla risoluzione dei problemi interni attraverso un progressivo ritiro dalle questioni internazionali.  L’abbandono o quantomeno la radicale revisione dei trattati commerciali, così come l’applicazione di barriere doganali sulle importazioni cinesi, giapponesi e coreane, mirano a ridare vigore alla manifattura statunitense così profondamente colpita dalla deindustrializzazione, secondo un rinnovato spirito protezionista e neo-isolazionista che ammicca ai principi originari del Grand Old Party. Un approccio, quello del nuovo presidente repubblicano, che vincola gli Usa ad impegnarsi al di fuori dei confini nazionali soltanto in presenza di un sostanziale vantaggio economico-commerciale, e unicamente a supporto degli alleati che spendono per la difesa una percentuale accettabile di Pil e accettano di accollarsi maggiori responsabilità riguardo al controllo/monitoraggio delle loro rispettive aree geografiche di competenza. La riconciliazione con Mosca si inscrive in questa visione, poiché implicherebbe, secondo i calcoli di Trump, l’arruolamento di un preziosissimo alleato sia in funzione anti-cinese che sotto il profilo della lotta al terrorismo, consentendo agli Stati Uniti di abbattere i costi legati al moderno roll-back della Russia e all’impegno militare in Medio Oriente.

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