giovedì, Luglio 18

Gli Stati Uniti di fronte all’avanzata finanziaria cinese

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Nel 2013, Pechino ha annunciato il lancio dell’Asian Infrastructure Investments Bank (Aiib), un’istituzione finanziaria incaricata di realizzare infrastrutture nella regione asiatico-pacifica in diretta e aperta concorrenza sia con il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale (dominate dagli Stati Uniti ed, in secondo piano, dai Paesi europei), sia con l’Asian Development Bank (dominata dagli Stati Uniti e dal Giappone). L’Asian Development Bank, in una sua relazione del 2010, sosteneva che per realizzare il complesso di infrastrutture necessarie allo sviluppo dell’area eurasiatica si sarebbero dovuti investire almeno 8 trilioni di dollari dal 2010 al 2020. Ma dal momento che dal 2010 al 2015 non è stato effettuato alcun investimento di rilievo, l’Asian Infrastructure Investment Bank ha aumentato il suo capitale da 50 a 100 miliardi di dollari in appena due anni (2013-2014) grazie anche all’apporto decisivo assicurato dall’India, cofondatrice della stessa banca assieme alla Svizzera. Nel 2014 si è tenuta a Pechino la cerimonia di insediamento della Aiib, a cui hanno partecipato, oltre a Cina ed India, Thailandia, Malaysia, Myanmar, Singapore, Filippine, Pakistan, Bangladesh, Brunei, Cambogia, Laos, Birmania, Nepal, Sri Lanka, Uzbekistan e Mongolia. Molto significative sono apparse anche le firme di Kuwait, Oman e Qatar, a cui si sono aggiunte nel 2015 anche quelle di Giordania e Arabia Saudita, nonché di Tajikistan, Indonesia, Vietnam, Australia, Nuova Zelanda, Lussemburgo e, per l’appunto, Gran Bretagna, Francia, Germania, Italia e il Giappone è indeciso sul da farsi.

In un editoriale comparso sul ‘New York Times, lo studioso dell’Asia Ho-Fung Hung ha ipotizzato che, promuovendo iniziative multilaterali come l’istituzione finanziaria legata ai Brics e soprattutto l’Aiib, la Cina ponga deliberatamente davanti a sé una sorta di vincolo che le impedisca di lanciarsi in «iniziative bilaterali aggressive», non sempre coronate da successo, che hanno a lungo contraddistinto l’approccio di Pechino. Così facendo, i dirigenti cinese mirerebbero ad adottare un’impostazione multilaterale, fondata essenzialmente sulla necessità di individuare un sistema che legittimi con la partecipazione di altri Paesi la valorizzazione degli investimenti all’estero da parte del massiccio fondo sovrano cinese. Questa tesi è stata implicitamente confermata dal viceministro delle Finanze cinese Shi Yaobin, il quale ha chiarito che la quota di potere decisionale nella Aiib spettante ad ogni Paese è destinata a diminuire proporzionalmente all’aumento delle nazioni aderenti. Cosa che impedisce di fatto alla Cina di ritagliarsi una posizione dominante in seno alla nuova istituzione finanziaria. Naturalmente, questa scelta è dovuta anche all’esigenza di soddisfare le richieste di potenze come Gran Bretagna, Francia o Germania, le quali non avrebbero mai partecipato alla fondazione della Aiib senza che venisse loro garantita una voce in capitolo per quanto riguarda la scelta delle politiche da portare avanti. Come osserva l’ex diplomatico indiano Melkulangala Bhadrakumar: «il fatto che la Cina adotti un simile spirito democratico, coinvolgendo i soci fondatori in discussioni attive, è un segno positivo che permette di trarre alcune conclusioni politiche piuttosto rilevanti. L’AIIB è un colpo da maestro di Pechino sia dal punto di vista politico che diplomatico. Un vantaggio minimo irriducibile per la Cina che in qualche modo intacca l’immagine costruita ad arte dai suoi avversari strategici di crescente potenza “assertiva” nella regione asiatica. In questo senso, la strategia del “pivot asiatico” degli Stati Uniti, volta a contenere la Cina, viene messa sulla difensiva […]. Per di più, se la Cina riuscirà a dimostrare come un sistema di gestione democratizzato si possa combinare con politiche finanziarie meno soffocanti, diverrà assai difficile rinviare ulteriormente la più che necessaria riforma di Banca Mondiale e Fmi. Infine, la saga dell’Aiib testimonia la tendenza cinese, divenuta molto percettibile negli ultimi tempi, ad allontanarsi dal primato di politica estera tradizionalmente assegnato al mantenimento di buone relazioni con gli Stati Uniti».

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